La lunga e difficile strada per la decarbonizzazione passa anche attraverso trattati internazionali protezionistici

70 Views

Il Trattato sulla Carta dell’Energia (Energy Charter Treaty – ECT) rappresenta “una seria minaccia per l’obiettivo della neutralità climatica dell’Europa e più in generale per l’attuazione dell’accordo di Parigi“. A sostenerlo stavolta non sono le associazioni ambientaliste ma un nutrito gruppo di parlamentari appartenenti a diversi partiti e Paesi UE. 139 legislatori europei e nazionali, tra cui gli eurodeputati italiani Eleonora Evi, Fabio Massimo Castaldo, Giuseppe Ferrandino, Alessandra Moretti. In una dichiarazione congiunta, il gruppo ha messo a fuoco una delle maggiori preoccupazioni che l’ETC porta con sé ai fini della decarbonizzazione: la lunga storia di privilegi concessi all’industria fossile.

L’Unione Europea e i suo Stati membri lo avevano ratificato con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza energetica comunitaria, garantendo un approvvigionamento continuo di risorse dall’est all’ovest. La peculiarità di questo patto commerciale è la possibilità che offre alle società energetiche di citare in giudizio i governi davanti a tribunali privati. In altre parole, le compagnie possono utilizzare l’ETC per attaccare qualsiasi politica governativa che danneggi i loro profitti. Politiche come l’eliminazione graduale del carbone o la chiusura di centrali inquinanti. E nel caso in cui le società energetiche dovessero vincere la causa, gli Stati sarebbero costretti a pagare loro un cospicuo risarcimento.

Per quanto improbabile possa sembrare uno simile scenario, ad oggi le aziende hanno già utilizzato il Trattato sulla Carta dell’Energia più di un centinaio di volte. E questo è solo il numero di casi resi pubblici. Non sono ovviamente solo le compagnie fossili a ricorre a questo strumento. L’Italia, ad esempio, è finita sotto il fuoco legale quando ha adottato lo spalma-incentivi, applicando un taglio retroattivo ai sussidi conoscessi alle centrali fotovoltaiche.

Secondo quanto riportato da Thomas Dauphin, attivista di Friends of the Earth Europe, gli investitori energetici hanno ricevuto finora 52 miliardi di dollari grazie alla vittoria in questi tribunali privati; e, potenzialmente, potrebbero ricevere altri 32 miliardi con le attuali le cause pendenti.

Che il trattato, così come è stato stipulato, non funzionasse, se ne è accorta anche l’UE. Bruxelles ha avviato un processo di “ammodernamento” dell’ETC; tuttavia le modifiche proposte sinora non riescono a raggiungere il cuore del problema. E se trovare un accordo fra tutti e 27 i paesi dell’UE è un’impresa ardua, lo sarà ancora di più quando si dovrà ottenere l’approvazione all’unanimità fra tutti i 53 firmatari del Trattato, compresi Paesi come Azerbaigian, Turkmenistan e Kazakistan. “Dicono di aver bisogno di più tempo per questo processo”, scrive Dauphin. “Ma in questa emergenza climatica, il tempo è esattamente quello che non abbiamo”.

Una visione condivisa in pieno dai parlamentari firmatari della dichiarazione, secondo cui l’Energy Charter Treaty minaccia l’ambizione climatica comunitaria a livello nazionale e internazionale. “Proteggendo gli investimenti stranieri nei combustibili fossili mediante il controverso meccanismo ISDS (Investor-State-Dispute-Settlement), l’ECT ​​difende gli investimenti nelle emissioni di gas a effetto serra e moltiplica il costo della transizione ecologica”, affermano i deputati

“Chiediamo ai negoziatori dell’UE di garantire che le disposizioni dell’ECT ​​che proteggono gli investimenti esteri nei combustibili fossili siano cancellate e quindi rimosse dal Trattato. Allo stesso modo, le disposizioni ISDS devono essere eliminate o radicalmente riformate e limitate. Se ciò non viene raggiunto alla fine del terzo ciclo di negoziati previsto per l’autunno, chiediamo agli Stati membri europei di esplorare percorsi per ritirarsi congiuntamente dall’ECT ​​entro la fine del 2020“.

(Fonte: rinnovabili.it)