“IN ACQUE PROFONDE” IL NUOVO REPORT DI GREENPEACE

Gli oceani potrebbero subire gravissimi danni dalle estrazioni minerarie in alto mare: è quanto emerge dal Report “In acque profonde” realizzato da Greenpeace international. “È un momento molto difficile per gli oceani del Pianeta minacciati come mai successo prima: pesca eccessiva, cambiamenti climatici, inquinamento (in particolar modo da plastica), trivellazioni –  si legge sul sito della sezione italiana dell’associazione ambientalista – eppure, invece di iniziare a tutelare questo patrimonio naturale e porre un limite alle attività antropiche più distruttive, un settore industriale emergente potrebbe aumentare ancora di più la pressione sulla vita marina: si tratta delle estrazioni minerarie in alto mare. Ad alcuni governi ed aziende sono state infatti concesse licenze di esplorazione per l’estrazione mineraria in ambienti sottomarini ecologicamente sensibili“.  Greenpeace quindi ha chiesto alle Nazioni Unite a stipulare Trattato globale sugli Oceani, che sia in grado di tutelare veramente questi ecosistemi: “È essenziale che i governi si accordino su un trattato ONU abbastanza forte da aprire la strada alla creazione di un network di santuari oceanici inaccessibili ad ogni forma di sfruttamento industriale, inclusa l’estrazione mineraria in alto mare” ha dichiarato Louisa Casson, responsabile della campagna Protect the Oceans di Greenpeace.

In acque profonde

GREENPEACE: REPORT SULLE ROTTE DEI RIFIUTI DI PLASTICA ITALIANI

L’effetto domino innescato dal bando all’importazione di rifiuti in plastica introdotto dalla Cina nel 2018 ha fatto emergere le numerose falle e criticità del sistema di riciclo della plastica su scala globale. Nonostante nel 2018 le esportazioni mondiali siano nettamente calate fino a raggiungere la metà dei volumi registrati nel 2016, nuovi Paesi, principalmente del Sud-est asiatico e non dotati di regolamentazioni ambientali rigorose, sono diventati le principali destinazioni dei rifiuti occidentali. Inclusi quelli provenienti dall’Italia, che risulta tra i principali esportatori mondiali.” E’ quanto emerge dal Rapporto di Greenpeace: LE ROTTE GLOBALI, E ITALIANE, DEI RIFIUTI DI PLASTICA. “Senza interventi urgenti che riducano la produzione – si legge nel Report (che pubblichiamo in fondo all’articolo) – rischiamo di essere sommersi dalla plastica….l’Italia è all’undicesimo posto tra i principali esportatori di rifiuti plastici al mondo: solo nel 2018, abbiamo spedito all’estero poco meno di 200 mila tonnellate di scarti di plastica. Per avere un’idea chiara del nostro export, si tratta di un quantitativo pari a 445 Boeing 747 a pieno carico, passeggeri compresi. Per la precisione, 197 mila tonnellate di plastica hanno varcato i confini italiani lo scorso anno, per un giro d’affari di 58,9 milioni di euro.” Secondo Claudia Salvestrini, direttrice di Polieco, il consorzio nazionale per il riciclaggio dei rifiuti dei beni a base di polietilene, che vigila sul corretto riciclo dei rifiuti di plastica:  “Il diktat cinese ha messo in evidenza un aspetto importante della situazione Italiana, ovvero che l’Italia è carente di impianti di recupero e riciclo“; in Italia, infatti esistono numerosi impianti di piccole dimensioni (che trattano tra le 3 mila e le 5 mila tonnellate/annue), e non più di cinque impianti da 50 mila tonnellate, mentre per risolvere almeno parzialmente il problema dei rifiuti di plastica italiani, sempre secondo la Salvestrini, occorrerebbe migliorare gli impianti di riciclo finali esistenti e aprirne di nuovi. “Con una produzione di plastica in vertiginosa crescita su scala globale, che raddoppierà le quantità del 2015 entro il 2025 per quadruplicarle entro il 2050, il nostro Pianeta rischia di essere sommerso da rifiuti in plastica” commenta Giuseppe Ungherese, responsabile campagna Inquinamento per Greenpeace Italia. “Si stima che ogni anno tra i 4,8 e i 12,7 milioni di tonnellate di plastica finiscano nei mari, al ritmo di un camion al minuto per ogni giorno dell’anno – continua Ungherese – Numeri che, complice l’inefficacia del riciclo – come confermano i dati dell’ultimo rapporto di Greenpeace – sono destinati a peggiorare. Sono necessari interventi urgenti che riducano subito la produzione, soprattutto per quella frazione di plastica spesso inutile e superflua rappresentata dall’usa e getta che oggi costituisce il 40 per cento della produzione globale di plastica

LE ROTTE GLOBALI E ITALIANE DEI RIFIUTI DI PLASTICA

PLASTIC RADAR: SIAMO SOMMERSI DALLA PLASTICA CHE USIAMO SOLO PER QUALCHE MINUTO

Da giugno ad agosto 2018, oltre 3000 persone che hanno a cuore la salute del mare hanno fotografato i rifiuti di plastica abbandonati sulle spiagge della nostra Penisola e hanno inviato le immagini a Greenpeace tramite Whatsapp:  più di 8900 segnalazioni ricevute  specifica l’associazione ambientalista – di cui oltre 6700 valide ai fini della ricerca, per un totale di 3236 partecipanti. Sul sito di Greenpeace è possibile conoscere anche a quali grandi aziende appartengono la maggior parte dei rifiuti di plastica fotografati dai partecipanti al Plastic Radar: San Benedetto S.p.A., The Coca-Cola Company, Nestlé Italiana S.p.A., Ferrero S.p.A. ed Eurospin Italia S.p.A. “La plastica monouso – ricorda Greenpeace –  una volta usata e gettata via non scompare: si deteriora, si frammenta, diventa micro-plastica, nano-plastica… e resta nell’ambiente anche per secoli. A farne le spese sono quasi sempre gli animali, che, scambiandola per cibo, ne muoiono soffocati. Un bicchiere di plastica può impiegare fino a 50 anni per decomporsi in mare, un flacone fino a 400 anni, una bottiglia fino a 500 anni e un contenitore di polistirolo fino a 1000 anni”. Sarà quindi fondamentale anche un forte impegno da parte delle grandi aziende che dovranno necessariamente trovare soluzioni alternative alla plastica.