E’ IMMAGINABILE UN FUTURO PACIFICO PER IL MEDIORIENTE?

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Nuovi e vecchi conflitti infiammano la via della seta, ovvero i territori che si estendono dalle pendici dell’Himalaya e arrivano fino al Mediterraneo. Da sempre questi territori sono stati contesi dai popoli dell’Eurasia per aggiudicarsi la loro ricchezza e la loro funzione di interconnessione tra i due continenti. Come una calamita il Medioriente, quando non è esso stesso un potente impero (gli imperi Persiano, Arabo e Ottomano ad esempio), attira la bramosia delle grandi potenze mondiali, da Alessandro Magno in poi.
La via della seta è oggi un intreccio di interessi multipli, che vanno da quello legato al controllo e alla distribuzione degli idrocarburi estratti in quei territori, al traffico di merci provenienti dalla Cina e dall’India e diretti ai ricchi mercati europei, fino alla guerra per la supremazia tra religioni “concorrenti” o all’interno delle stesse professioni.
Anche se vogliamo fingere di essere indifferenti al dramma in corso in questo momento in Siria (ma allo stesso tempo in tante altre nazioni dello stesso scacchiere), dobbiamo fare i conti con la realtà fatta da un lato dal dramma umano di milioni di profughi e dall’altro, molto più pragmatico, della nuova crescita del prezzo del petrolio che ormai si è tornato ad attestare sui 70 dollari al barile. La coscienza comune occidentale ha ormai acquisito la consapevolezza che lo scopo primo (e ultimo) delle più recenti guerre è da individuare nella linfa vitale del mondo industriale, gli idrocarburi. Ma, allo stesso tempo, molta meno consapevolezza si ha sull’influenza dei nostri comportamenti e atteggiamenti, singoli o di comunità, sulla sorte del nostro e degli altri Popoli.
Si arriverà mai ad una stabilità? E’ immaginabile un futuro pacifico per questi popoli?
Non è certo nei nostri commenti che si possono trovare le risposte, ma di sicuro possiamo affermare che ridurre la dipendenza dagli idrocarburi è oggi una necessità vitale per tutto il mondo industrializzato. Anche chi non crede ai cambiamenti climatici non può negare che i rischi di una crisi energetica indotta dai conflitti in queste aree martoriate sia altamente probabile, e allo stesso tempo non è possibile immaginare un mondo che possa fare a meno del petrolio e del gas mediorientale per lungo tempo e con scarso preavviso. Anche gli USA, per il quale si parla di indipendenza energetica (pur sapendo quanto poco sia reale e quanto sia scarsa la capacità interna di raffinazione), non potrebbero sopperire ai propri consumi se non per breve tempo.
Se vogliamo evitare che la prima risposta ad una crisi energetica possa essere il ritorno al vituperato carbone, questo è il momento per investire e spingere sulle fonti rinnovabili. Tutte, indistintamente. Ma allo stesso tempo non si può rinunciare demagogicamente a diversificare e implementare le nostre fonti di energia primaria (gas naturale in primis) senza incomprensibili veti pseudoambientalisti.
La transizione energetica è in corso e deve essere affrontata con decisione, consapevolezza, competenze e con investimenti importanti. Non sarà facile né indolore, ma può essere il nostro contributo alla pace. (Mario Gugliotta)

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