La CCS (Carbon Capture and Storage) divide il mondo ambientalista

73 Views

L’anidride carbonica raccolta dalle imprese potrebbe presto essere raccolta e stoccata sotto il mare, nei giacimenti esauriti di idrocarburi. E’ il progetto al quale lavora l’Eni a largo della coste romagnole. Un argomento su cui si sono già accesi i riflettori degli ambientalisti. Il prossimo 12 maggio, in concomitanza con l’assemblea dell’Eni, Fridays For Future, il movimento dei giovani per il clima di Greta Thunberg, ha organizzato una manifestazione a Ravenna contro il progetto. Lo stoccaggio sottoterra del carbonio è da sempre avversato dagli ambientalisti, quindi la protesta potrebbe ottenere un ampio appoggio, con il rischio che possa trasformarsi in una nuova Tav sull’adriatico. Dall’altra parte però, l’Eni sostiene che l’impianto è sicuro, riduce le emissioni di gas serra e crea occupazione.
La compagnia energetica vuole pompare la CO2 di scarto da produzioni industriali in alcuni suoi giacimenti offshore esauriti. In Italia ogni anno vengono emesse 70-80 milioni di tonnellate di anidride carbonica (principale responsabile del riscaldamento globale) da raffinerie, fabbriche di acciaio, cemento, fertilizzanti, carta. Sono i cosiddetti settori “hard to abate”, quelli più difficili da decarbonizzare. Per spingere le aziende a “ripulire” le loro produzioni, l’Unione europea ogni anno alza le imposte sulla CO2, attraverso il sistema di scambio di quote di emissioni ETS. Decarbonizzare diventa sempre più un’esigenza di bilancio, e per la CCS (Carbon Capture and Storage) si apre un mercato appetibile.
L’Eni sta già realizzando un impianto di stoccaggio del carbonio in giacimenti esauriti nella baia di Liverpool, per decarbonizzare il locale distretto industriale. Un progetto cofinanziato dal governo inglese, che vuole realizzare sette impianti di questo tipo. A Ravenna Eni vorrebbe fare lo stesso, con un investimento di 1 miliardo di euro e la promessa di notevoli ricadute occupazionali. I giacimenti potrebbero ricevere 2,5 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, aumentabili a seconda del mercato, e hanno una capacità complessiva stimata di 500 milioni di tonnellate.
La società sostiene che l’impianto è sicuro: a suo dire i giacimenti esauriti a 3-4000 metri di profondità sono ottimali per la CO2, perché hanno contenuto idrocarburi per milioni di anni, sono isolati da strati di terreno impermeabili e non presentano rischi sismici.
Gli ambientalisti, e i ragazzi di Fridays For Future, la pensano diversamente. Per loro, la CCS è solo un sistema per continuare a usare combustibili fossili e rallentare il passaggio alle energie rinnovabili. Inoltre, lo stoccaggio di CO2 sottoterra presenta rischi di perdite in caso di terremoti.
“Con la promessa delle aziende fossili di compensare le emissioni (alias proseguire con attività inquinanti nascondendo una parte dei gas emessi), si apre una nuova era del Greenwashing – scrive Fridays For Future -. Il CCS di Eni rallenta la reale decarbonizzazione, sottrae altri miliardi alla riconversione del nostro sistema energetico e apre la strada all’era dell’idrogeno, che con sé porta la costruzione di nuovi gasdotti e il potenziamento del monopolio energetico da parte di poche aziende dalla storia inquinata”.

Cos’è la CCS e come funziona. La CCS (Carbon Capture and Storage) è il processo di cattura dell’anidride carbonica prodotta in lavorazioni industriali e il successivo stoccaggio sottoterra, in giacimenti di idrocarburi esauriti o in formazioni rocciose.
Serve soprattutto ad evitare emissioni di gas serra in atmosfera da parte di settori produttivi dove queste emissioni sono difficilmente eliminabili (i cosiddetti “hard to abate”): acciaierie, cementifici, raffinerie, fabbriche di fertilizzanti, cartiere.
Per la cattura esistono diverse tecnologie. La più usata è irrorare i fumi di scarico con una soluzione di ammine, che catturano la CO2 e precipitano al suolo. Le ammine vengono poi riscaldate e liberano l’anidride carbonica pura, che viene raccolta, mentre le ammine vengono riutilizzate.
La CO2 può essere trasportata in condotte, oppure compressa e liquefatta e caricata in autobotti o navi. Quando arriva all’impianto di stoccaggio, viene compressa a 79 atmosfere e iniettata in forma liquida in giacimenti di idrocarburi esauriti, formazioni saline, miniere di carbone non sfruttabili, rocce di scisto, formazioni di basalto. Temperatura e pressione a quelle profondità la mantengono in forma liquida, e gli strati superiori impermeabili impediscono fuoriuscite.
La CCS ha un costo per le aziende: tanto è vero che in questa fase viene spesso sovvenzionata dagli stati, perché la spesa di decarbonizzazione non mandi fuori mercato le fabbriche. In Unione europea, il sistema di tassazione della CO2, attraverso il sistema ETS di scambio delle quote di emissioni, sta portando a oneri sempre crescenti per le imprese: il prezzo della CO2 viene aumentato ogni anno da Bruxelles, per spingere i produttori a decarbonizzare. In questo contesto, la CCS diventa un’opportunità per ridurre il carico fiscale, e questo la rende sempre più appetibile.
La CCS può essere usata anche per la produzione di idrogeno blu: il gas viene ricavato dal metano, e l’anidride carbonica di scarto viene interrata, in modo che l’idrogeno sia a zero emissioni in atmosfera. Altro utilizzo della Carbon Capture è per decarbonizzare la produzione di biometano da scarti agricoli e biomasse. La fermentazione di queste produce biogas: togliendo la CO2 a questo, si ottiene il biometano. La CCS evita che l’anidride carbonica di scarto finisca in atmosfera e faccia effetto serra.
La CO2 delle lavorazioni industriali può anche essere utilizzata per produrre nuovi materiali: è la cosiddetta CCU, Carbon Capture and Utilization. L’Eni ad esempio ha testato un processo per mescolare questo gas con scarti dell’edilizia e produrre cemento di alta qualità. Un impianto produttivo sperimentale sarà realizzato a Ravenna. L’Eni sta studiando anche la coltivazione di alghe con la CO2 di scarto: le piante vengono poi usate per prodotti farmaceutici o biocarburanti. (Fonte: Ansa)