Nel link, la presentazione del nuovo libro di Nicola Armaroli

57 Views

Per 69 giorni, dal 9 marzo al 18 maggio di quest’anno, l’Italia di è fermata mettendo in atto l’unica difesa allora possibile contro la pandemia di Covid 19. Aiutato dal silenzio e dalla forzata pausa di riflessione, Nicola Armaroli ha scritto un libro sottile ma denso: “Emergenza energia. Non abbiamo più tempo” (Edizioni Dedalo, 96 pagine, 11,50 euro. Ne parleremo al Festival della Scienza di Genova, ore 15, Palazzo Ducale, il 31 ottobre.

Sull’auto elettrica 
Laurea e dottorato in chimica all’Università di Bologna, 54 anni, Armaroli è dirigente di ricerca al CNR, dove studia nuovi materiali per la conversione in elettricità dell’energia solare. Autore di 200 articoli scientifici, ha diretto gruppi di scienziati a livello internazionale ed è tra i revisori di importanti riviste del settore chimico-energetico. Molto attivo nella divulgazione scientifica, nel 2009 ha vinto il Premio Galileo e dal 2014 dirige la gloriosa rivista “Sapere”, fondata nel 1935. Notizia privata ma con un messaggio pubblico: da due anni guida un’auto elettrica e, conti alla mano, ti dimostra che, nonostante l’investimento iniziale più impegnativo, ci guadagna economicamente, oltre a fare bene all’ambiente.

Se la luce non si accende 
L’energia è la linfa vitale del mondo moderno. Nelle prime pagine Armaroli descrive una giornata senza elettricità: sarebbe una catastrofe, il collasso della civiltà. L’aumento della popolazione mondiale, e ancora di più il miglioramento della qualità della vita a cui giustamente aspirano i paesi in via di sviluppo, pongono il problema di produrre una quantità di energia adeguata, ma senza danneggiare ulteriormente l’ambiente, ormai vicino a una crisi senza ritorno. In sostanza oggi il mondo funziona ancora a combustibili fossili. Petrolio, carbone e metano forniscono l’80% del consumo energetico primario, pari a 17 miliardi di tonnellate l’anno: 9 di carbone, 5 di petrolio e 3 di gas. Sia pure in misura e modi diversi, queste fonti di energia fossile sono le più inquinanti e le principali imputate del cambiamento climatico.

Due secoli bruciati in un anno 

Ogni giorno che passa la tecnologia migliora l’efficienza dei metodi di ricerca e di estrazione dei fossili, ma è chiaro che stiamo parlando di risorse non illimitate, accumulate nel corso di ere geologiche e consumate a un ritmo centinaia di volte più veloce. In un anno, ci ricorda Armaroli, bruciamo due secoli di fotosintesi clorofilliana del Giurassico. La combustione dei fossili libera nell’aria enormi quantità di anidride carbonica, il gas responsabile di circa metà dell’effetto serra. Dall’inizio dell’era industriale ad oggi l’anidride carbonica è passata da 290 a 410 parti per milione e il riscaldamento globale è stato di circa 1 grado. Sarà come minimo di 2-3 gradi nel 2100. Per la fusione dei ghiacci polari e la dilatazione termica dell’acqua, il livello dei mari salirà di circa un metro mettendo nei guai grandi città e patrimoni artistici come quello di Venezia.Viva la fotosintesi 
L’anidride carbonica, il metano e altri gas-serra “chiudono” il sistema energetico della Terra con un muro invisibile che blocca la restituzione allo spazio della radiazione infrarossa, cioè quella “termica”. Ma c’è una buona notizia. Da un altro punto di vista, la Terra è un sistema energetico aperto grazie al fatto che in esso entra luce solare in abbondanza, cioè onde elettromagnetiche a frequenza molto più alta di quelle termiche. Non a caso l’evoluzione biologica ha sviluppato la fotosintesi, che utilizza precise frequenze della luce visibile, e il 97 per cento della biomassa è sotto forma vegetale. Le piante chiudono il ciclo del carbonio e forniscono nutrimento al restante 3% di biomassa animale. La sfida energetica dell’umanità trova dunque nella natura un suggerimento prezioso.

Il re Sole 
All’origine delle energie rinnovabili c’è sempre il Sole, la nostra stella da 4,5 miliardi di anni. E’ la sua energia a sostenere il ciclo dell’acqua da cui si trae elettricità pulita, a mettere in moto le pale eoliche e a far funzionare i pannelli fotovoltaici. Quest’ultima tecnologia, inventata nel 1954 e giunta a maturazione mezzo secolo dopo, è la vera candidata a risolvere in modo definitivo il problema di dare energia al nostro pianeta. I progressi sono stati formidabili. L’efficienza di conversione dei pannelli fotovoltaici ha raggiunto il 20 per cento e si lavora per avvicinarli al limite teorico del 32 per cento. L’efficienza della fotosintesi clorofilliana è inferiore all’uno per cento: in pochi decenni abbiamo imparato a fare venti volte meglio, mentre il costo del kW fotovoltaico è diminuito di 20 volte in 20 anni.

Cinquemila volte il fabbisogno 
Rimangono questioni parzialmente irrisolte, per esempio l’accumulo dell’elettricità prodotta ma non immediatamente consumata e la disponibilità di superfici da coprire di pannelli. In Italia abbiamo 800 chilometri quadrati di tetti e altre aree utilizzabili: basterebbero a soddisfare il 40% del fabbisogno elettrico (oggi il fotovoltaico è all’8%). L’energia che il Sole invia al suolo è cinquemila volte maggiore degli attuali consumi globali, è gratuita e non ha costi “esterni” come i fossili. Anche lo smaltimento dei pannelli usurati non è un problema.

Rischio shale oil 
Le pagine di Armaroli toccano molti altri temi, dalla geopolitica delle fonti fossili alla fusione dei ghiacciai che certifica il rapido cambiamento climatico in atto (+1 grado centigrado nell’ultimo secolo con prospettiva + 2 o 3 °C al 2100), ai danni dei fossili non convenzionali (shale gas e shale oil) che hanno restituito agli Stati Uniti l’autosufficienza energetica. Mi limiterò a segnalare due punti inusuali nella letteratura sull’energia.

Chiudere un periodo storico 
Primo. E’ sbagliato demonizzare carbone, petrolio e gas in modo assoluto come fanno certi ambientalisti: bisogna riconoscere che, fornendo energia comoda e abbondante per più di un secolo, i combustibili fossili hanno permesso lo sviluppo scientifico, culturale e sociale, con la conquista delle conoscenze che ora ci permettono di superare le fonti di energia fossile e i loro guasti. Occorre però maturare una prospettiva storica che circoscriva i fossili in una precisa epoca tecnologica e sociopolitica dell’umanità. Un’epoca che ora, con un atto di responsabilità, siamo chiamati a chiudere nell’interesse comune.

Il lato buono del Coronavirus 
Secondo. Esistono fattori imprevedibili che rendono pericolosamente instabile il sistema energetico fondato sulle riserve fossili. Mentre per decenni si è agitata la minaccia del loro esaurimento, ora sappiamo che le scorte sono ancora enormi ma hanno un costo esiziale per l’ambiente del nostro pianeta. Armaroli riporta le oscillazioni del prezzo del petrolio e dimostra come avvengano in rapporto a eventi del tutto fuori controllo: guerre, terrorismo, accordi e litigi tra i paesi produttori, incidenti nell’estrazione, e infine una pandemia come il Covid 19, che per qualche giorno ha addirittura mandato sotto zero il prezzo del petrolio (-37 dollari al barile nell’aprile 2020: i venditori pagavano i compratori pur di liberarsi del petrolio in eccesso che aveva saturato i depositi mentre i pozzi continuavano a produrre). Eppure nell’estate 2008 il barile aveva toccato i 150 dollari… E’ evidente che una economia così non è governabile. Se il Covid darà la spinta decisiva verso la transizione energetica, almeno una cosa buona l’avrà fatta.  (Fonte: lastampa.it)