ISPRA: GAS SERRA IN AUMENTO

Nel terzo trimestre del 2019 la stima tendenziale delle emissioni dei gas serra prevede un incremento rispetto all’anno precedente, pari allo 0,6%, a fronte di una crescita del PIL pari a 0,3% rispetto all’anno precedente. Lo rende noto il centro studi del Ministero dell’Ambiente, l’Ispra.
L’incremento stimato – si legge nella nota dell’Istituto – è principalmente dovuto alla crescita dei consumi di combustibili per la produzione di energia elettrica (4,1%), dovuta prevalentemente alla riduzione della produzione di energia idroelettrica e delle importazioni, mentre risultano in decremento i consumi – e quindi le emissioni – di carburanti nel settore dei trasporti (-0,1%) e di combustibili fossili nel settore del riscaldamento domestico (-0,4%)“.

I dati dell’ISPRA, sono confermati su scala mondiale anche dall’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) nel bollettino pubblicato nei giorni scorsi. L’aumento dei gas serra nel mondo a lungo termine, dicono gli esperti, si traduce in “impatti sempre più gravi dei cambiamenti climatici, con temperature in aumento, condizioni meteo più estreme, stress idrico, innalzamento del livello del mare e perturbazione degli ecosistemi marini e terrestri”. “Inoltre non vi è alcun segno di rallentamento, per non parlare di un calo, nonostante tutti gli impegni previsti dall’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici”, afferma il segretario generale dell’Omm, Petteri Taalas sottolineando che “dobbiamo tradurre gli impegni in azioni e aumentare il livello di ambizione per il bene del futuro benessere dell’umanità”.

 

Maggiori dettagli sulla metodologia e i dati di emissione sono disponibili sul sito dell’ISPRA  (Fonte: ISPRA)

PRIMO RAPPORTO ISPRA SUL DANNO AMBIENTALE IN ITALIA

Sono 30 i nuovi casi di grave danno ambientale accertati in Italia nel biennio 2017-2018 dall’Ispra, il centro studi del Ministero dell’Ambiente. E’ la prima volta in Italia che in Italia si fornisce un resoconto nazionale delle istruttorie tecnico-scientifiche aperte da ISPRA e dal Sistema nazionale di protezione dell’ambiente (SNPA) nel biennio 2017-2018 su incarico del Ministero. Il Rapporto si inserisce in un percorso di finalizzato all’l’individuazione delle criticità da risolvere e delle linee di sviluppo future. Su 240 incarichi ricevuti dall’ISPRA, sono state aperte 161 istruttorie di valutazione del danno ambientale, grazie alle verifiche operate sul territorio dall’Ispra e dalle Arpa regionali; dei 30 nuovi casi accertati, 22 sono procedimenti giudiziari (penali e civili) e 8 casi extra giudiziari (iter iniziati su sollecitazioni giunte dal territorio e al di fuori di un contesto giudiziario). In 10 di questi 30 casi, il Ministero dell’ambiente si è già costituito parte civile. Tra i casi accertati i danni e le minacce concernenti le discariche di Chiaiano e Casal di Principe in Campania, quelle di Malagrotta e Anagni nel Lazio, quella di Bellolampo in Sicilia, le emissioni della Tirreno Power a Vado Ligure e Quiliano. La Sicilia è la regione dove sono state aperte più istruttorie (29), seguita da Campania (20), Lombardia (14) e Puglia (13).  Occorre precisare che i casi riportati nel Rapporto non rappresentano la totalità di quelli aperti in Italia: non sono considerati infatti quelli per i quali sono già state avviate azioni di riparazione prima del 2017. Ad oggi siamo il paese che dichiara più casi di danno ambientale in Europa.

RAPPORTO ISPRA SU DANNO AMBIENTALE IN ITALIA

ISPRA: AUMENTANO I GAS SERRA. E GLI AMBIENTALISTI SI MOBILITANO

Nel secondo trimestre del 2019 la stima tendenziale delle emissioni dei gas serra prevede un incremento rispetto all’anno precedente, pari allo 0,8% a fronte di una diminuzione del PIL pari a -0,1% rispetto all’anno precedente. Si verifica un disaccoppiamento tra l’andamento delle emissioni e la tendenza dell’indice economico, non troppo confortante perché a un decremento del PIL è associato un incremento delle emissioni di gas serra. L’incremento stimato è principalmente dovuto alla crescita dei consumi di combustibili per la produzione di energia elettrica (4,4%), dovuta prevalentemente alla riduzione della produzione di energia idroelettrica e eolica, mentre risultano in decremento i consumi – e quindi le emissioni – di carburanti nel settore dei trasporti (-0,8%) e di gas naturale nel settore del riscaldamento domestico.” Questo il comunicato stampa dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), l’ente pubblico di ricerca, istituito nel 2008, della cui collaborazione si avvale il Ministero dell’Ambiente per il perseguimento dei compiti istituzionali. “Battiamoci per almeno il 55% di riduzione delle emissioni dei gas serra entro il 2030“. E’ invece l’appello lanciato “per la mobilitazione di tutti” da un gruppo di scienziati, accademici, esperti e giornalisti in previsione dello sciopero del clima 20-27 settembre, affinché tutti i cittadini si mobilitino “contro il riscaldamento globale, la più grande minaccia di questo secolo“. I firmatari propongono una legge d’iniziativa popolare che assuma “la riduzione delle emissioni di CO2, prevedendo a tal fine un fondo speciale per realizzarlo. Un fondo da finanziare da subito con l’abolizione degli incentivi di cui ancora fruiscono, direttamente o indirettamente, i combustibili fossili; e prevedendo per il seguito l’istituzione di una carbon tax“.

Ecco il testo dell’appello che accompagna la raccolta firme:

ALMENO IL 55%!

La più grande minaccia di questo secolo” – il cambiamento climatico, la transizione all’instabilità climatica – si sta delineando con eventi sempre più drammatici: a luglio scorso il National Snow and Ice Data Center (NSIDC) degli Usa ha rilevato un picco terribile e inatteso nella curva che documenta l’andamento della fusione dei ghiacci artici in Groenlandia. Abbiamo denunciato da gran tempo le conseguenze del cambiamento climatico che si abbatte su uomini e cose con l’intensità degli eventi meteorologici estremi, mentre si estendono le aree desertiche, cresce la siccità, si addensa negli ultimi vent’anni il numero dei massimi di temperatura media della terra. La calotta artica si è spaccata nel 2006 aprendo la caccia senza regole al suo sottosuolo, nel 2017 si è staccato dall’Antartide un “iceberg” più grande della Liguria. Ci siamo battuti documentando e denunciando la più generale crisi ambientale: la devastazione di uno sviluppo fondato sulla spoliazione e il saccheggio delle risorse naturali, come conseguenza del modo capitalistico di produrre e consumare. Esemplare, il nuovo odioso colonialismo del landgrabbing, che attraverso i meccanismi della mera acquisizione di mercato priva intere popolazioni dei loro diritti, delle loro terre e delle loro acque senza dar loro nemmeno la possibilità di essere ascoltati o addirittura attraverso vere e proprie deportazioni. In America Latina, Asia e Africa sempre più grandi foreste, terre comunitarie, bacini fluviali e interi ecosistemi vengono spogliati e le comunità sfollate. Il rogo della foresta amazzonica è l’ultimo drammatico esempio, ammantato di un sovranismo in realtà prono agli interessi delle grandi compagnie agrario-alimentari. La diversità biologica viene costantemente ridotta, la grande barriera corallina australiana è a rischio nei suoi 3000 km. Il respiro degli oceani è soffocato dalla plastica. Abbiamo proposto in tutti questi anni la battaglia a favore dell’ambiente, contro il global warming e per una generale riconversione ecologica dell’economia e della società, come impegno sociale, culturale e morale. La “Laudato si” di Papa Bergoglio ha messo in risalto gli aspetti umani e spirituali di questa nuova visione. I governi di tutto il mondo, colpevolmente lenti nell’applicare il Protocollo di Kyoto (2005), oggi in ritardo nell’attuare gli impegni dell’Accordo di Parigi ratificati nel 2016 da 180 Paesi, devono accelerare la loro azione per fare più efficacemente fronte al cambiamento climatico e mantenere l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura media globale entro 1,5 °C. A pagare lo sconquasso del clima sono soprattutto le popolazioni più povere e vulnerabili, colpite dalle migrazioni interne o dalla fuga disperata dalle loro terre, da fame, sete e malattie endemiche, marginalizzate nei loro territori, spesso nel nome stesso dello sviluppo e dell’innovazione. I rischi dovuti ai disastri ambientali accrescono tensioni e conflitti e nel 2017 hanno causato, da soli, l’esodo di 60 milioni di “rifugiati ambientali”, ma saranno quattro volte tanti nel giro di soli vent’anni. Non si tratta solo dell’accoglienza e della sicurezza. Occorre “costruire ponti”, capaci di ridurre la distanza tra chi ha troppo e chi non ha abbastanza, tra l’opulenza e la povertà, come indicato dagli obiettivi globali dell’Agenda 2030 proposta dalle Nazioni Unite. Occorre modificare i nostri stili di vita e il nostro modo di pensare se vogliamo dare futuro al futuro. Fare di più con meno e trasformare i rifiuti in nuovi prodotti com’è tecnologicamente possibile: “dalla culla alla culla”. Organizzare la società della sufficienza affinché ogni risorsa sia utilizzata senza sprechi e nel modo più appropriato fino all’autogestione. E, da subito, “decarbonizzare” l’economia sostituendo i combustibili fossili con le fonti rinnovabili. Serve, soprattutto, che la cultura della sostenibilità si diffonda nel profondo della società e in tutte le sue attività, in modo che le idee di progresso e di futuro siano fondate sulla continua ricerca del completo equilibrio con i grandi cicli della natura. Oggi finalmente una voce si leva autorevole per imprimere un’accelerazione agli impegni dei Governi, almeno qui in Europa. La neo-presidentessa della Commissione UE, Ursula von der Leyen, ha proposto al Parlamento europeo a Strasburgo l’obiettivo di riduzione del 50-55% di CO2, il gas serra dominante, entro il 2030 facendo così balzare a quel livello il target della UE. E, conseguentemente, di mantenere “un ruolo di guida della UE nei negoziati internazionali per far crescere il livello di ambizione delle altre principali economie entro il 2021”. Come si è verificato lungo tutto il percorso che ha portato all’Accordo di Parigi. Il Governo italiano continua a perseguire un atteggiamento vergognosamente caudatario; infatti, mentre il Quadro per il Clima e l’Energia 2030 della UE prevede, fin dal 2014, la riduzione del 40% delle emissioni di gas serra, ha proposto nel Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) un obiettivo di solo il 33%. Il PNIEC è stato sottoposto, a decorrere dal 3 agosto scorso, alle osservazioni di tutti i cittadini tramite la Valutazione Ambientale Strategica (VAS). Noi, le associazioni, i comitati e i gruppi che rappresentiamo, faremo senz’altro pervenire le nostre osservazioni entro i 60 giorni previsti dalla procedura di VAS. Riteniamo, però, che debba attuarsi in tutto il Paese la più ampia mobilitazione possibile perché il Piano assuma l’obiettivo di almeno il 55% di riduzione delle emissioni dei gas serra entro il 2030, com’è tecnologicamente possibile. Al di sotto, saremmo come i Paesi di Visegrad nei confronti dell’immigrazione, non a caso le maggiori resistenze alla “decarbonizzazione” provengono da alcuni di loro in nome del miope privilegio degli “interessi nazionali”. E, soprattutto, non saremmo all’altezza della tremenda sfida e delle responsabilità che il cambiamento climatico impone a tutti. Per favorire questa mobilitazione, per dargli il carattere capillare di confronto con cittadini, organi territoriali elettivi, istituzioni e enti pubblici, organizzazioni del lavoro, luoghi di socializzazione, organi di informazione, proponiamo una legge d’iniziativa popolare che assume per l’Italia l’obiettivo di almeno il 55% di riduzione dei gas serra entro il 2030; indica la carbon taxcome mezzo principale per coprire la spesa pubblica finalizzata a quell’obiettivo e abolisce, già dalla prossima legge di stabilità 2021- 2023, ogni forma diretta o indiretta di finanziamento ai combustibili fossili e agli Enti e alle Società che li gestiscono, inclusa la “capacità di generazione” di energia da combustibile fossile. La raccolta di firme per la presentazione della legge può costituire un momento d’informazione e, allo stesso tempo, sollecitare un protagonismo consapevole ed esteso di tutti quale la drammaticità dei tempi richiedeBATTIAMOCI PER “ALMENO IL 55%”!

PRESENTATO IL NUOVO RAPPORTO ISPRA SUI RIFIUTI SPECIALI

E’ stato presentato ieri a Roma presso il chiostro di Santa Maria sopra Minerva del Senato, il XVIII Rapporto “Rifiuti speciali 2019”, il report annuale dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale)/Snpa (Sistema nazionale di protezione dell’ambiente), che fornisce un quadro di informazioni sulla produzione e gestione dei rifiuti speciali. “E’ uno dei prodotti storici dell’Istituto, da qualche anno anche di Snpa, che con oltre 60 indicatori fornisce un quadro completo sui rifiuti speciali a livello nazionale. Tutti i dati sono disponibili sul catasto rifiuti dell’Ispra”, ha dichiarato il presidente di Ispra e Snpa, Stefano Laporta, presentando il report. Il dato che emerge in maniera molto evidente è che in Italia aumenta la produzione nazionale dei rifiuti speciali: nel 2017 sfiora i 140 milioni di tonnellate (quasi il 3% in più rispetto al 2016). A crescere – tra i rifiuti speciali – sono soprattutto quelli non pericolosi con un incremento del 3,1%, mentre quelli pericolosi aumentano solo dello 0,6%. I rifiuti complessivamente gestiti aumentano del 4% e l’Italia si conferma leader nel riciclo segnando un +7,7% delle quantità avviate a recupero di materia, mentre diminuiscono dell’8,4% quelle destinate allo smaltimento. Nel 2017 i rifiuti importati (oltre 6 milioni di tonnellate) sono il doppio di quelli esportati (3 milioni di tonnellate). La quantità maggiore arriva dalla Germania, quasi 2 milioni di tonnellate (dei quali il 96% rifiuti metallici), seguiti da quelli provenienti dalla Svizzera, oltre 1 milione di tonnellate, dalla Francia, 824 mila tonnellate, e dall’Austria, 733 mila tonnellate. Per quanto concerne la distribuzione geografica dei rifiuti speciali è il Nord a produrne maggiormente con quasi 81 milioni di tonnellate. In particolare la Lombardia produce il 22,2% del totale dei rifiuti speciali generati (30,8 milioni di tonnellate) seguita dal Veneto e dall’Emilia-Romagna con circa il 10% della produzione nazionale (rispettivamente pari a 15,1 milioni di tonnellate e 13,7 milioni di tonnellate). Secondo il Rapporto circa 20,2 milioni di tonnellate di rifiuti speciali sono utilizzati, in luogo delle materie prime, all’interno del ciclo produttivo in 1.307 impianti industriali che riciclano il 20% del totale dei rifiuti recuperati a livello nazionale.

IN CORSO A TREVI “L’ORIZZONTE DELLA TRANSIZIONE ENERGETICA”

“L’Ispra è fortemente impegnata come organo di supporto tecnico del ministero dell’Ambiente nella definizione dei dati necessari sia sul Piano Energia e Clima sia per quanto riguarda appunto il recepimento delle direttive sui rifiuti- ha dichiarato il direttore generale dell’Ispra, Alessandro Bratti – C’è questo confronto serrato, soprattutto sulla plastica che va avanti da tantissimo tempo e in più siamo ai tavoli del ministero per il recepimento delle direttive No waste. Ci sono una ventina di gruppi di lavoro che sono partiti dove cerchiamo anche qui di dare un contributo tecnico. E dopo dovremo svolgere una attività di verifica e di controllo successiva in cui come organi controllori siamo anche impegnati per far rispettare le autorizzazioni che vengono in un qualche modo decise”. Dopo la firma da parte del ministro dell’Ambiente Sergio Costa del primo decreto end of waste per riciclare pannolini, il ministero dell’Ambiente sta per inviare all’Ispra la versione definitiva del decreto sui rifiuti da costruzione e demolizione, mentre nei giorni scorsi era stato inviato per l’acquisizione del parere tecnico, lo schema di decreto sulla carta da macero. A margine dell’incontro di Trevi, Bratti ha poi aggiunto: “Siamo fortemente impegnati anche su tutto il fronte del Piano energia e clima sia sull’aspetto inventario delle emissioni di CO2 e quindi un lavoro molto capillare sul Piano energia e clima sia siamo fortemente impegnati tecnicamente nel definire oltre che la Strategia dell’adattamento climatico che è già stata approvata dal ministero, il Piano per cui cercare di tradurre i principi in azione concrete”.

NUOVA RICERCA ISPRA SULLA PLASTICA IN MARE

Dopo aver lanciato più volte grida d’allarme sulle cattive abitudini di turisti e bagnanti e premessa la ferma condanna nei confronti di chi lascia i propri rifiuti sulle nostre spiagge, o che li getta in mare, è interessante scoprire come una ricerca dell’ISPRA, realizzata in collaborazione con i pescatori professionali di Chioggia, abbia dimostrato che due terzi della spazzatura in mare viene da attività marittime come pesca, mitilicoltura e nautica, mentre solo un terzo viene da oggetti di uso comune. In 10 mesi – da luglio 2018 ad aprile 2019 – i pescherecci di Chioggia hanno raccolto oltre 14 tonnellate di rifiuti in Alto Adriatico, successivamente un campione di circa una tonnellata di rifiuti è stata analizzata dai ricercatori ISPRA per determinare tipologia, materiale e possibili fonti degli oggetti trovati, per un totale di più di 7000 oggetti e da  questa analisi è emerso che la plastica rappresenta da sola il 66% in peso dei rifiuti analizzati, seguita da materiale misto (16%), gomma (10%), tessile (5%) e metallo (3%) mentre carta, legno lavorato e vetro non rappresentano insieme neanche l’1% del totale. Sono bottiglie, buste di plastica, lattine e imballaggi alimentari a costituire la maggior parte dei rifiuti (33% del peso totale), il 28% del peso  è riconducibile ad attività di mitilicoltura, in particolare da retine utilizzate per l’allevamento delle cozze, il 22% da attività di pesca commerciale, in gran parte costituiti da pezzi di rete e strutture in gomma e il 16% è costituito da oggetti riconducibili ad attività legate al mare e alla navigazione, come  cime, cavi, parabordi, boe e galleggianti. I rifiuti depositati sui fondali marini provengono in gran parte da terra, arrivando al mare tramite i fiumi, il sistema fognario e dispersi dal vento, altre volte sono invece intenzionalmente gettati. La ricerca rientra nell’ambito del progetto italo-croato ML-REPAIR (REducing and Preventing, an integrated Approach to Marine Litter Management in the Adriatic Sea), di cui ISPRA è partner e che coinvolge la marineria di Chioggia, progetto nato per tentare di arginare l’inquinamento marino: il Fishing for Litter infatti consiste nel facilitare il conferimento a terra, da parte dei pescatori, dei rifiuti che giornalmente restano intrappolati nelle reti durante le attività di pesca. Tuttavia, spiegano gli esperti, la mancanza di un sostegno normativo coerente impedisce una più ampia diffusione di questa pratica. Per approfondire questa tematica l’Università Ca’ Foscari Venezia ha organizzato proprio per oggi in collaborazione con l’ISPRA  il convegno “Il settore della pesca e i rifiuti in mare: strumenti e iniziative”,  che si tiene presso l’Auditorium Santa Margherita dell’Università. L’evento è nel programma del Festival dello Sviluppo Sostenibile 2019.

ISPRA: SOLO UN QUARTO DEI SITI DI INTERESSE NAZIONALE CONTAMINATI E’ STATO BONIFICATO

Solo su un quarto dei 41 Siti di interesse nazionali italiani (Sin), cioè le aree inquinate più grandi e da bonificare, sono stati avviati o completati. Su due terzi di questi siti, è stato fatto soltanto uno studio preliminare. Lo ha rivelato il presidente dell’Ispra (il centro studi del Ministero dell’Ambiente), Stefano Laporta, in audizione alla Commissione bicamerale sulle ecomafie. Con il termine “sito contaminato” ci si riferisce a tutte quelle aree nelle quali, in seguito ad attività umane pregresse o in corso, è stata accertata un’alterazione delle caratteristiche qualitative delle matrici ambientali suolo, sottosuolo e acque sotterranee tale da rappresentare un rischio per la salute umana. “Abbiamo censito 29.700 siti regionali che sono entrati in procedura di bonifica: il 50% di questi ne sono usciti perché sono stati bonificati oppure perché sono state svolte indagini che hanno dimostrato che non erano contaminati” ha aggiunto Fabio Pascarella, responsabile Area siti contaminati dell’Ispra. Ispra, rispetto ai siti regionali, sta lavorando a un “database, implementandolo di anno in anno ed è al lavoro per costruire un applicativo per gestire i dati“. Per quanto riguarda i siti contaminati  Pascarella ha spiegato: “Il nostro ruolo vuole essere il più propositivo possibile – ha spiegato Pascarella – I dati relativi al 2017 riguardo alle aree a terra solo sul 47% delle superfici sappiamo lo stato di avanzamento, nel 66% ci sono piani di caratterizzazione, nel 12% sono stati fatti interventi variabili dalla bonifica alla messa in sicurezza e solo per il 15% il procedimento è concluso. La situazione è simile per le aree a mare”. Secondo i responsabili dell’Ispra ci sono una serie di “criticità” per cui i siti di interesse nazionale non riescono a decollare: “si tratta di siti complessi come contaminazione, c’è la pressione della popolazione e c’è un problema di multiproprietà oltre a molti siti orfani per cui non si riesce a individuare il soggetto responsabile“. I Sin sono in tutte le regione italiane, tranne il Molise. Fra i più noti ci sono la Val Basento in Basilicata, Gela in Sicilia, Crotone in Calabria, Bagnoli in Campania, il fiume Sacco in Lazio, Porto Torres in Sardegna, Terni in Umbria, Porto Marghera in Veneto.

EMISSIONI GAS SERRA: L’ITALIA E’ UNO DEI PAESI EUROPEI CHE NE EMETTE DI MENO

L’Italia è uno dei paesi in Europa che emette meno gas serra dal settore termoelettrico: è seconda solo alla Svezia, e più virtuosa di Germania, Francia, Regno Unito, Spagna e Polonia. Merito dell’elevata percentuale di gas nel mix energetico italiano (47,4%) e della ridotta percentuale di carbone (solo l’11%). Lo rivela una ricerca dell’Ispra (l’istituto di ricerca del Ministero dell’Ambiente)  “Fattori di emissione atmosferica di gas a effetto serra nel settore elettrico nazionale e nei principali Paesi europei”. Il rapporto – come è specificato sul sito dell’ISPRA – esamina l’andamento della produzione elettrica dalle diverse fonti. Sono stati elaborati i fattori di emissione di gas serra e altri contaminanti atmosferici del settore elettrico. I fattori di emissione sono indispensabili per la programmazione e il monitoraggio di misure di riduzione delle emissioni, in relazione alle strategie di sviluppo del settore elettrico e alle misure di risparmio energetico per gli usi finali. Le emissioni di CO2 sono state analizzate attraverso la decomposizione dei fattori determinanti. E’ stata inoltre condotta l’analisi delle caratteristiche dei parchi elettrici nei principali Paesi Europei in relazione al mix di fonti utilizzate, all’efficienza di trasformazione e ai fattori di emissione di gas a effetto serra.

RAPPORTO ISPRA SU EMISSIONE DEI GAS SERRA IN EUROPA

PRESENTATO IERI ALLA CAMERA DEI DEPUTATI L’ANNUARIO DATI AMBIENTALI
L’Annuario dei Dati Ambientali, giunto alla sua sedicesima edizione e presentato ieri alla Camera dei Deputati,  costituisce la più esaustiva e completa pubblicazione ufficiale di dati e informazioni ambientali di livello nazionale. E’ stato realizzato dall’ISPRA in stretta collaborazione con il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA): una banca dati con 306 indicatori, per un totale di 150.000 dati, organizzati in 460 tabelle e 635 grafici. Biodiversità, Clima, Inquinamento atmosferico, Qualità delle acque interne, Mare e ambiente costiero, Suolo, Rifiuti e Agenti fisici. La base informativa a disposizione per l’Edizione 2018 ha permesso la realizzazione di una serie di prodotti editoriali, con informazioni e dati di grande interesse. Ne riportiamo alcuni:
Per tutti gli ulteriori approfondimenti vi invitiamo a visitare il sito dell’ISPRA dove potrete trovare l’intero Annuario