I traguardi dell’economia circolare passano anche attraverso la valorizzazione energetica dei rifiuti non recuperabili. I termovalorizzatori sono parte integrante della filiera. Chicco Testa illustra, in questo articolo, i risultati e gli obiettivi italiani

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In questo intervento sulla Staffetta, il presidente di Fise Assoambiente, Chicco Testa, risponde a quanto affermato dal ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, sui social media e in numerose prese di posizione, anche nelle ultime ore, sul tema della gestione rifiuti e in particolare sui termocombustori.

In relazione al recente post del Ministro dell’Ambiente Sergio Costa su Facebook che recita “Sì o no agli inceneritori non deve essere una scelta ideologica, ma tecnica” non possiamo che rispondere “Perfetto, è esattamente quello che il mondo delle imprese del settore ripete da sempre”. Poi c’è la seconda parte del post che dice: “Chi pensa che gli inceneritori servano deve dimostrarlo tecnicamente”. Giusto anche questo. E quindi mi attendevo che nel suo breve speech il Ministro spiegasse perché NON servono. L‘onere della prova tecnica spetta ad entrambe le parti, visto che il Ministro da tempo manifesta la sua contrarietà a questo tipo di impianti. Invece il Ministro non usa alcun argomento “tecnico” come li definisce. Non un numero, un riferimento alla realtà italiana. Anzi ve ne sono 2 di numeri, non propriamente tecnici, ma comunque interessanti. Il Ministro dice che l’autorizzazione per un impianto di questo genere dura dai 5 ai 7 anni. Già… Solo che le tempistiche per le autorizzazioni sono legate principalmente ad aspetti burocratico-amministrativi. E abbiamo ascoltato dal suo Governo in questi mesi ripetere più volte che la semplificazione, l’accelerazione delle procedure autorizzative e la modifica del codice degli appalti sarebbero state il primo punto dell’azione del Governo per fare ripartire l’Italia. Quindi, in primo luogo vorrei fare io a una domanda al Ministro: per quale ragione le procedure autorizzative devono durare 5/7 anni, visto che si tratta di impianti bene conosciuti e che in tutti i Paesi europei vengono autorizzati con tempi infinitamente più brevi? Ma la norma italiana non prevede tempi massimi di 1 anno? Anche perché le faccio presente che questi biblici tempi di autorizzazione, con qualche ottima eccezione, non riguardano solo gli inceneritori, ma praticamente qualsiasi tipologia di trattamenti dei rifiuti compresi gli impianti per il recupero della materia. Per esempio i biodigestori. E il Ministro sa, per non fermarci alla questione inceneritori di quanti nuovi impianti ci sia bisogno, soprattutto per recuperare la frazione umida.

Il secondo argomento “tecnico” riguarda i tempi di ammortamento dell’impianto, che il Ministro stima in 20 anni. Ho consultato alcune aziende, per avere qualche conferma, che gestiscono termocombustori e che hanno presentato progetti per alcuni nuovi impianti dello stesso genere. I loro piani finanziarti prevedono un tempo di recupero attorno ai 12 anni con un WACC piuttosto alto. Visto l’attuale costo del denaro, assai basso, i tempi di ammortamento previsti non superano i 10 anni. La metà dei 20 dichiarati dal Ministro. Pronto a fornire tutti i dati necessari. E in ogni caso l’investimento proposto sarebbe completamente a carico di imprese private le quali si assumono anche il rischio connesso. Il Ministro pensa sinceramente che esse vogliano rischiare centinaia di milioni per partito preso o per posizioni ideologiche? Se sbagliano in tempi di pay-back dell’impianto ne pagherebbero le conseguenze. Senza onere alcuno per le casse pubbliche.

L’ultimo argomento usato dal Ministro, anche in questo caso non suffragato da numeri né dati, è un vago riferimento alla normativa europea, dove la direzione verso l’economia circolare “ci deve dare nei prossimi pochi anni una percentuale così alta di raccolta differenziata da non giustificare i tempi lunghi degli inceneritori”.

Mi permetto allora di ricordare a noi tutti i termini della questione. La normativa europea prevede entro il 2035 (mancano 15 anni, non “pochi anni”) una percentuale giustamente non di raccolta differenziata (RD), ma di riciclaggio del 65%. Il che vuole dire, considerando in modo cautelativo gli scarti della RD, arrivare ad una % di RD di almeno l’80%, con residui che andranno considerati nei fabbisogni impiantistici. Oggi siamo, come media nazionale, al 58,1% di RD. Non di riciclaggio, che è tutt’altra storia e che infatti sta al 45,2%. Che non si avalli ancora lo storytelling per cui fare raccolta differenziata significa automaticamente pensare che essa sarà tutta riciclata. Non è così.

La stessa Direttiva prevede poi un ricorso alle discariche non superiore al 10%. Rimane come è semplice constatare una differenza del 25%. Escludendo il riciclaggio già previsto in percentuali molto alte, escludendo la discarica che sta al massimo al 10%, quali altre tecnologie rimangono disponibili? Evidentemente solo il recupero energetico, che in Italia riguarda oggi il 18% del totale dei rifiuti urbani, con un deficit per raggiungere quel 25% di circa 2 milioni di tonnellate. Basterebbe la realizzazione di un modesto numero di nuovi termocombustori per chiudere il gap. E infatti le Regioni del Nord lo hanno già chiuso. Come la Lombardia che recupera, non solo raccoglie, il 60% dei rifiuti, ne manda in discarica molto meno del 10% e il resto viene indirizzato a recupero di energia, con un bel contributo all’economia circolare.

Aggiungo che andrebbe preso in considerazione un altro fattore. Vale a dire l’insensato turismo dei rifiuti che riguarda quasi tutto il Centro-Sud. Con centinaia di camion che percorrono migliaia di km per portare i rifiuti negli inceneritori e in altri impianti del Nord. Con un impatto ambientale assai più elevato di quello rappresentato dalle modestissime emissioni degli attuali impianti waste-to-energy: si stima che circa 2 milioni di tonnellate di rifiuti all’anno si spostano fra le regioni italiane per mancanza di inceneritori e compostaggi.

Oggi, per restare alla realtà, secondo gli ultimi dati Ispra (2018) gli RSU vengono smaltiti in Italia in questo modo: di 30,2 milioni di tonnellate prodotte, 13,6 vengono effettivamente riciclate (il 45,2 %), ben lontano dal 65% della Direttiva; 6,5 milioni di tonnellate (più gli scarti di RD) vanno in discarica (21/25%), ben oltre gli obbiettivi della Direttiva; 5,5 milioni di tonnellate vanno ad incenerimento (18%). Mancano impianti per circa 2 milioni di tonnellate. L’export di rifiuti urbani all’estero riguarda 465.000 tonnellate, di cui oltre due terzi (380.000) destinati a recupero energetico ed incenerimento in impianti del Nord Europa. Esportiamo una cifra di rifiuti pari a due impianti medi.

Sono calcoli semplici e crediamo di avere “tecnicamente” riposto.

Noi apprezziamo la lotta contro l’illegalità che il Ministro ha intrapreso. Ma ci permetta di sottolineare che quando avremo colmato il gap fra domanda di trattamento e offerta di impianti in regola, tutti gli impianti da quelli per il riciclo alla termocombustione alle discariche, avremo inevitabilmente ridotto lo spazio per traffici clandestini come ha autorevolmente ricordato il Procuratore Nazionale Antimafia nella sua relazione. (Fonte: Staffettaonline)