Cina, Europa e Usa rappresentano il 50% di emissioni a livello globale

99 Views

In questi anni abbiamo imparato che lotta al cambiamento climatico e la transizione energetica vanno di pari passo. Non è possibile raggiungere quell’obiettivo senza intraprendere quell’altro sforzo. Se si guarda alla distribuzione delle emissioni di gas ad effetto serra per Paesi, si nota che il principale responsabile globale è la Cina con circa il 28% delle emissioni totali. Al secondo posto ci sono gli Stati Uniti, con il 14%, mentre l’UE a 27 rappresenta circa l’8%.

 

Seppure i dati sulla distribuzione delle emissioni a livello globale indichino che per affrontare seriamente il problema del cambiamento climatico serve la collaborazione e l’impegno di tutti gli Stati, bisogna tenere presente che le emissioni aggregate di UE, Cina ed USA rappresentano circa il 50% di quelle globali. Dunque, l’azione in ambito climatico ed energetico di questi tre attori, benché non sufficiente da sola, ha un’incidenza molto importante sulla risoluzione o meno del problema.

 

La neutralità climatica al centro dell’azione di UE, USA e Cina

 

L’Accordo di Parigi che stabilisce un regime giuridico internazionale per la regolamentazione del cambiamento climatico, a differenza del Protocollo di Kyoto, non individua un target specifico per la riduzione delle emissioni a carico di determinati Paesi ma adotta un approccio bottom-up lasciando che siano i singoli Stati a definire gli obiettivi e le loro azioni tramite i Nationally Determined Contributions (NDCs). Questi contributi volontari degli Stati devono mirare a raggiungere l’obiettivo dell’Accordo di Parigi, che è quello di mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 °C rispetto ai livelli preindustriali e a proseguire gli sforzi per mantenere tale valore a 1,5 °C.

 

Recentemente, per garantire il raggiungimento di questo obiettivo, alcuni Paesi hanno dichiarato la volontà di raggiungere la neutralità climatica, ovvero l’assorbimento di una quantità di carbonio almeno pari a quella che viene emessa. L’UE, tramite l’adozione di una legislazione vincolante, si è impegnata a raggiungere il traguardo della neutralità climatica entro il 2050, mentre la Cina ha dichiarato di volerla raggiungere nel 2060. Gli USA ancora non hanno fatto nessuna dichiarazione ufficiale in tal senso e non hanno adottato nessun provvedimento normativo, ma il Presidente Biden lo ha promesso in campagna elettorale e i democratici ad inizio marzo hanno depositato il CLEAN Future Act alla Camera dei Rappresentanti. In questa proposta di legge si prevede di fissare come obiettivo nazionale il raggiungimento della neutralità climatica per il 2050, oltre all’obiettivo intermedio di ridurre le emissioni del 50% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2005. Solo alla fine dell’iter parlamentare di questa proposta di legge sapremo se gli USA si aggiungeranno al gruppo di Paesi impegnati nel raggiungimento delle cosiddette “emissioni zero” entro la metà del secolo.

 

La transizione energetica di UE, USA e Cina

 

La trasformazione del sistema energetico, dunque, costituisce un aspetto fondamentale per il raggiungimento della neutralità climatica. Il consumo di energia rappresenta infatti una delle principali fonti di emissioni di gas ad effetto serra che causano il cambiamento climatico. A livello globale, circa il 75% delle emissioni di questi gas dipendono dalla combustione di fonti fossili (carbone, gas e petrolio) che vengono utilizzate per attività umane quali il riscaldamento, la produzione di energia elettrica, il trasporto e l’industria.

I combustibili fossili, nonostante il calo degli ultimi decenni, rappresentano infatti ancora oggi circa l’80% dell’approvvigionamento energetico globale. Gli USA, l’UE e la Cina dipendono ancora in larga parte da queste fonti. La promozione di fonti energetiche sostenibili e rinnovabili costituisce quindi un passo necessario per ridurre le emissioni di gas serra, raggiungere la neutralità climatica e costruire un’economia fondata su basi sostenibili.

 

Che cosa fa la Cina?

 

Bisogna riconoscere che, seppur ancora dipendente prevalentemente dal carbone, il settore energetico cinese negli ultimi anni si sta muovendo in una nuova direzione seguendo l’appello del presidente Xi Jinping per una “rivoluzione energetica” e per la “lotta contro l’inquinamento”.

 

La politica energetica cinese negli ultimi anni ha posto l’accento prevalentemente su elettricità, gas naturale e tecnologie digitali più pulite ed efficienti. La Cina è diventata il mercato leader a livello globale per pannelli solari, turbine eoliche, veicoli elettrici e produce circa due terzi delle celle solari installate in tutto il mondo. Questa svolta green  convive tuttavia con una apparente contraddizione che caratterizza il sistema energetico cinese. Infatti la Cina, oltre a essere il più grande mercato di energia pulita a livello globale, costituisce allo stesso tempo il più grande mercato per il carbone. La Cina brucia in media ogni anno circa metà del carbone utilizzato a livello globale. Secondo i dati dell’Ufficio di statistica nazionale, nel corso del 2020 sono stati estratti circa 3,8 miliardi di tonnellate di carbone, toccando i massimi dal 2015. Secondo i dati dell’EIA, nel 2019 il 58% dell’energia consumata in Cina proveniva da questa fonte. Dati che sembrano contrastare con la volontà cinese di raggiungere la neutralità climatica entro il 2060. Tuttavia, nonostante una ancora forte dipendenza dal carbone, la Cina prosegue il suo cammino verso la trasformazione del proprio sistema energetico.

 

Dall’analisi del 14° piano quinquennale 2021-2025, che fissa le linee guida dell’economia cinese, si evince che non è stato fissato un tetto massimo per le emissioni, ma sono stati individuati dei valori entro cui ricondurre l’intensità energetica e l’intensità di carbonio dell’economia nazionale (rispettivamente il 13,5% e il 18%). Nello stesso documento viene indicato che nel 2025 l’energia rinnovabile dovrebbe costituire il 20% del mix energetico cinese, lasciando così molto spazio al gas su cui la Cina punta molto anche in termini di investimenti infrastrutturali. La posizione nei confronti del carbone rimane volutamente ambigua, comunicando semplicemente che la Cina si impegna a ridurre la propria dipendenza da questa fonte. All’interno della stessa classe dirigente cinese sembra esserci infatti un acceso dibattito riguardo all’approccio da avere rispetto al carbone e, di conseguenza, rispetto alla velocità con la quale il Paese debba intraprendere l’azione per la sostenibilità climatica. Bisogna altresì tenere in considerazione che un’altra fonte su cui la leadership cinese vuole spingere è il nucleare.

 

Che cosa fanno gli USA?

 

L’insediamento dell’amministrazione Biden ha rappresentato un cambio di direzione rispetto all’operato del predecessore per quanto riguarda l’impegno per il contrasto alla crisi climatica e la transizione energetica, che si trovano ora al centro dell’agenda politica della nuova presidenza. Trump rifiutava l’idea di dover far intraprendere agli USA un percorso verso la transizione energetica, promettendo anzi di rilanciare l’industria del carbone e accelerando, prima della fine del suo mandato, la vendita dei contratti per l’estrazione di petrolio e gas in alcune aree protette, come l’Arctic National Wildlife Refuge in Alaska. Il 46° Presidente USA, Joe Biden, ha invece piani completamente diversi. Come traspare dal CLEAN Future Actl’intenzione della sua amministrazione è quella di decarbonizzare il settore dell’energia elettrica e portare il Paese alle zero emissioni nette entro il 2050. Secondo questo piano, l’aumento della quota delle rinnovabili nel mix energetico statunitense e la diminuzione della dipendenza dagli idrocarburi (petrolio e gas) risulterà inevitabile. Questo approccio è ben visibile già dalla firma di uno dei primi ordini esecutivi che ha imposto una moratoria sulle nuove concessioni per l’esplorazione e lo sfruttamento di idrocarburi sui terreni e le acque che ricadono sotto la responsabilità federale degli USA. La nuova amministrazione ha dunque sospeso la possibilità di rilasciare nuove concessioni per l’estrazione di petrolio e gas sul territorio federale.

 

All’interno dell’American Jobs Plan, recentemente lanciato da Biden col fine di modernizzare le infrastrutture e creare “la più resiliente e innovativa economia del mondo”, sono previsti 2 mila miliardi di investimenti da spendere in 8 anniche dovrebbero servire anche a favorire la transizione energetica e a combattere il cambiamento climatico.

 

La transizione energetica, nell’ottica dell’amministrazione USA, assume anche una valenza geopolitica e geoeconomica. Infatti gli USA mirano a contenere l’espansione dell’influenza cineseall’estero, che ai loro occhi avviene anche tramite la corsa al primato nel campo delle tecnologie per le rinnovabili e per la mobilità sostenibile. La Cina, come già visto, detiene già il primato nella produzione di pannelli solari e turbine eoliche ed è il primo mercato per le auto elettriche, ma l’attuale amministrazione USA vorrebbe sfidarla anche su questo terreno.

 

Che cosa fa l’UE?

 

In questi anni l’UE ha promosso una legislazione abbastanza avanzata in materia di sostenibilità ambientale, anche nel settore energetico. La decarbonizzazione del settore è al centro di questo sforzo, come dimostrato dall’adozione del Green Deal europeo in cui le politiche energetiche giocano un ruolo fondamentale.  Le attuali politiche dell’UE mirano infatti a favorire una riduzione del consumo di energia, un aumento dell’efficienza energetica e una maggiore elettrificazione dei settori che fanno ampio uso di energia. Inoltre, laddove l’elettrificazione è impossibile o troppo costosa, la strategia dell’UE mira a promuovere l’utilizzo di combustibili rinnovabili o a basse emissioni di carbonio.

 

Al fine di rendere la propria economia climaticamente neutra entro il 2050, l’UE si è posta degli obiettivi intermedi per il 2030 che prevedono un taglio almeno del 55% delle emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990, almeno il 32% dell’approvvigionamento energetico prodotto da energie rinnovabili e almeno il 32,5% di miglioramento nell’efficienza energetica.

 

Se si tengono in considerazione le politiche, le strategie e piani d’azione adottati risulta chiaro che, in futuro, il sistema energetico dell’UE dovrebbe dipendere principalmente da fonti di energia rinnovabili. In questa direzione va anche la decisione recentemente assunta dalla Banca europea per gli investimenti (BEI) di porre fine ai finanziamenti alle fonti fossili, compreso il metano, a partire dalla fine del 2021, che ha dichiarato inoltre di impegnarsi a sostenere investimenti per circa mille miliardi di euro fino al 2030 in iniziative sul clima sostenendo le fonti rinnovabili.

 

Proiezioni elaborate dalla stessa Commissione Europea indicano che il mix energetico dell’Europa del 2050 sarà composto prevalentemente da energie rinnovabili, da una maggiore diversificazione degli approvvigionamenti energetici e da una minore dipendenza dai mercati dei combustibili fossili, in particolare carbone e petrolio. Nella politica energetica europea viene posta anche grande enfasi sul ruolo dell’idrogeno, come dimostrato dall’adozione della ‘Strategia dell’UE per l’idrogeno’ promossa nell’ambito del Green Deal europeo.

 

Una partita da vincere insieme

 

Il settore dell’energia e le relative politiche dei governi stanno attraversando una fase di profondo cambiamento e ridefinizione anche a seguito della necessità di affrontare la lotta ai cambiamenti climatici e la decarbonizzazione dell’economia. Gli USA, la Cina e l’UE, quali attori principali del sistema internazionale, si trovano al centro di questo processo. Come trend strategico di lungo periodo sembra che tutti e tre gli attori si siano convinti della necessità di puntare sulle energie rinnovabili e diminuire la loro dipendenza dai combustibili fossili; tuttavia permangono alcuni ostacoli nel processo di transizione. I piani di rilancio post-pandemici costituiscono una grande opportunità per proseguire nella trasformazione dei sistemi energetici di USA, UE e Cina rendendo le loro economie climaticamente neutre.

 

Sulla corsa alla neutralità climatica e alla transizione energetica si gioca anche una partita geopolitica e geoeconomica. Ancora non è facile dire chi vincerà questa partita e quali saranno gli esiti, ma dal modo in cui verrà giocata dipenderanno anche le sorti del nostro Pianeta. (Fonte: ispionline)