In aumento gli investimenti per il settore idrico e la conservazione dell’acqua, elemento sempre più prezioso per il contrasto ai cambiamenti climatici

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(Fonte: Rinnovavili.it, Tommaso Tetro, 16/06/2021)  Gli investimenti per l’acqua sono in crescita del 17% rispetto al 2017, e riguardano soprattutto interventi per le perdite di rete e la depurazione. E anche se il quadro del settore idrico in Italia mostra ancora un divario troppo elevato sia tra aree del Paese che tra gestioni industriali e comunali (‘in economia’), l’auspicio è che venga colta l’importanza del Piano nazionale di ripresa e resilienza, oltre alla spinta sulla digitalizzazione che l’emergenza coronavirus ha accelerato. Sono questi gli elementi che compongono il nuovo Blue book, la monografia completa sui dati del servizio idrico integrato, realizzato dalla Fondazione Utilitatis, e presentato nel corso del Festival dell’acqua promosso e organizzato da Utilitalia, la Federazione delle imprese idriche, ambientali ed energetiche.

Grazie al trasferimento delle competenze di regolazione e controllo all’Arera, “dopo anni di instabilità – viene raccontato – gli investimenti realizzati hanno registrato una crescita costante a partire dal 2012. Nel 2019 si sono attestati ad un valore pro capite di 46 euro (più 17% rispetto al 2017 quando erano a 38,7 euro)”. Gli investimenti hanno obiettivo prioritario il contenimento dei livelli di perdite idriche che assorbe circa un quarto degli investimenti programmati (25%); seguono, gli investimenti per il miglioramento della qualità dell’acqua depurata (20%) e quelli per l’adeguamento del sistema fognario con il 15%. Molte ancora le differenze nel Paese, dove ci sono “gestioni industriali e ‘in economia’: sono 9 milioni le persone residenti in comuni in cui almeno un servizio (acquedotto, fognatura e depurazione) è gestito direttamente dall’ente locale; in questa tipologia di gestione, gli investimenti si attestano in media a 8 euro per abitante all’anno”.

“Il Piano nazionale di ripresa e resilienza rappresenta una grande occasione per il comparto idrico, ma le risorse stanziate devono essere accompagnate da alcune riforme – afferma Michaela Castelli, presidente di Utilitalia – occorre agire rapidamente sulla governance favorendo la presenza di operatori industriali al Sud”.

I dati sull’acqua potabile

Secondo gli ultimi dati disponibili a livello nazionale il prelievo di acqua potabile ha subito una riduzione dal 2015 al 2018, passando da 9,4 milioni di metri cubi a 9,2 milioni di metri cubi. Questo è “il primo calo negli ultimi 20 anni”. Anche il consumo di acqua potabile pro-capite è in calo, seppur di poco: si attesta intorno ai 215 litri per abitante al giorno, rispetto ai 220 litri del 2015. Ma “nonostante i valori si siano ridotti, il consumo idrico nazionale è comunque elevato se si considera che la media dei Paesi europei ruota intorno ai 125 litri per abitante al giorno”.

Sul fronte fognatura e depurazione, ci sono “ancora alcune criticità rispetto al livello di adeguatezza del sistema alla normativa settoriale: le procedure di infrazione per la mancata o inadeguata attuazione della direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane interessano ancora 939 agglomerati urbani per 29,7 milioni di abitanti. Il 73% delle procedure d’infrazione si concentra soprattutto nel Mezzogiorno, dove in larga parte il servizio è gestito direttamente dai comuni“. Inoltre, “la dispersione di acqua dalle reti rimane consistente” con una media nazionale del 42%; ma in generale “nell’ultimo biennio di rilevazione le perdite idriche risultano in diminuzione” e, contemporaneamente“aumenta l’efficacia dei sistemi di depurazione”.

Secondo l’Ocse – viene spiegato dallo studio – il 70% dell’acqua consumata a livello mondiale è destinata all’agricoltura, il 20% all’industria e il 10% consumo civile. Dati che sono differenti nei vari Paesi: nel caso dell’Italia, per esempio, il 54% dell’uso idrico è destinato all’agricoltura, il 21% all’uso industriale, il 20% all’uso civile e il 5% all’uso energetico. E sempre a detta dell’Ocse la domanda globale d’acqua crescerà del 55% tra il 2000 e il 2050. Per Utilitalia “il ciclo di gestione dell’acqua rappresenta pienamente il paradigma dell’economia circolare. Il settore è in continua evoluzione per migliorare la salvaguardia della risorsa idrica e garantirne il riuso grazie anche al ricorso alle nuove tecnologie”.

Il peso dei cambiamenti climatici sul settore idrico

La lotta ai cambiamenti climatici ha un peso sempre maggiore sulla gestione dell’acqua. In base a un’analisi messa a punto da Utilitalia – fatta incrociando le linee di investimento previste dal Recovery plan con i progetti delle aziende associate che possono rientrare tra quelli da finanziare – “i fondi assegnati nel Piano nazionale di ripresa e resilienza che riguardano le aziende del servizio idrico sono pari a 3,5 miliardi di euro”. Ma “i progetti del settore ritenuti candidabili a essere inclusi nel Piano” arrivano a “un valore” che sfiora i 14 miliardi, per la precisione 13,9 miliardi, “pari cioè a circa 4 volte l’ammontare” delle risorse previste. La discrepanza, tra quello che viene messo in campo e quanto dovrebbe essere investito, di circa 10,5 miliardi.

E soltanto per combattere i cambiamenti climatici “le aziende italiane del settore idrico sono pronte a mettere in campo investimenti per quasi 11 miliardi nei prossimi 5 anni”: 7,8 miliardi dovrebbero essere destinati ad interventi per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento idrico delle città e una maggiore resilienza delle infrastrutture; altri 3,1 miliardi sono stimati per interventi sulle perdite di rete. Per un totale di quasi 11 miliardi per progetti dedicati al clima, con “un potenziale impatto sull’occupazione pari a 133mila nuovi posti di lavoro”. A questi vanno aggiunti anche i 3 miliardi di investimenti per la fognatura e la depurazione.

“Gli eventi siccitosi e quelli alluvionali – spiega il direttore generale di Utilitalia, Giordano Colarullo – non possono più essere considerati eccezionali ma eventi dalla ricorrenza ciclica; devono essere affrontati con processi strutturali sostenibili nel lungo periodo. Serve un massiccio piano di investimenti. Su questo fronte molto bisognerà fare, puntando sull’opportunità storica offerta dal Next Generation EU, e sulla sua capacità di sostenere la ripresa economica in chiave di sostenibilità”.