Il web non è a emissioni zero

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Marzo 2020. Con un terzo della popolazione mondiale confinata in casa, a Milano (città più inquinata d’Europa nel 2008 e stabilmente ai primi posti della classifica) era possibile vedere le papere per strada dalle parti dell’iconica Fondazione Prada, a venti minuti dal centro. A Venezia l’acqua del Canal Grande aveva perso l’aspetto torbido e, a riva, era quasi trasparente: merito dello stop a turismo mordi e fuggi e navi da crociera. In quei primi mesi pare che il livello di rumore sia calato tra il 35% e il 68%, a seconda delle latitudini, e delle abitudini. Gli esperti ammonivano: non durerà. Ma la prima ondata, quella in cui le restrizioni sono state più severe, ha mostrato qualcosa di inaspettato, almeno ai più.

Possiamo considerare questa pandemia come uno dei più grandi esperimenti che l’umanitàabbia mai fatto su sé stessa – dichiara a WiredRiccardo Valentini, professore all’Università della Tuscia e vincitore del premio Nobel per la Pace 2007, guadagnato come membro del board dell’Intergovernmental Panel on Climate Change -.  Abbiamo visto cosa può succedere se allentiamo la morsa sulle risorse del pianetabloccando le emissioni di gas serra e la pressione antropica. E che, quando questo accade, la natura è capace di riappropriarsi degli spazi”.

Una visione condivisa da Francesca Santoro, program specialist dell’Unesco, ideatrice e coordinatrice global del Decennio del mare, iniziativa delle Nazioni Unite per sensibilizzare sul tema della difesa degli oceani. “Ciò che è stato dimostrato chiaramente è che la natura e il mare hanno recuperato in maniera velocissima. Gli effetti del lockdown sono stati rapidi. Vivo a Venezia, dove sono ricomparse specie di pesci che non si vedevano da tempo: in laguna sono stati persino avvistati dei delfini. Chiaramente, vale anche il discorso inverso: basta poco – ammonisce – per tornare ai livelli di prima”.

Anche il cloud inquina

La cesura imposta dai primi mesi di lockdown e il conseguente rallentamento dei ritmi di produzione hanno generato molte aspettative nelle società industriali. Un ambiente migliore, ritmi più personali, una qualità della vita diversa. La ripresa delle attività le ha gelate. Che cosa è rimasto a un anno di distanza? Una domanda urgente in occasione della Giornata mondiale della Terra. Primo: si  è capito che il nemico può essere molto più sottile di fabbriche, automobili e aerei.

Covid-19 ha insegnato al grande pubblico qualcosa che agli esperti era già chiaro: il cloud, e il web in generale, inquinano. Parecchio. E, per quanto paia che una società che fa largo impiego del telelavoro sia comunque preferibile dal punto di vista ambientale, la transizione digitale non è certo a costo zero. Le server farm necessarie a far funzionare la “nuvola” cui ci stiamo abituando sono idrovore energetiche: processori e impianti di raffreddamento consumano come città.

Colpa del lavoro da remoto?  Non solo. Quello che conta davvero è l’utilizzo ricreativo della rete, dalle videocall – schizzate alle stelle –  alle scorpacciate di serie tv passando per il gaming “pesante”. Si stima che nel corso della pandemia il traffico web sia aumentato con picchi fino al 40%: più della metà legati a servizi di video streaming come Netflix e  Amazon Prime. Per dare conto dell’ordine di grandezza, alcune ricerche stimano che ben il 4% della CO2emessa globalmente sia in qualche modo legato al web (tutta l’aviazione assomma al 2,5%, secondo The Shift Project, think tank francese).

La qualità estrema dei video trasmessi si paga cara in termini di impatto ambientale. “A livello globale, in media, ogni gigabyte trasferito consuma 0,06 kilowattora pari, in Italia, ad un’emissione di 21,3 grammi di CO2 in atmosferaspiegava l’anno scorso a WiredPaolo Viganò, carbon e csr manager di Rete Clima (ente del terzo settore). La posta non si salva: è stato calcolato da Ademe, l’agenzia francese per l’ambiente e la gestione dell’energia, che bastano otto e-mail per produrre tanta CO2 quanta un’auto che si sposta per un chilometro.

Effetto trascinamento

Antonio Brunori, segretario generale del Programma di valutazione degli schemi di certificazione forestale Italia, raffredda gli ottimismi. “L’overshoot day, il giorno in cui esauriamo le risorse del pianeta, è arretrato di un paio di settimane nel 2020 – argomenta –. È come se fossimo tornati indietro di qualche anno. Ma in realtà, al di là del calo degli inquinanti a brevissimo termine, bisogna considerare una sorta di  ‘effetto trascinamento’: l’impatto dell’anidride carbonica non si annulla certo in tre mesi (come invece accade per le polveri sottili, che cadono al suolo dopo pochi giorni, ndr)”.

Quello che è cambiato, ed è evidente – prosegue Brunori – è la  sensibilità di alcuni cittadini nei confronti del verde urbano di prossimità, quello vicino casa. Si è alzato il livello di consapevolezza del ruolo della natura nella vita delle persone, e la gente guarda alla copertura arborea con un occhio totalmente diverso rispetto al passato. Ce ne accorgiamo dalle interazioni con il pubblico sui nostri social.  C’è anche un’attenzione nuova alle funzioni turistico-ricreative del verde extraeurbano: è aumentato il numero di persone che hanno iniziato a praticare attività come trekking e camminate. Infine, c’è più verde anche nelle politiche pubbliche e aziendali: ma spesso si parla di piantare alberi come se fosse una panacea. Il problema vero, invece, è gestirli”.

Brunori chiude con una constatazione sull’ortodossia ambientalista, spunto difficile da metabolizzare in un’epoca di semplificazioni, slogan e video virali: “Purtroppo quest’attenzione porta con sé anche aspetti negativi. La focalizzazione pubblica ha generato un aumento delle proteste contro il taglio degli alberi. Proteste che in generale, intendiamoci, sono apprezzabili. Ma esistono situazioni in cui l’eradicazione si rende necessaria per tutelare l’ecosistema. Come quello della cocciniglia tartaruga, un parassita che succhia la linfa delle piante e le uccide. Era a Napoli, adesso è arrivata a Roma. In questo caso l’intervento deve essere radicale: ma sono fioccate le proteste dei comitati”.

Cosa resterà della pandemia a livello ambientale

Nonostante tutto, anche città-camera a gas comeSingapore, Pechino e Bangkok hanno registrato miglioramenti in termini di Pm 2.5 secondo il rapporto sulla qualità dell’aria 2020 di Iqair, azienda che si occupa di sistemi filtranti (qui la mappa, aggiornata in tempo reale).

L’84% di tutti i paesi monitorati ha osservatomiglioramenti, in buona parte dovuti – scrive la società – alle politiche restrittive anti Covid-19. Ma non è bastato a ottenere il semaforo verde dell’Organizzazione mondiale della sanità: solo 24 dei 106 paesi monitorati hanno rispettato le linee guida annuali dell’Oms.

In un gioco di contrasti difficili da interpretare in un quadro unitario, mentre diminuivano i fumi delle fabbriche,  in California, Sudamerica, Siberia e Australia incendi e tempeste di sabbia dovuti al cambiamento climatico hanno mantenuto l’inquinamento a livelli alti. Come nella città di Hotan, Cina nordoccidentale: la più inquinata del mondo proprio a causa delle tempeste di sabbia, un esempio dell’ “effetto trascinamento” citato da Brunori.

La sintesi prova a fornirla Santoro. L’eredità del 2020, secondo la studiosa, “è più simbolica che fattuale. Si è dimostrato che ‘si può fare’, che si può recuperare terreno rapidamente dal punto di vista degli ecosistemi. Insomma, cercando di controllare le nostre attività e di vivere in maniera più sostenibile, gli effetti sull’ambiente ci sono”. Sapremo imparare la lezione?

 (Fonte: wired.it)