Rischi ambientali legati allo sfruttamento dei giacimenti petroliferi in Guyana

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(Fonte: lifegate, Maurizio Bongioanni, 24/08/2021) Un nuovo, enorme progetto di trivellazione petrolifera mette a rischio la costa della Guyana, in Sudamerica. Firmato dalla compagnia petrolifera Exxon Mobil, il progetto è stato criticato – come ha rivelato il quotidiano britannico Guardian in un suo articolo firmato a quattro mani con l’organizzazione statunitense Floodlight – per l’inadeguatezza delle misure di sicurezza e per l’impatto che le trivellazioni lascerebbero in eredità alle popolazioni locali.

La sicurezza del sito è talmente precaria che per diversi esperti il disastro è dietro l’angolo. Dal 2008, ExxonMobil ha iniziato a esplorare una vasta area che copre più di 2 milioni di ettari, con perforazioni ad una profondità media di duemila metri. Al largo della costa della Guyana, Exxon stima siano presenti 9 miliardi di barili di petrolio. Entro il 2025 il colosso petrolifero potrebbe arrivare a produrne 800mila al giorno. Superando così di 100mila unità le stime per l’intera produzione di petrolio e gas naturale del più sito di estrazione più ricco degli degli Stati Uniti: il Permiano, che si trova tra Texas e New Mexico. Insomma, grazie a questi numeri, la Guyana diventerebbe la più grande fonte di produzione di combustibili fossili di Exxon.

Guyana, “una vacca da mungere”

La principale critica ruota intorno al rapporto tra Exxon e il governo della Guyana, in cui quest’ultimo è considerato “impreparato” a fronteggiare le richieste della società petrolifera. La Guyana, infatti, è uno dei paesi con il reddito pro-capite più bassodell’intera America meridionale e per questo motivo diverse voci sostengono che Exxon stia approfittando della debolezza del governo ospitante per imporre condizioni favorevoli e “unilaterali”.

Exxon, considerata la prima azienda ad aver scoperto una significativa quantità di petrolio in Guyana, tratterrà infatti l’85 per cento dei proventi: in questo modo, da quando sono iniziate le perforazioni effettive nel 2015, il governo ha ricevuto poco più di 250 milioni di euro contro i quasi 1,7 miliardi incassati da Exxon e soci. Per Exxon si tratta di una ripartizione in linea con il mercato e con gli accordi stipulati con altre nazioni, ma il governo della Guyana – dopo l’inchiesta pubblicata dal Guardian – ha chiesto che venga rinegoziato un nuovo accordo.

Il costo di un barile di petrolio prodotto in Guyana va da 5 a 10 dollari in menorispetto alla media globale. Per questo motivo, la Guyana è per Exxon “una vacca da mungere” il più in fretta possibile, come ha dichiarato il presidente di una società di consulenza coinvolta nell’inchiesta del Guardian: la società, infatti, ha iniziato a produrre petrolio a una velocità doppiarispetto alla media di progetti di queste dimensioni.

“La Exxon rimarrà qui per altri 20-25 anni”, ha affermato Vincent Adams, ex-capo dell’agenzia di protezione ambientale in Guyana. “Dopo aver guadagnato tutto il possibile e essersene andati, saremo noi a dover affrontare tutti i casini”.

C’è il rischio di una nuova Deepwater Horizon

Se a tutto questo si aggiunge il fatto che le condizioni di sicurezza non sono all’altezzadella situazione, il quadro si fa allarmante. A essere in gioco non c’è solo la salute dei lavoratori, ma anche quella dei civili, degli oceani, della biodiversità globale.

Diversi esperti interpellati dal Guardian affermano che nella dichiarazione di impatto ambientale presentata da Exxon nel 2017 mancano le “prove della pianificazione e delle operazioni necessarie per valutare e gestire i rischi associati alle operazioni di esplorazione, produzione e trasporto offshore ad alto rischio”.