La Commissione UE che valuta le politiche ambientali giudica l’Italia in ritardo sui target 2030

L’Italia è in linea con gli obiettivi nazionali 2020 per l’aria pulita, ma senza misure aggiuntive mancherà quasi tutti quelli al 2030. E’ quanto emerge dal primo rapporto della Commissione europea sull’applicazione delle nuove norme Ue in materia, entrate in vigore alla fine del 2016. L’Italia raggiungerà gli obiettivi al 2020 su ossidi di azoto, anidride solforosa, ammoniaca e particolato fine (PM2.5) mentre è in ritardo sui composti organici volatili (generati da solventi e trasporti). La situazione si ribalta nelle proiezioni al 2030: le misure attuali saranno sufficienti a raggiungere il solo target per l’anidride solforosa. L’Italia è tra i 9 paesi che non ha fornito dati su uno scenario “con misure addizionali” e tra i 18 che nei piani 2030 non ha dato dettagli sufficienti sulle metodologie, i dati e le ipotesi utilizzate per preparare le proiezioni. La gran parte degli Stati Ue, conclude il rapporto, deve fare più sforzi per raggiungere gli obiettivi di riduzione dell’inquinamento dell’aria al 2020 e al 2030. (Fonte: Ansa)

Le celle a combustibile liquido hanno la possibilità di far progredire l’eletrificazione del settore dei trasporti, senza incidere sulle strutture di stoccaggio e trasporto

L’elettrificazione del settore dei trasporti, uno dei maggiori consumatori di energia al mondo, ha oramai spalancato le braccia alle fuel cell a idrogeno. Negli ultimi anni la tecnologia ha contaminato veicoli leggeri, autobus, camion, treni e persino aerei. Tuttavia, la necessità di trasportare e immagazzinare idrogeno non sempre rende quest’opzione vantaggiosa per tutti e in ogni business case. Una alternativa? Le celle a combustibile liquido diretto.

Si tratta di pile in grado di utilizzare diversi tipi di carburanti liquidi, come ad esempio gli alcoli, senza reforming catilitico (processo che aumenta il numero di ottano di una miscela idrocarburica). In teoria le celle a combustibile liquido diretto potrebbe far progredire l’elettrificazione del settore dei trasporti, senza la necessità di particolari strutture di stoccaggio. Ma la domanda che ci si pone in questo caso è: riescono ad eguagliare le prestazione delle fuel cell a idrogeno, anche in termini di densità di potenza?

La risposta arriva oggi da un nuovo studio della McKelvey School of Engineering della Washington University (USA). Qui un gruppo di ricercatori ha sviluppato una cella ad alta potenza alimentata a boroidruro di sodio (NaBH4) diretto. In realtà, l’impiego di questo composto nelle celle a combustibile non è una novità. Esistono già unità su piccola scala che sfruttano il NaBH4. In questo caso, le molecole vengono decomposte, ai fini della produzione elettrica, in acqua e sodio borato che a sua volta viene recuperato per rigenerare il boroidruro.

La novità del lavoro statunitense sta nell’aver creato una cella a combustibile liquido diretto che funziona al doppio della tensione delle fuel cell a idrogeno convenzionali. Per raggiungere questo risultato, il team di ricerca – guidato da Vijay Ramani – ha identificato una gamma ottimale di portate, architetture del campo di flusso e tempi di permanenza che consentono un funzionamento ad alta potenza.

Questo approccio affronta le sfide chiave di questa particolare pila a combustibile, compresa la mitigazione delle reazioni parassitarie. Nel dettaglio il gruppo ha dimostrato una tensione operativa a cella singola doppia rispetto a quella ottenuta con celle a idrogeno, con potenze di picco vicine a 1 Watt / cm2. Il raddoppio della tensione consente un design più piccolo, più leggero ed efficiente, che si traduce in significativi vantaggi in termini di peso e dimensioni quando si assemblano più celle assieme. E il loro approccio è ampiamente replicabile con altri classi di liquidi. I risultati del lavoro sono stati pubblicati su Cell Reports Physical Science. (Fonte: Rinnovabili.it)

I traguardi dell’economia circolare passano anche attraverso la valorizzazione energetica dei rifiuti non recuperabili. I termovalorizzatori sono parte integrante della filiera. Chicco Testa illustra, in questo articolo, i risultati e gli obiettivi italiani

In questo intervento sulla Staffetta, il presidente di Fise Assoambiente, Chicco Testa, risponde a quanto affermato dal ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, sui social media e in numerose prese di posizione, anche nelle ultime ore, sul tema della gestione rifiuti e in particolare sui termocombustori.

In relazione al recente post del Ministro dell’Ambiente Sergio Costa su Facebook che recita “Sì o no agli inceneritori non deve essere una scelta ideologica, ma tecnica” non possiamo che rispondere “Perfetto, è esattamente quello che il mondo delle imprese del settore ripete da sempre”. Poi c’è la seconda parte del post che dice: “Chi pensa che gli inceneritori servano deve dimostrarlo tecnicamente”. Giusto anche questo. E quindi mi attendevo che nel suo breve speech il Ministro spiegasse perché NON servono. L‘onere della prova tecnica spetta ad entrambe le parti, visto che il Ministro da tempo manifesta la sua contrarietà a questo tipo di impianti. Invece il Ministro non usa alcun argomento “tecnico” come li definisce. Non un numero, un riferimento alla realtà italiana. Anzi ve ne sono 2 di numeri, non propriamente tecnici, ma comunque interessanti. Il Ministro dice che l’autorizzazione per un impianto di questo genere dura dai 5 ai 7 anni. Già… Solo che le tempistiche per le autorizzazioni sono legate principalmente ad aspetti burocratico-amministrativi. E abbiamo ascoltato dal suo Governo in questi mesi ripetere più volte che la semplificazione, l’accelerazione delle procedure autorizzative e la modifica del codice degli appalti sarebbero state il primo punto dell’azione del Governo per fare ripartire l’Italia. Quindi, in primo luogo vorrei fare io a una domanda al Ministro: per quale ragione le procedure autorizzative devono durare 5/7 anni, visto che si tratta di impianti bene conosciuti e che in tutti i Paesi europei vengono autorizzati con tempi infinitamente più brevi? Ma la norma italiana non prevede tempi massimi di 1 anno? Anche perché le faccio presente che questi biblici tempi di autorizzazione, con qualche ottima eccezione, non riguardano solo gli inceneritori, ma praticamente qualsiasi tipologia di trattamenti dei rifiuti compresi gli impianti per il recupero della materia. Per esempio i biodigestori. E il Ministro sa, per non fermarci alla questione inceneritori di quanti nuovi impianti ci sia bisogno, soprattutto per recuperare la frazione umida.

Il secondo argomento “tecnico” riguarda i tempi di ammortamento dell’impianto, che il Ministro stima in 20 anni. Ho consultato alcune aziende, per avere qualche conferma, che gestiscono termocombustori e che hanno presentato progetti per alcuni nuovi impianti dello stesso genere. I loro piani finanziarti prevedono un tempo di recupero attorno ai 12 anni con un WACC piuttosto alto. Visto l’attuale costo del denaro, assai basso, i tempi di ammortamento previsti non superano i 10 anni. La metà dei 20 dichiarati dal Ministro. Pronto a fornire tutti i dati necessari. E in ogni caso l’investimento proposto sarebbe completamente a carico di imprese private le quali si assumono anche il rischio connesso. Il Ministro pensa sinceramente che esse vogliano rischiare centinaia di milioni per partito preso o per posizioni ideologiche? Se sbagliano in tempi di pay-back dell’impianto ne pagherebbero le conseguenze. Senza onere alcuno per le casse pubbliche.

L’ultimo argomento usato dal Ministro, anche in questo caso non suffragato da numeri né dati, è un vago riferimento alla normativa europea, dove la direzione verso l’economia circolare “ci deve dare nei prossimi pochi anni una percentuale così alta di raccolta differenziata da non giustificare i tempi lunghi degli inceneritori”.

Mi permetto allora di ricordare a noi tutti i termini della questione. La normativa europea prevede entro il 2035 (mancano 15 anni, non “pochi anni”) una percentuale giustamente non di raccolta differenziata (RD), ma di riciclaggio del 65%. Il che vuole dire, considerando in modo cautelativo gli scarti della RD, arrivare ad una % di RD di almeno l’80%, con residui che andranno considerati nei fabbisogni impiantistici. Oggi siamo, come media nazionale, al 58,1% di RD. Non di riciclaggio, che è tutt’altra storia e che infatti sta al 45,2%. Che non si avalli ancora lo storytelling per cui fare raccolta differenziata significa automaticamente pensare che essa sarà tutta riciclata. Non è così.

La stessa Direttiva prevede poi un ricorso alle discariche non superiore al 10%. Rimane come è semplice constatare una differenza del 25%. Escludendo il riciclaggio già previsto in percentuali molto alte, escludendo la discarica che sta al massimo al 10%, quali altre tecnologie rimangono disponibili? Evidentemente solo il recupero energetico, che in Italia riguarda oggi il 18% del totale dei rifiuti urbani, con un deficit per raggiungere quel 25% di circa 2 milioni di tonnellate. Basterebbe la realizzazione di un modesto numero di nuovi termocombustori per chiudere il gap. E infatti le Regioni del Nord lo hanno già chiuso. Come la Lombardia che recupera, non solo raccoglie, il 60% dei rifiuti, ne manda in discarica molto meno del 10% e il resto viene indirizzato a recupero di energia, con un bel contributo all’economia circolare.

Aggiungo che andrebbe preso in considerazione un altro fattore. Vale a dire l’insensato turismo dei rifiuti che riguarda quasi tutto il Centro-Sud. Con centinaia di camion che percorrono migliaia di km per portare i rifiuti negli inceneritori e in altri impianti del Nord. Con un impatto ambientale assai più elevato di quello rappresentato dalle modestissime emissioni degli attuali impianti waste-to-energy: si stima che circa 2 milioni di tonnellate di rifiuti all’anno si spostano fra le regioni italiane per mancanza di inceneritori e compostaggi.

Oggi, per restare alla realtà, secondo gli ultimi dati Ispra (2018) gli RSU vengono smaltiti in Italia in questo modo: di 30,2 milioni di tonnellate prodotte, 13,6 vengono effettivamente riciclate (il 45,2 %), ben lontano dal 65% della Direttiva; 6,5 milioni di tonnellate (più gli scarti di RD) vanno in discarica (21/25%), ben oltre gli obbiettivi della Direttiva; 5,5 milioni di tonnellate vanno ad incenerimento (18%). Mancano impianti per circa 2 milioni di tonnellate. L’export di rifiuti urbani all’estero riguarda 465.000 tonnellate, di cui oltre due terzi (380.000) destinati a recupero energetico ed incenerimento in impianti del Nord Europa. Esportiamo una cifra di rifiuti pari a due impianti medi.

Sono calcoli semplici e crediamo di avere “tecnicamente” riposto.

Noi apprezziamo la lotta contro l’illegalità che il Ministro ha intrapreso. Ma ci permetta di sottolineare che quando avremo colmato il gap fra domanda di trattamento e offerta di impianti in regola, tutti gli impianti da quelli per il riciclo alla termocombustione alle discariche, avremo inevitabilmente ridotto lo spazio per traffici clandestini come ha autorevolmente ricordato il Procuratore Nazionale Antimafia nella sua relazione. (Fonte: Staffettaonline)

In Arizona nascondo gli Idro-pannelli solari, che mixano tecnologie vecchie e nuove per produrre acqua potabile tramite energia solare

Aprire le porte della sicurezza idrica per permettere ad un numero sempre maggiore di persone d’avere accesso ad una fornitura d’acqua sicura e costante. Questo l’obiettivo con cui nascono gli idro-pannelli solari di Zero Mass Water, startup dell’Arizona, negli Stati Uniti. La società ha chiuso in questi giorni l’ultimo round di finanziamento tramite vendita di azioni, raccogliendo 50 milioni di dollari da realtà come BlackRock, Breakthrough Energy Ventures e Material Impact Fund.

Le risorse serviranno a far fare un salto di qualità ai Source Hydropanels – gli idro-pannelli solari che la startup produce – una soluzione che mixa tecnologie vecchie e nuove. Ogni unità utilizza moduli fotovoltaici per alimentare dei grossi ventilatori con cui viene raccolta l’umidità atmosferica; l’acqua presente nell’aria passa quindi su un materiale igroscopico. L’energia solare viene anche impiegata per separare l’acqua dal materiale e purificarla, pronta per la successiva mineralizzazione con magnesio e calcio. Il dispositivo è dotato di sensori che monitorano e ottimizzano tutto il processo.

Attualmente, fa sapere Zero Mass Water in una nota stampa, gli idro-pannelli solari Source sono già stati installati già in 45 paesi e oggi la società mira a lanciare iniziative dirette al consumatore, comprese le installazioni di pannelli residenziali. Il nuovo round di finanziamento servirà anche a premere l’acceleratore dell’innovazione. ”L’accesso all’acqua potabile è un diritto umano fondamentale che è spesso troppo costoso, troppo dispendioso e troppo debole“, ha affermato Cody Friesen, fondatore e CEO di Zero Mass Water. “Anche nel mezzo di una pandemia globale, le carenze idriche esacerbate dai cambiamenti climatici continuano a rappresentare una grave minaccia e dobbiamo continuare a creare soluzioni sostenibili. Con questo nuovo round di finanziamenti, siamo in una posizione forte per realizzare la nostra visione di garantire che ogni persona sul pianeta abbia acqua potabile e sicura”. L’ultima installazione realizzata è quella a Bahía Hondita, una piccola area caraibica situata nel nord-est della penisola di Guajira, in Colombia. Il territorio ospita solo 500 persone ma la maggior parte non ha un accesso costante alle risorse idriche. In collaborazione con la Conservation International – Colombia e la stessa comunità della zona, la startup ha installato 149 idro-pannelli solari che dovrebbero produrre ogni mese fino a 22.000 litri di acqua potabile. (Fonte: Rinnovabili.it)

I punti di forza e le possibili criticità del sistema elettrico italiano

L’energia pulita, la tutela del clima e la concorrenza sono frenate da un mercato elettrico ormai superato dalla trasformazione della struttura industriale e tecnologica del settore. È quanto emerso nel corso del webinar “Il futuro del sistema elettrico italiano”, secondo appuntamento dell’Irex Annual Report 2020, che si è svolto oggi. L’Irex Annual Report, giunto alla dodicesima edizione, è lo studio con cui Althesys analizza l’andamento del settore elettrico in Italia, delle aziende attive nelle energie rinnovabili, degli investimenti e dei titoli delle pure renewable quotate in Borsa. L’edizione 2020 è stata presentata in due web conference, in luogo del tradizionale convegno presso il GSE. La prima sessione, sulle strategie delle aziende, si è svolta il 9 giugno; l’evento odierno è stato riservato all’esame del sistema elettrico e delle strategie nazionali.

“Servono segnali di prezzo efficaci per aiutare chi investe in rinnovabili e per rendere flessibile il sistema elettrico – ha detto Alessandro Marangoni, ceo di Althesys, a capo del team di ricerca. – Bisogna ridurre le distorsioni generate da un mercato concepito ormai vent’anni addietro. Il recepimento degli indirizzi europei sul mercato interno dell’energia elettrica sarà un’opportunità per innovare, ma poi bisognerà andare oltre. L’obiettivo – ha aggiunto l’economista – è mettere in pratica quel piano energia e ambiente che, dal confronto internazionale, appare fra i più avanzati in Europa”.

Il nostro Paese ha infatti deciso di dare l’addio al carbone nel 2025, molto prima della Germania (2038) e della Spagna (2030), mentre la Francia, pur prevedendo un phase out più ravvicinato (2022), è alle prese con la lunga e complessa gestione delle centrali nucleari. “L’Italia – ha commentato l’economista – si pone all’avanguardia nella corsa alla decarbonizzazione del sistema energetico, con un piano di chiusura delle centrali a carbone entro cinque anni, ma restano aperte diverse questioni che il sistema energetico è chiamato ad affrontare. Prima fra tutte quella degli impianti di generazione, delle reti e degli accumuli, per le quali è necessario uno sblocco autorizzativo al fine di accelerare i progetti”.

Marangoni ha anche evidenziato che il sistema elettrico italiano potrebbe registrare criticità nell’adeguatezza di breve periodo, specie in estate, nel caso di picchi consistenti, che non potranno essere garantiti dalle centrali termoelettriche sostenute dal capacity market prima del 2022.

L’Italia, nel suo percorsodi chiusura degli impianti a carbone, la cui conclusione è prevista per il 2025, conferma gli obiettivi per le rinnovabili al 30% (elettriche al 55%, termiche al 33,9%). Il PNIEC italiano privilegia il fotovoltaico, con complessità per la sicurezza del sistema e per i segnali di prezzo dati al mercato.

La Spagna è più ambiziosa per quota di energia rinnovabili nel mix energetico: il Plan Nacional Integrado de Energía y Clima 2021-2030 prevede la dismissione del carbone nel 2030, il che colloca il Paese iberico tra i primi al mondo, con il suo 42,1% da fonti non programmabili e rinnovabili elettriche all’85%.

La Francia, nel Plan National Intégré Énergie-Climat che vede il 44% dei consumi primari coperti dal nucleare, mira a un contributo delle rinnovabili pari al 33%.

Il piano della Germania, consegnato a Bruxelles appena pochi giorni fa, evidenzia invece come il Paese sia partito in ritardo, a causa delle dispute interne sull’abbandono del carbone, che copre tuttora oltre il 30% della capacità. Gli obiettivi per il 2030 prevedono un ricorso alle FER elettriche del 65% e per le rinnovabili termiche del 27%.

Forze e debolezze del sistema elettrico italiano:

Il sistema elettrico italiano già nel 2021 potrebbe avere un deficit di capacità nel periodo estivo, a fronte di un picco di domanda di 63 GW. Al tempo stesso, l’emergenza sanitaria ha mostrato un sistema elettrico affidabile, flessibile nonostante una drastica riduzione dei carichi tra marzo, aprile e maggio. Proprio in questo periodo è stato toccato il nuovo minimo storico, inferiore a 17 GW, registrato lunedì 13 aprile.
La decarbonizzazione richiede comunque di rafforzare le infrastrutture di rete e sviluppare gli accumuli, sia batterie che pompaggi idroelettrici. Nei prossimi 20 anni più di un terzo degli investimenti nel settore elettrico in tutta Europa sarà rivolto proprio alle reti, per un ammontare di circa 1.100 miliardi di euro.

A questo bisognerà affiancare un ripensamento del market design, introducendo novità, come per esempio i prezzi dinamici o il superamento del PUN, date le criticità evidenziate dalle analisi del modello NET di Althesys. Gli accumuli vedono il mercato ancora in fase di avvio, dati gli alti costi di investimento e una regolazione in evoluzione.

Le nuove tecnologie consentiranno, poi, di ripensare lo scenario energetico futuro, con lo sviluppo di biometano, P2G e idrogeno che potranno dare un contributo alla decarbonizzazione sia con l’immissione in rete che favorendo la mobilità sostenibile. (Fonte: Rinnovabili.it)

 

Non solo diffusione delle tecnologie verdi ma anche cambio delle abitudini per il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni climalteranti

La Commissione europea si prepara a rivedere al rialzo il suo obiettivo climatico 2030. Quest’autunno l’esecutivo dovrebbe metter mano al target del – 40% per le emissioni CO2 di fine del decennio (previsto dall’attuale normativa), alzando il taglio al 50 o al 55%. La percentuale finale è ancora da difinire, ma un nuovo studio – elaborato da Climat per conto della European Climate Foundation – spiega perché l’UE potrebbe aspirare a qualcosa in più. Il report, intitolato Increasing the EU’2 2030 emissions reduction target, rileva come l’UE-27 potrebbe ridurre le sue emissioni climalteranti del 55% o del 65% entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990. Obiettivi, sottolineano gli autori, raggiungibili persino escludendo interventi sull’uso del suolo, la silvicoltura e sul settore aereo e navale.

Nel dettaglio il documento fornisce 3 percorsi di decarbonizzazione al 2030 che “giocano” su interventi tecnologici e/o sociali: lo scenario Technology-focused, quello Shared Effort e lo Scenario del 65%.

I tre scenari taglia emissioni:

Scenario Technology-focused: il percorso punta ad un obiettivo del -55% emissioni CO2, attraverso la rapida diffusione di tecnologie già conosciute. “Con le giuste politiche e incentivi, è possibile ottenere una rapida e progressiva riduzione in tutti i settori per raggiungere l’obiettivo del 55%. È necessaria un’attenzione particolare da parte dei responsabili politici per consentire una transizione gestita della forza lavoro attraverso l’istruzione, la formazione e un’adeguata pianificazione”.

Scenario Shared Effort: in alternativa si potrebbe raggiungere il 55% attraverso una diffusione più moderata delle tecnologie, ma accompagnata da un miglioramento del nostro stile di vita. Un esempio? Diete più sane e riduzione degli spostamenti non necessari.

Scenario del 65%: La riduzione delle emissioni del 65% entro il 2030 sarebbe possibile sia grazie a una rapida diffusione delle tecnologie verdi che con il miglioramento dello stile di vita. I tagli di fine decennio potrebbero essere ottenuti con diversi livelli di impegno settoriale, nella produzione dell’energia e nell’impiego della tecnologia di cattura e lo stoccaggio del carbonio (CCS) per il settore industriale. Lo scenario sottolinea l’importanza di introdurre leve sociali che potrebbero portare a risultati veloci se i cittadini fossero disposti a fare i cambiamenti richiesti. Si basano in parte su scelte individuali in materia di trasporto, dieta e consumo di prodotti, ma richiedono anche che le nostre società siano organizzate diversamente, con chiare scelte in termini infrastrutturali.

In tutti e tre i casi, gli autori stimano che i tassi di diffusione dell’energia solare e eolica dovranno almeno raddoppiare o triplicare entro il 2030. Per la stessa deadline la domanda di gas dovrà essere almeno dimezzata (rispetto al livello del 2019) e dovrà essere ridotto al minimo qualsiasi investimento in nuove infrastrutture del gas.

I tassi di ristrutturazione degli edifici dovranno almeno raddoppiare o triplicare entro il 2030, e queste ristrutturazioni dovranno essere eseguite in modo molto più approfondito. Ciò richiederà innovazione per digitalizzare e industrializzare la ristrutturazione delle case su larga scala e a costi ragionevoli. Allo stesso tempo, la produzione di calore deve essere decarbonizzata sfruttando tutte le alternative in base alle circostanze locali, come le pompe di calore, il solare termico o il teleriscaldamento.

Tutti gli scenari dimostrano chiaramente che l’industria dell’UE deve cogliere le opportunità dell’economia circolare per raggiungere le zero emissioni nette entro, al più tardi, il 2050.

Il primo parco eolico galleggiante del mediterraneo sarà realizzato al largo delle coste siciliane

Il primo parco eolico galleggiante del Mediterraneo nascerà nel Canale di Sicilia, al largo di Marsala (Tp). L’impianto, chiamato 7Seas Med, sarà composto da 25 pale galleggianti da 10 megawatt ciascuna e sarà invisibile dalla costa siciliana, a una distanza di oltre 35 chilometri da Marsala e altrettanti dalle Egadi, in direzione della Tunisia.

In quello specchio di mare il fondale ha circa 300 metri di profondità e quindi si presta perfettamente per delle turbine galleggianti, mentre sarebbe impossibile installarvi delle normali turbine offshore fisse, che non possono superare una profondità di 50-60 metri, scrive Il Sole 24 Ore.

Il progetto, che comporta un investimento di 741 milioni di euro, è stato sviluppato dalla società danese Copenhagen Offshore Partners con il sostegno del fondo Copenhagen Infrastructure Partners, specializzato in grandi progetti di energia rinnovabile in tutto il mondo, ed è stato presentato prima dello scoppio della pandemia al ministero dell’Ambiente e al ministero delle Infrastrutture. Ora navighiamo nel mare procelloso della burocrazia italiana, ma se tutto andrà bene il programma prevede di avviare il cantiere nel 2023, commenta il progettista Luigi Severini, che ha firmato anche il progetto del parco eolico offshore di Taranto. (Fonte: Ansa)

Cambiamenti climatici e desertificazione, un problema (anche) italiano

“Oggi più che mai, occorre riorientare le nostre azioni, i nostri comportamenti in modo da renderli più sostenibili per conservare la produttività della terra, proteggere la biodiversità e affrontare i cambiamenti climatici. Gestire in modo sostenibile le risorse terrestri che producono cibo, nutrono gli animali e forniscono fibra per abiti, assume un ruolo importante nel ricostruire il rapporto con la natura nella fase post COVID-19. La crisi COVID ha reso evidenti le vulnerabilità dell’uomo e dei sistemi naturali, ed in particolare il modo in cui usiamo le risorse della terra”. Lo scrive il Ministero dell’Ambiente sul suo sito in occasione della Giornata mondiale dell’Onu contro la desertificazione.

“C’è la necessità di ridurre la domanda eccessiva dei terreni naturali – prosegue il Ministero -; evitare gli sprechi alimentari; ridurre la richiesta di acqua per le produzioni alimentari ed industriali; ridurre l’impronta idrica negli allevamenti; equilibrare la domanda di prodotti di origine animale; evitare che aree forestali, che proteggono la biodiversità e combattono il degrado del suolo e la desertificazione, vengano perse a causa della conversione dei terreni per gli usi agricoli, per il pascolo e la produzione di mangimi”.

“Siamo molto interessati alle soluzioni nature-based e land-based – aggiunge il Ministero -. A livello nazionale si stanno integrando, ad esempio, le azioni di lotta alla siccità e alla desertificazione nelle principali pianificazioni settoriali di riferimento. Siamo altresì fermi sostenitori di tutti gli interventi che rientrano nell’ambito delle “Infrastrutture verdi” che possono fornire un ampio spettro di servizi eco sistemici, garantendo la contestuale funzione di tutela del suolo”. (Fonte: Ansa)

ARERA da l’ok alla suddivisione dei costi per la realizzazione della connessione elettrica con la Tunisia: 237 km di cavo sottomarino per il trasporto di potenza fino a 600 MW in alta tensione

Via libera Arera alla suddivisione dei costi di investimento tra Terna e Steg per l’interconnessione Italia-Tunisia.

Con delibera 176/2020 l’Autorità ha approvato la proposta dei due Tso dello scorso 17 aprile 2020, precisando però che la posizione potrà essere rivista, “in particolare a seguito delle decisioni sui finanziamenti da parte della Commissione europea e delle decisioni autorizzative”.

L’investimento previsto per il cavo da 237 km e 600 MW che dovrebbe entrare in esercizio tra il 2026 e il 2027 è di 600 milioni di euro “stimato con un range di incertezza pari a circa il 10%”. Il costo operativo è di 3 milioni di euro all’anno.
Nei due scenari ritenuti più attendibili dall’Autorità, sottolinea la delibera, le valutazioni dei promotori indicano un rapporto benefici/costi per l’intero sistema analizzato pari a 2,58 (scenario DG) oppure a 1,40 (scenario Euco). Per l’Italia, in particolare, si evidenziano benefici netti in tutti gli scenari analizzati e “nella maggior parte degli scenari per la Tunisia”, mentre per gli altri Stati membri dell’Unione Europea “sono presenti, ma inferiori e variabili in funzione degli scenari”

Per il nostro Paese gli impatti sono relativi a: incremento delle rendite di congestione; esternalità positive relative alle altri componenti dell’indicatore di beneficio socio-economic welfare; esternalità positive riguardo la security of supply, ossia la riduzione dei rischi di disalimentazione ed energia non fornita; esternalità negative in termini di incremento delle perdite di rete e possibili trasferimenti economici transfrontalieri determinati dal meccanismo di compensazione tra gestori di sistemi di trasmissione per i flussi transfrontalieri di energia elettrica.

L’analisi costi benefici dei promotori è comunque “conservativa in alcuni elementi, ad esempio nel trascurare il contributo per studi di circa 12 milioni di euro già garantito dalla World Bank e nella scelta del coefficiente di valorizzazione della security of supply per l’Italia”. Utilizzando i coefficienti adottati da Arera e Terna in base alle delibere 627/2016 e 856/2017, “il beneficio security of supply per l’Unione Europea sarebbe superiore a 125 milioni di euro nello scenario DG”. (Fonte: Ansa)