Deludenti i risultati delle Aste del terzo bando FER 1

Non ce la fanno a decollare i nuovi impianti rinnovabili italiani. Anche il terzo bando per l’assegnazione incentivi del DM FER1 si è chiuso con un risultato deludente, e ancor più delle precedenti gare. Basta una veloce occhiata ai dati pubblicati ieri dal GSE per rendersene conto: il contingente di potenza offerto non è stato praticamente toccato. E le offerte di riduzione percentuale sulla tariffa di riferimento sono risultate irrisorie.

Nel dettaglio, il bando aveva messo in gara 1.340,8 MW, tra Procedure d’Asta (936 MW) e di iscrizione ai Registri (404,8 MW); una cifra più alta di quella base stabilita dal DM fer1, in quanto era stata riallocata nel contingente la potenza non utilizzata nel precedente bando. Ma escludendo rinunce, richieste escluse o non rientrate in posizione utile, il numero di pratiche ammesse non ha superato i 433,8 MW, di cui 337 MW nelle Aste e 96,8 MW nei Registri. Non solo. Le percentuali di riduzione per l’Asta, per il Gruppo A (eolico e fotovoltaico), si sono assestate in una forchetta di valori tra il 2,10 e il 7,2%. A titolo di confronto, nel primo bando l’offerta di riduzione massima sulla tariffa di riferimento aveva superato il 30%.

L’insuccesso è ben visibile e la colpa non può essere attribuita solo al delicato periodo storico. Il terzo bando del DM fer1 è stato lanciato il 29 maggio 2020, in un momento quindi di alta emergenza economica, sanitaria e sociale. Tuttavia non erano andate troppo bene neppure le prime due gare: nella prima erano stati assegnati 587,5 MW su 730 MW offerti e nella seconda 521,6 MW su 872,46 MW.

I risultati delle aste

Alle Aste del gruppo A (impianti eolici e impianti fotovoltaici), ha predominato l’energia del vento, sebbene appartenga al fotovoltaico  la maggiore riduzione della tariffa. È andata invece completamene a vuoto la chiamata del gruppo B (impianti idroelettrici e a gas residuati dei processi di depurazione), mentre per il Gruppo C (impianti eolici, idro e gas, oggetto di rifacimento totale o parziale) tutte le richieste appartengono al settore idroelettrico.

Attraverso una nota stampa il GSE ha fatto sapere che le richieste di accesso agli incentivi per gli impianti ammessi dovranno essere presentate tramite il Portale FER-E entro 30 giorni solari dalla data di entrata in esercizio, secondo le modalità del Regolamento Operativo per l’accesso agli incentivi. Pena l’applicazione del cosiddetto “fuori tempo“.

“Le richieste di accesso agli incentivi – ha sottolineato il Gestore – per gli impianti ammessi in posizione utile e già in esercizio, potranno essere presentate a partire dal 25/09/2020 e non oltre il 25/10/2020, per non incorrere nel fuori tempo”.

Inoltre, qualora dalla valutazione dell’ulteriore documentazione inviata dal Soggetto Responsabile nell’ambito della richiesta di accesso agli incentivi e/o acquisita da altri Soggetti (quali, ad esempio, Pubbliche Amministrazioni, Gestori di Rete) dovessero emergere la non sussistenza e/o il venir meno del possesso dei requisiti necessari per l’iscrizione al pertinente Registro o Asta o, nel caso di contingente saturato, dei criteri rilevanti ai fini della formazione della graduatoria (criteri di priorità), il GSE non ammetterà l’impianto agli incentivi.

(Fonte: rinnovabili.it)

Il Recovery plan definirà la situazione energetica e ambientale in Italia

Intercettare i fondi europei Next Generation Eu è fondamentale per rilanciare l’economia italiana dopo la pandemia. Ma come fare? Per mettere a punto un piano di indirizzo parlamentare in vista della redazione del Piano nazionale per la ripresa e la resilienza la commissione Bilancio della Camera ha messo a punto una relazione da sottoporre alle altre commissioni, che detterà tempi e modi per garantirsi in fondi Ue. (QUI LA RELAZIONE INTEGRALE)

COERENZA CON I PIANI IN CORSO

Uno dei nodi fondamentali riguarda l’energia, l’ambiente, il clima e naturalmente la transizione energetica. Su questo punto la commissione Bilancio della Camera evidenzia che “la condizione primaria affinché i progetti presentati siano ammissibili è che essi facciano parte di un pacchetto coerente di investimenti e riforme” e siano “allineati con le Raccomandazioni specifiche indirizzate al Paese dal Consiglio e con le sfide e le priorità di policy individuate nell’ambito del Semestre europeo, in particolare quelle legate alla transizione verde e digitale. È inoltre essenziale che vi sia coerenza tra i contenuti e gli obiettivi del PNRR e le informazioni fornite nel Programma Nazionale di Riforma, nel Piano Energia e Clima (PNIEC), nei Piani presentati nell’ambito del Just Transition Fund e negli accordi di partenariato e altri programmi operativi della Ue”.

ANTICIPARE I PROGETTI MATURI

In particolare, si legge, “gli investimenti nell’ambito del Green Deal per la transizione verde e per affrontare i cambiamenti climatici sono definiti nel Piano nazionale per l’energia e il clima dell’Italia (PNIEC). Essi sono essenziali per far fronte alla minaccia rappresentata dai cambiamenti climatici e, nel contempo, hanno un ruolo fondamentale per la ripresa dell’Italia e per rafforzarne la resilienza”. E infatti, tra le raccomandazioni, si consiglia al nostro paese di “anticipare i progetti di investimento pubblici maturi e promuovere gli investimenti privati per favorire la ripresa economica; concentrare gli investimenti sulla transizione verde e digitale, in particolare su una produzione e un uso puliti ed efficienti dell’energia, su ricerca e innovazione, sul trasporto pubblico sostenibile, sulla gestione dei rifiuti e delle risorse idriche e su un’infrastruttura digitale rafforzata per garantire la fornitura di servizi essenziali”.

IL SETTORE AMBIENTALE

Nelle raccomandazioni del Consiglio Ue del 2020 veniva richiesto all’Italia di adottare provvedimenti nel 2020 e nel 2021 al fine, tra l’altro, di “concentrare gli investimenti sulla transizione verde e digitale, in particolare su una produzione e un uso puliti ed efficienti dell’energia, su ricerca e innovazione, sul trasporto pubblico sostenibile, sulla gestione dei rifiuti e delle risorse idriche”. Nella Relazione per paese relativa all’Italia per il 2020, viene sottolineato che l’Italia “registra buoni risultati per quanto riguarda una serie di parametri chiave di sostenibilità ambientale, in particolare nella lotta ai cambiamenti climatici: il livello di emissioni è significativamente inferiore alla media dell’Ue”. Tuttavia, si legge nel rapporto, “mentre le imprese sembrano aver adottato maggiori misure per affrontare le problematiche ambientali, sarà fondamentale migliorare l’efficienza energetica delle famiglie”. La relazione ricorda inoltre che l’Italia si colloca sopra la media dell’Ue per gli investimenti nell’economia circolare e che è piuttosto avanti nell’integrazione delle considerazioni di natura ambientale nel bilancio e nel monitoraggio dei progressi verso la sostenibilità ambientale.

I FONDI PER LA TRANSIZIONE VERDE

Le nuove iniziative nell’ambito del Pniec e del Green Deal italiano costituiscono infatti “progressi positivi che offrono un sostegno strutturale alla transizione verde”. In proposito viene ricordato che “un fondo specifico sosterrà gli investimenti nell’economia verde, anche mediante garanzie pubbliche”. Per realizzare tale transizione, secondo la relazione, “è fondamentale migliorare l’efficienza energetica nel settore edilizio, promuovere i trasporti sostenibili, favorire l’economia circolare nelle regioni caratterizzate da un ritardo nello sviluppo e prevenire i rischi climatici”. Con riferimento al fondo specifico che “sosterrà gli investimenti nell’economia verde, anche mediante garanzie pubbliche”, la legge di bilancio per il 2020 ha previsto un Fondo per gli investimenti delle amministrazioni centrali (dove sono stati allocati 20,8 miliardi dal 2020 al 2034), a cui si aggiungono il Fondo per il Green New Deal (4,24 miliardi per il periodo 2020-2023) e il Fondo per rilancio degli investimenti per lo sviluppo sostenibile e infrastrutturale dei Comuni (4 miliardi dal 2025 al 2034).

Oltre a tali fondi, sono da prendere in considerazione anche i contributi assegnati ai Comuni per investimenti in progetti di rigenerazione urbana (8,5 miliardi nel 2021-2034) e per la messa in sicurezza degli edifici e del territorio (8,8 miliardi nel periodo 2021-2034), nonché alle Regioni (circa 3,3 miliardi nel periodo 2021-2034) per interventi di viabilità e messa in sicurezza e per lo sviluppo di sistemi di trasporto pubblico.

Nel PNR 2020 il Governo evidenzia che le misure strutturali indicate nella Priorità 5 “Sostegno agli investimenti materiali e immateriali in chiave sostenibile” sono finalizzate a dare seguito, tra l’altro, agli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs), adottati dall’ONU con l’Agenda 2030. In proposito nel PNR viene sottolineato che il Governo è impegnato ad agire su questo fronte con politiche strutturali e congiunturali volte a superare l’attuale emergenza, che includono il sostegno agli investimenti pubblici e privati, nonché il Green and Innovation New Deal, per rendere la sostenibilità ambientale e sociale, l’innovazione e l’economia circolare un forte volano per la crescita e la produttività. Nello stesso PNR viene poi anticipato che, coerentemente con il Green New Deal adottato al livello europeo, le azioni che saranno incluse nel futuro PNRR saranno indirizzate, tra l’altro, a contrastare i cambiamenti climatici, a favorire la riconversione energetica del sistema produttivo, l’economia circolare e la protezione dell’ambiente e che un’attenzione particolare sarà rivolta agli investimenti funzionali alla tutela dell’ambiente e al risparmio energetico, anche ai fini della rigenerazione e valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico.

LE PRIORITA’ DEL GOVERNO

In particolare, nell’ambito del Green new Deal, il PNR2020 indica, tra le altre, le seguenti priorità del Governo: efficienza energetica in campo edilizio; lotta al dissesto idrogeologico; sviluppo di un’industria sostenibile(piano per la plastica); mobilità sostenibile; sviluppo di energia pulita. In merito all’obiettivo di avere un’economia climaticamente neutra entro il 2050,nel PNR 2020 viene ricordato che lo stesso potrà essere realizzato attraverso gli strumenti europei, in particolare il Just TransitionFund (JTF) destinato alla riconversione dei grandi impianti alimentati a carbone e dell’industria pesante, nonché con l’utilizzo dei Fondi strutturali 2021-2027, in primis il FESR. Lo stesso PNR 2020 ricorda che a queste misure strutturali si affiancano quelle congiunturali a sostegno del sistema produttivo e a favore degli investimenti privati volti all’efficientamento energetico e alla produzione di energia da fonti rinnovabili (si richiama, in particolare, il c.d. ecobonus previsto dal D.L. 34/2020). Nel PNR 2020 è inoltre preannunciato l’aumento rilevante di fondi da dedicare agli interventi per la sostenibilità ambientale e sociale, usufruendo anche delle succitate risorse della legge di bilancio 2020, nonché l’individuazione di altri programmi aventi ad oggetto anche la rigenerazione e valorizzazione dei beni demaniali e pubblici. In particolare, sugli edifici della Pubblica Amministrazione Centrale verrà attuato un piano di efficienza energetica con interventi correttivi sugli involucri edilizi e gli impianti. Relativamente al PNIEC, nel PNR 2020 viene ricordato che, per centrare gli obiettivi di decarbonizzazione nonché per la sicurezza energetica, il Governo intende accelerare la transizione dai combustibili tradizionali alle fonti rinnovabili, promuovendo l’abbandono del carbone per la generazione elettrica a partire dal 2025, nonché che è in corso di ultimazione la strategia nazionale di decarbonizzazione a lungo termine, che definirà gli scenari e il percorso per il raggiungimento dell’obbiettivo di neutralità carbonica al 2050. Per il miglioramento dell’efficienza energetica, si farà ricorso a vari strumenti, puntando principalmente sui settori civile e dei trasporti.

INTERVENTI NEL SETTORE IDRICO

Nel PNR 2020, infine, si fa riferimento a un Piano nazionale di interventi volto a rendere maggiormente efficienti e resilienti le infrastrutture idriche per la derivazione, il trasporto e la distribuzione dell’acqua, al fine di garantire la sicurezza dei grandi schemi idrici, ridurre le dispersioni dalle reti e fornire un approvvigionamento idricosicuroe adeguato a tutte le Regioni. “Si ricordano, a tale ultimo riguardo,i commi 516-525 dell’art. 1 della legge di bilancio 2018(L. 205/2017), che hanno previsto -per la programmazione e la realizzazione degli interventi necessari alla mitigazione dei danni connessi al fenomeno della siccità e per promuovere il potenziamento e l’adeguamento delle infrastrutture idriche -l’adozione di un Piano nazionale di interventi nel settore idrico, aggiornato di norma ogni due anni e articolato in due sezioni: la sezione “invasi” e la sezione ‘acquedotti’”.

RISCHIO IDROGEOLOGICO

Nel PNR 2020 si fa inoltre riferimento agli investimenti volti ad attenuare il rischio idrogeologico (richiamando, in proposito il Fondo per il rimboschimento e la tutela ambientale e idrogeologica delle aree interne,) e si sottolinea il carattere fondamentale della valorizzazione dell’attività agricola e della gestione forestale come presidio contro il dissesto idrogeologico, in particolare nelle aree interne. In questo caso la relazione ricorda come con Dpcm del 2019 è stato approvato il Piano nazionale per la mitigazione del rischio idrogeologico, il ripristino e la tutela della risorsa ambientale (c.d. ProteggItalia) e che con la risoluzione sul PNR 2020 la Camera ha impegnato l’esecutivo a conferire, nell’ambito degli interventi del PNRR, un ruolo centrale, tra gli altri, agli interventi del green deal orientati a favorire la transizione ecologica, la decarbonizzazione e lo sviluppo economico e sociale sostenibile, in linea con la piena attuazione dell’Agenda 2030, nonché alle misure di sostegno e potenziamento, in linea con quanto già previsto nel decreto attuativo del Piano transizione 4.0, delle attività produttive della green economy, in coerenza con il modello di economia circolare e con la nuova strategia industriale europea.

In linea con le raccomandazioni espresse in sede europea e con i contenuti del PNR 2020 –volti soprattutto a sollecitare investimenti sulla transizione verde e digitale–nelle Linee guida viene sottolineato che tra gli obiettivi del PNRR figura quello di un Paese più verde e sostenibile, con infrastrutture più sicure ed efficienti, nonché quello di rafforzare la sicurezza e la resilienza del Paese a fronte delle minacce rappresentate dalle calamità naturali e dai cambiamenti climatici. La citata transizione, secondo quanto indicato nelle Linee guida, sarà uno degli assi portanti e prioritari del PNRR a cui sarà destinata la maggior parte delle risorse disponibili.

IL CLUSTER DI INTERVENTI

Sostenere la transizione verde e digitale del Paese è una delle quattro sfide che il PNRR intende affrontare. Tale sfida viene declinata dalle Linee guida nella missione “Rivoluzione verde e transizione ecologica” che a sua volta si articola, in linea con le enunciazioni programmatiche del PNR2020, in un cluster di interventi che dovrà essere finalizzato: a sostenere gli investimenti volti a conseguire gli obiettivi dell’European Green Deal; alle infrastrutture per la graduale decarbonizzazione dei trasporti e alla mobilità di nuova generazione; ai piani urbani per il miglioramento della qualità dell’aria e per la forestazione urbana; al miglioramento dell’efficienza energetica e antisismica degli edifici pubblici; alla gestione integrata del ciclo delle acquee alla tutela della qualità delle stesse; alla protezione dell’ambiente e alla mitigazione dei rischi idrogeologici e sismici;alla riconversione di produzione e trasporto di energiain chiave sostenibile; agli investimenti per l’economia circolare (rifiuti, fonti rinnovabili).

SISTEMA ENERGETICO E TRANSIZIONE VERDE

“In materia di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra ed efficienza energetica, le proiezioni europee attestano positivamente l’operato dell’Italia, che è in linea per raggiungere gli obiettivi fissati per il 2020, mentre ha già superato l’obiettivo per le energie rinnovabili. In particolare, nella Relazione per paese relativa all’Italia 2020 del 26 febbraio 2020, la Commissione europea rileva che entro il 2020 l’Italia avrà ridotto le proprie emissioni di gas a effetto serra del 20%, superando quindi il proprio obiettivo di 7 punti percentuali; inoltre, con una quota di energie rinnovabili pari al 17,78% nel 2018, l’Italia rimane al di sopra del proprio obiettivo in materia di energie rinnovabili per il 2020 (17%). Quanto all’efficienza energetica, a fronte di un obiettivo di consumo di energia primaria dell’Italia per il 2020 di 158 Mtep (124 Mtep espresso in consumo di energia finale), nell’anno 2018 (ultimo considerato dalla Commissione Ue nella Relazione per Paese, il consumo di energia primaria è stato di 147,5 Mtep nel 2018”, si legge nel dossier della Camera.

Gli obiettivi e le tappe del percorso verso una transizione energetica sostenibile sono stati resi più ambiziosi dal Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC), del dicembre 2019. Il PNIEC, che si muove nell’ambito del quadro regolatorio della governance europea per l’energia e il clima ed è funzionale al percorso europeo per la decarbonizzazione (economia a basse emissioni di carbonio) entro il 2050, oltre a stabilire i nuovi obiettivi nazionali al 2030sull’efficienza energetica, sulle fonti rinnovabili e sulla riduzione delle emissioni di CO2, nonché gli obiettivi in tema di sicurezza energetica, interconnessioni, mercato unico dell’energia e competitività, sviluppo e mobilità sostenibile, delinea per ciascuno di essi le misure che dovranno essere attuate per assicurarne il raggiungimento. Il Piano delinea, dunque, una significativa trasformazione, nella quale la decarbonizzazione, l’economia circolare, l’efficienza energetica, l’uso razionale ed equo delle risorse naturali e la ricerca e l’innovazione per soluzioni energetiche climaticamente neutre rappresentano insieme obiettivi e strumenti per un’economia più rispettosa delle persone e dell’ambiente, in un quadro di integrazione dei mercati energetici nazionali all’interno del mercato unico, tenendo in considerazione l’accessibilità dei prezzi e la sicurezza degli approvvigionamenti e delle forniture. Le misure contenute nel PNIEC richiedono dunque investimenti per una loro attuazione e azioni, anche di semplificazione(alcuni interventi semplificativi, finalizzati ad una implementazione dell’utilizzo delle fonti rinnovabili, siano stati affrontati nel D.L. n. 76/2020). Un tema connesso è poi la scarsa propensione agli investimenti nelle tecnologie verdi. L’Italia si colloca infatti al di sotto della media europea per la spesa in ricerca e sviluppo nelle tecnologie finalizzate a migliorare l’efficienza energetica, l’uso delle energie rinnovabili e la salvaguardia dell’ambiente, ammette il dossier.

RINNOVABILI, EFFICIENZA E SOLUZIONI SOSTENIBILI

“L’integrazione intelligente delle energie rinnovabili, l’efficienza energetica e altre soluzioni sostenibili sono alla base dell’obiettivo di un’economia dell’Unione climaticamente neutra perseguito dal Green deal europeo. La transizione è un’opportunità per espandere attività economiche sostenibili che generano occupazione, con una piena mobilitazione dell’industria per conseguire gli obiettivi di un impatto climatico zero – prosegue il dossier -. Peraltro, se da un lato crescono politiche ispirate da una logica di sostenibilità ambientale (energia, appalti pubblici verdi, agevolazioni per gli investimenti verdi), dall’altro anche le imprese private risultano investire maggiormente nell’economia circolare e nella tutela ambientale rispetto al passato. Da rilevare la connessione spesso riscontrata tra investimenti ecologici e crescita delle esportazioni. Appare poi opportuno ricordare che la decarbonizzazione e la modernizzazione delle industrie ad alta intensità energetica, come quelle dell’acciaio, dei prodotti chimici e del cemento è considerata elemento centrale nell’ambito del Green Deal europeo”.

Nel Country Report della Commissione europea di febbraio 2020, sono state formulate le opinioni preliminari sui settori di investimento e sulle condizioni quadro per l’attuazione in Italia del Fondo per una transizione giusta per il periodo 2021-2027. La Commissione osserva in quella sede che l’Italia è il quarto maggiore produttore di gas a effetto serra dell’UE e il suo settore energetico èil principale responsabile al totale delle emissioni di gas a effetto serra, con una quota del 56 % nel 2017. Le cause vengono individuate nelle centrali a carbone e nella produzione di ferro/acciaio, rispettivamente nelle zone di Taranto e del Sulcis Iglesiente. La Commissione pertanto ammette l’utilizzo delle risorse europee per investimenti nella diffusione di tecnologie e infrastrutture per l’energia pulita a prezzi accessibili, l’efficienza energetica e le energie rinnovabili, anche nei siti industriali con elevate emissioni di gas a effetto serra con l’obiettivo di ridurle e investimenti nella rigenerazione e la decontaminazione dei siti, il ripristino del terreno e per i progetti di riconversione industriale.

“Le indicazioni della Commissione hanno trovato un seguito nel Piano nazionale di riforma-PNR 2020 del Governo, in cui si afferma che si intende accelerare la transizione dai combustibili tradizionali alle fonti rinnovabili, promuovendo l’abbandono del carbone per la generazione elettrica a partire dal 2025a favore di un mix elettrico basato su una quota crescente di rinnovabili e, soltanto per la parte residua, sul gas. Quanto agli altri indicatori, ossia energie rinnovabili ed efficienza energetica, per il raggiungimento degli obiettivi 2030fissati dal PNIEC saranno necessari, secondo il Country Report della Commissione UE, ulteriori sforzi. Data la riduzione del costo delle tecnologie per le energie rinnovabili, i costi amministrativi svolgeranno un ruolo fondamentale. Esiste inoltre un potenziale inutilizzato per ridare slancio ai progetti esistenti nel campo delle energie rinnovabili, come l’energia eolica, che, secondo la Commissione,non viene promosso dall’attuale quadro d’intervento”, si legge ancora.

LA RICERCA: BATTERIE E TRASPORTI IN PRIMIS

“Appare inoltre fondamentale l’azione sulla ricerca e l’innovazione nel settore energetico, già indicata dal Governo nel PNR 2020, promuovendo la finalizzazione delle risorse e delle attività allo sviluppo di processi, prodotti e conoscenze, anche coinvolgendo le imprese a partecipazione pubblica attive nell’energia e nella transizione ecologica su progetti strategici di transizione energetica – si legge nel dossier -. A tale proposito, appare opportuno ricordare come, la transizione verso un trasporto efficiente a basse emissioni e un’economia energetica sostenibile, è un obiettivo possibile –come dimostrano i trend di penetrazione delle fonti rinnovabili e mobilità elettrica -ma richiede mezzi specifici per lo stoccaggio di energia. Oggi le batterie di nuova generazione forniscono soluzioni importanti per raggiungere l’obiettivo generale dell’elettrificazione del sistema di trasporto e l’integrazione dei sistemi di accumulo dell’energia. Tuttavia, in previsione dell’incremento delle esigenze di stoccaggio -in uno scenario sempre più caratterizzato da rinnovabili e mobilità elettrica-occorre aumentare la capacità di stoccaggio, nonché garantire la sostenibilità ambientale ed economica delle batterie, attraverso investimenti in ricerca, sviluppo e innovazione, al fine di individuare nuove soluzioni tecnologiche che consentano di abbattere i costi e avvicinare il mondo della ricerca a quello della industria innovativa”.

LA MOBILITA’ ELETTRICA

“In questa direzione si muove il progetto EUBAT in che intende favorire la nascita di una filiera nazionale ed europea per batterie innovative e la sostenibilità dei relativi cicli produttivi e d’uso. Nel corso delle audizioni svolte presso la X Commissione, è stato espressamente sollecitato lo stanziamento di ulteriori adeguate risorse per la partecipazione delle imprese italiane agli IPCEI (Importanti progetti di interesse comune europeo), con particolare riferimento alle batterie 19.Per la mobilità sostenibile, sia nel trasporto pubblico che in quello privato, appare opportuno un rinnovo dei mezzi di trasporto e il raggiungimento dell’obiettivo di 6 milioni di auto elettriche entro il 2030. Nel corso delle audizioni svolte presso la X Commissione, è stato sollecitato lo stanziamento di adeguate risorse per il potenziamento delle infrastrutture di ricarica dell’auto elettrica”, si legge nel report.

L’IDROGENO

“Infine, lo scorso 8 luglio 2020, la Commissione Europea ha lanciato la strategia europea sull’idrogeno, ponendosi l’obiettivo di installare almeno 40 GW di elettrolizzatori e produrre 10 milioni di tonnellate di idrogeno verde entro il 2030. Si tratta di un tema nuovo che offre al nostro Paese una interessante prospettiva di sviluppo. L’Italia, per ragioni riconducibili alla posizione geografica, alla caratteristica della rete di distribuzione del gas e alle competenze presenti e attivabili nel settore può giocare un ruolo di leader a livello continentale in questa produzione innovativa, destinata a rivestire un ruolo principale per conseguire l’obiettivo della neutralità delle emissioni energetiche entro il 2050. Oltretutto è immaginabile la costituzione di una importante filiera produttiva: il valore cumulato della produzione delle filiere connesse all’idrogeno, considerando effetti diretti, indiretti ed indotto, nel periodo 2020-2050 è stimato tra 890 e 1.500 miliardi di euro. In termini di contributo al PIL, è stato previsto un valore aggiunto (diretto, indiretto e indotto) compreso tra 5 e 7,5 miliardi di euro al 2030 e tra 22 e 37 miliardi di euro al 205022. Il contributo all’economia riguarda anche un importante effetto di creazione di nuovi posti di lavoro, raggiungendo tra impatti diretti, indiretti e indotti un valore compreso tra 70.000 e 115.000 posti di lavoro al 2030, un numero che si alza ulteriormente guardando al 2050, con una forbice compresa tra 320.000 e 540.000 posti di lavoro generati. Non meno trascurabile il ruolo che potrebbe discendere dalla possibilità di divenire uno snodo centrale della distribuzione di energia da idrogeno, grazie alla presenza di una rete capillare per il trasporto di gas, inclusi i collegamenti con il Nord Africa. Sfruttando l’infrastruttura esistente, l’Italia potrebbe infatti importare l’idrogeno prodotto in Nord Africa attraverso l’energia solare ad un costo del 10-15% inferiore rispetto alla produzione domestica”.

GLI ALTRI SETTORI

“Con riferimento al settore energetico, le Linee guida per la definizione del Piano nazionale di ripresa e resilienza legano l’evoluzione del sistema alla rivoluzione verde e alla transizione ecologica. Così la riduzione delle emissioni di gas serra, l’aumento della quota di energia soddisfatta con fonti rinnovabili, il miglioramento dell’efficienza energetica sono strumento per arrivare alla neutralità climatica entro il 2050. Viene così prospettato un ampio programma di investimenti, mirati alla de-carbonizzazione, ad una drastica ridefinizione del settore dei trasporti e al potenziamento delle fonti rinnovabili. Altri obiettivi strategici appaiono il miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici, degli stabilimenti produttivi e delle strutture sanitarie. Nel corso dell’audizione del Ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli, svoltasi lo scorso 9 settembre, ha sottolineato il ruolo strategico dello sviluppo dell’energia prodotta da idrogeno, con attenzione agli interventi di sostegno all’idrogeno verde prodotto da fonte fotovoltaica, considerata la sua economicità. Con riferimento al PNIEC, il Ministro ha indicato come priorità la promozione dell’autoproduzione collettiva di energia elettrica rinnovabile, l’adeguamento della rete elettrica alle esigenze future e la modernizzazione della rete distributiva di carburanti con l’installazione di ricariche elettriche veloci ed ultra veloci”, ha evidenziato il report

RESILIENZA ENERGETICA E DIFESA

Si segnala, infine, “il rilievo che le richiamate Linee guida attribuiscono al tema della resilienza energetica e alla prospettazione di un ampio programma di investimenti nel campo del potenziamento delle fonti rinnovabili e al miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici, degli stabilimenti produttivi e delle strutture sanitarie. A tal proposito si fa presente che il tema della resilienza energetica e dell’efficientamento energetico hanno assunto da tempo un particolare rilievo nel settore della Difesa che ha recentemente avviato il percorso verso la definizione della Strategia Energetica della Difesain linea con i documenti programmatici nazionali in materia. L’energia costituisce, infatti, un aspetto estremamente vulnerabile per le capacità operative dello strumento militare, e ciò assume tanto più rilievo in considerazione della diffusione degli apparati e dei principi cardine della c.d. Internet of Things(IoT) anche nel settore energetico e della conseguente accresciuta necessità di proteggere le infrastrutture critiche della Difesa dalle crescenti minacce di natura cibernetica In relazione al tema della sicurezza energetica il Ministro della Difesa pro tempore, in data 26 luglio 2018, ha fatto presente alle Commissioni difesa congiunte della Camera e del Senato, che il tema della sicurezza energetica “si pone come condizione basilare per garantire la sicurezza nazionale. Nel medio e lungo termine la Difesa italiana mira al raggiungimento di elevate capacità di resilienza energetica, produzione e approvvigionamento da fonti sostenibili tali da assorbire e mitigare gli effetti dovuti a eventuali attacchi o a calamità e assicurare il mantenimento della capacità e della prontezza operativa dello strumento militare, sia in Patria che nei teatri operativi. In particolare, nel settore delle infrastrutture, a partire dai siti a valenza strategica, l’intento è la realizzazione di distretti energetici intelligenti (definiti smart military district)nei quali sia massimizzato il ricorso all’autoconsumo e la gestione dei flussi energetici avvenga in tempo reale in un alveo certo di cyber security. Proprio al fine di potenziare gli interventi e le dotazioni strumentali in materia di difesa cibernetica, nonché rafforzare le capacità di resilienza energetica nazionale, la legge di bilancio 2019 (articolo 1, comma 227, legge n. 145/2018) ha istituito, nello stato di previsione del Ministero della difesa, un apposito Fondo”, ha concluso il dossier. (Fonte: energiaoltre)

Un ruolo importante, nella transizione verso l’energia pulita, è svolto dalle batterie

 

La promessa è di garantire un accesso universale all’energia. Un’energia però più pulita. Non c’è più tempo da perdere, il mondo è allo stremo e il cambiamento climatico è una realtà. E così, negli ultimi anni abbiamo registrato la crescita massiccia degli investimenti in fonti rinnovabili e la parallela discesa dei costi delle tecnologie pulite (mentre il carbone ha perso la sua competitività in molti Paesi rispetto all’eolico e al solare). Insomma, la perenne corsa energetica globale ha sempre più un volto green. Almeno negli intenti.

Il boom del settore delle batterie

Un ruolo chiave nella transizione verso l’energia pulita potrebbe essere svolto dalla rapida crescita dell’innovazione nel settore delle batterie. Secondo uno studio congiunto dell’Ufficio Europeo dei Brevetti (EPO) e dell’Agenzia Internazionale dell’energia (AIE), pubblicato il 22 settembre 2020, negli ultimi 10 anni le invenzioni relative allo stoccaggio di elettricità hanno mostrato una crescita annua del 14%. Un ritmo quattro volte più velocemente della media di tutti i settori tecnologici. Sempre secondo il rapporto, le batterie contano da sole per quasi il 90% di tutte le attività brevettuali nel campo dello stoccaggio di elettricità. La crescita dell’innovazione è spinta soprattutto dai progressi nel settore delle batterie ricaricabili agli ioni di litio (Li-ion) utilizzate nei dispositivi elettronici di consumo e nelle auto elettriche. Ed è proprio la mobilità elettrica a favorire lo sviluppo di nuovi prodotti chimici agli ioni di litio per migliorare la potenza, la durata e la velocità di carica/scarica, oltre alla riciclabilità e alla capacità di integrare, nelle reti elettriche, maggiori quantità di energia rinnovabile come quella eolica e quella solare.

Brevetti: il primato della aziende asiatiche

Ma quali sono i Paesi sul podio per nuovi brevetti richiesti? Lo studio rileva che Giappone e Corea del Sud battono Europa, Cina e Stati Uniti per numero di brevetti internazionali. Tra il 2000 e il 2018, in Europa è stata la Germania il Paese che ne ha richiesti di più (5080), distanziando notevolmente ogni altro Paese europeo. La Francia, che è seconda, si ferma a 1354 brevetti, mentre il Regno Unito è a soli 652. Nel medesimo periodo, l’Italia ha contribuito con 263 richieste di brevetti internazionali (il 40% dei quali sono stati avanzati tra il 2014 e il 2018 evidenziando un trend in crescita negli ultimi anni).

Il mercato delle batterie dovrà crescere 50 volte entro il 2040

Naturalmente, all’aumento della richiesta corrisponde un significativo calo dei prezzi delle batterie (si parla di circa il 90% dal 2010 a oggi nel caso delle batterie agli ioni di litio per i veicoli elettrici e circa due terzi nello stesso periodo rispetto alle applicazioni fisse, inclusa la gestione della rete elettrica). E torniamo così al problema iniziale: il raggiungimento degli obbiettivi climatici e di energia sostenibile previsti. Secondo lo Scenario per lo sviluppo sostenibile della AIE (l’Agenzia, va ricordato, fornisce dati, analisi e raccomandazioni autorevoli su tutti i combustibili e tutte le tecnologie e aiuta i governi a formulare politiche per un futuro sicuro e sostenibile), entro il 2040 avremo bisogno di quasi 10 mila gigawattora di batterie e altri sistemi di accumulo dell’energia. In soldoni, qualcosa come 50 volte le dimensioni del mercato attuale. (Fonte: corriere.it)

L’emergenza Covid non deve far passare in secondo piano quella climatica, venerdì 25 settembre riprendono i Friday for Future ispirati da Greta Thunberg

Due pugni chiusi, uniti per i polsi, con il pollice alzato. Ci sarà anche questo nuovo simbolo, dedicato ai Mapa (Most Affected People and Areas), in generale le persone che vivono nei luoghi del sud del mondo e colpite in maniera più grave dalla crisi climatica, nel ritorno in piazza annunciato dai ragazzi di Fridays For Future. I giovani ispirati da Greta Thunberg, in tutto il mondo, per la prima volta dopo l’inizio della pandemia, torneranno a protestare nelle piazze del Pianeta per chiedere giustizia climatica e azione da parte dei governi con un piano di contrasto efficace nella lotta al riscaldamento globale.
L’appuntamento, ovunque, è fissato per venerdì 25 settembre. Torneranno i cartelli, gli slogan, i cortei e le manifestazioni (nel rispetto delle norme anti-Covid) in centinaia di città, Italia compresa. Da noi, un grande sciopero per il clima generale è atteso anche due settimane dopo, il 9 ottobre. Due appuntamenti, voluti e ideati dagli studenti, per invitare tutti a riflettere su un mondo in cui la crisi climatica viaggia a velocità elevate rimarcando sempre di più le divisioni ambientali e sociali.
In questi giorni il rapporto Oxfam ci ricorda come l’1% più ricco del pianeta inquina il doppio della metà più povera. Secondo il report 63 milioni di persone hanno emesso il 15% di CO2 mentre la rimanente popolazione, 3,1 miliardi di persone, solo il 7%.
Dati che raccontano un Pianeta diviso in cui le politiche per contenere le temperature medie globali al di sotto dell’innalzamento di 1,5°, decise dagli Accordi di Parigi, sembrano ancora lontane dall’essere efficaci, nonostante gli impegni per esempio europei del New Green Deal. La protesta, mira in particolare a ricordare come alcuni dei Paesi più ricchi e industrializzati, dagli Usa alla Cina, a causa delle loro economie e produzioni continuano a contribuire al surriscaldamento mettendo sempre più in crisi i Paesi più poveri, in particolare quelli del sud del globo.

I giovani, mentre ricordano che nei Paesi dove si sta registrando un allarmante aumento dei contagi saranno previste delle proteste online, spiegano che  la pandemia ci ha mostrato come i politici hanno il potere di agire rapidamente e coerentemente di fronte a un’emergenza, e anche la crisi climatica “va trattata come tale”.
“Abbiamo bisogno che i leader mondiali diano la priorità all’umanità sull’avidità. I giovani si uniranno, ancora e ancora, ogni volta più strategici e uniti che mai” ha ricordato ad esempio Disha Ravi di Fridays For Future India.
A guidare e ispirare la protesta, in quest’anno dove il Covid ha fatto slittare anche il delicato appuntamento della Cop26 di Glasgow, decisivo per unire i governi mondiali nella lotta al surriscaldamento, saranno ancora una volta Greta e i coordinamenti di Fridays for Future impegnati in prima linea nella protesta.

“Siamo in un’emergenza globale che riguarda tutti noi. Tuttavia, non tutti ne stanno subendo le conseguenze allo stesso modo” ha ricordato Greta rimarcando le differenze fra i vari Paesi e invitando tutti i ragazzi a manifestare mostrando il simbolo dei pugni chiusi e uniti come immagine di solidarietà e speranza per i “Mapa”.

Infine, va ricordato che la grande manifestazione che si terrà il 25 settembre arriva proprio un anno dopo una delle prime grande proteste globali da parte dei giovani, a cui presero parte più di 6 milioni di persone. Nel frattempo, poco è cambiato. Quest’anno, in particolare, la protesta si svolgerà mentre l’Onu tra assemblee generali (online) e incontri celebra il suo 75° anniversario: sarà dunque un motivo in più per ricordare ai potenti la necessità di una azione immediata. (Fonte: Repubblica)

 

 

 

Trasporti ed efficienza energetica negli edifici per il raggiungimento degli obiettivi 2030 e 2050

Le attuali politiche nazionali degli Stati europei sono impostate per superare – di poco – l’obiettivo comunitario sulle rinnovabili 2030, ma Bruxelles è pronta ad alzare nuovamente il tiro. Con la pubblicazione del Climate Target Plan, la scorsa settimana, l’esecutivo UE ha dato una netta scossa al suo percorso di decarbonizzazione, proponendo di ridurre le emissioni di gas a effetto serra di almeno il 55% entro il 2030. Ossia ben 15 punti percentuali in più rispetto quanto stabilito in passato nel 2014. Il motivo è semplice: per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, gli sforzi dei Ventisette vanno aumentati.

Tuttavia la politica climatica non può prescindere da quella energetica. Ed è così che l’esecutivo mostra come rafforzare l’ambizione in un campo, comporti un aumento anche dei target nell’altro.

Ad anticipare i nuovi contributi, è la prima valutazione dei Piani nazionali Energia Clima (PNIEC) resa pubblica dalla Commissione Europea. Secondo quanto riportato nel testo le misure dei Ventisette, già attive o promesse nei rispettivi PNIEC, porterebbero la quota di energie rinnovabili ad un intervallo compreso tra il 33,1 e il 33,7% a livello di Unione entro la fine del prossimo decennio. Ciò rappresenta un piccolo passo avanti rispetto l’obiettivo 2030 del 32% fissato nella direttiva RED II.

Un nuovo slancio per elettrificazione e trasporti verdi

Bene ma non benissimo. “Come stabilito nella valutazione d’impatto, la riduzione delle emissioni di gas serra di almeno il 55% richiederebbe una quota di rinnovabili 2030 nell’UE del 38-40%“, si legge ne documento.

A dover crescere sarà anche l’efficienza energetica, le cui traiettorie attuali, tuttavia, non sono affatto in linea con il target di fine decennio. Nel dettaglio, in base ai PNIEC, il Blocco è impostato per raggiungere una riduzione del 29,7% sui consumi di energia primaria, rispetto ad “almeno il 32,5%”richiesto dalla attuale normativa UE. Ma per operare una riduzione del 55% delle emissioni climalteranti, l’obiettivo dovrebbe essere alzato a circa il 36-37%.

L’esecutivo si è già detto pronto a rivedere le direttive rinnovabili ed efficienza energetica – compresi i loro obiettivi – entro il prossimo giugno 2021, ma la sfida che si prospetta non sarà facile.

“Il settore energetico ha un ruolo chiave da svolgere nel raggiungimento della riduzione del 55% dei gas a effetto serra, poiché rappresenta il 75% delle emissioni dell’UE”,spiega la Commissaria europea all’Energia,Kadri Simson. “Il comparto della produzione energetica è già il più decarbonizzato al mondo. Ora dobbiamo concentrarci sulla trasformazione di tutti gli altri segmenti, in particolare dei trasporti e degli edifici”.

Ecco perché Bruxelles si impegnerà, entro la fine del decennio, a far avanzare l’elettrificazione dei consumi (30% al 2030), raddoppiare il tasso di riqualificazione edilizia, spingere la quota di fer nei trasporti al 24% e tagliare di un terzo il consumo di petrolio e di un quarto quello del gas. Un cambiamento di questa portata richiede investimenti seri, sottolinea Simson: ulteriori 350 miliardi di euro all’anno rispetto al periodo 2011-2020. “Sappiamo che ognuno di questi (obiettivi) significa un cambiamento enorme – ha aggiunto la Commissaria – ma la nostra attenta valutazione mostra che è fattibile”.  (Fonte: rinnovabili.it)

Migliorano le prestazioni dei moduli fotovoltaici organici

Si accorcia la distanza tra i moduli fotovoltaici organici e tradizioni pannelli in silicio. A livello mondiale, la ricerca solare continua a scommettere su polimeri, molecole e coloranti fotoattivi come sostituiti dei più costosi semiconduttori inorganici. Il risultato pratico, tuttavia, in termini di resa e di stabilità rappresenta ancora un forte handicap per la commercializzazione. Dal canto loro, la promessa di economicità assieme alla flessibilità e leggerezza dei prodotti finali – sinonimo di un’ottima integrabilità – mantengono vivo l’interesse scientifico.
Le celle solari organiche sono, infatti, costituite di solito da due diversi componenti che possiedono le necessarie proprietà di semiconduttore. A differenza del silicio usato convenzionalmente e prodotto mediante processi di fusione ad alta intensità energetica, questi materiali possono essere applicati direttamente dalle soluzioni su una pellicola di supporto o su un sub strato di vetro.

Gli ultimi passi avanti in questo campo sono stati raggiunti da un gruppo di ricerca tedesco che è riuscito a stabilire, nell’ultimo anno, ben due record mondiali per i moduli fotovoltaici organici. Il merito va agli scienziati dell’Università Friedrich-Alexander, del Centro bavarese per la ricerca sull’energia applicata e dell’Istituto Helmholtz per le energie rinnovabili. Il team, guidato da Andreas Distler, ha pubblicato i risultati del lavoro sulla rivista scientifica Progress in Photovoltaics (testo in inglese).

“Negli ultimi anni – scrivono i ricercatori – lo sviluppo di nuovi materiali attivi ha portato a un costante miglioramento dell’efficienza di conversione di potenza del fotovoltaico organico processato in soluzione, fino a valori record al giorno d’oggi superiori al 17% su piccole celle da laboratorio“. Ma un conto è ottenere una determinata resa su superfici nell’ordine di millimetri, un altro è riuscire a replicare il successo su una scala utile al mercato.

A causa del design, l’efficienza dei pannelli completi è sempre leggermente inferiore a quella della singola cella. Ad esempio, una parte dell’area del modulo risulta inattivaperché viene utilizzata per interconnettere le singole celle. All’aumentare della superficie, inoltre, aumentano anche le perdite dovute alla resistenza elettrica degli elettrodi.

Per ridurre al minimo questi problemi, gli scienziati sono ricorsi ad un’ottimizzazione del layout e un processo di strutturazione laser a impulsi brevi (nanosecondi). In questo modo hanno potuto eliminare quasi completamente le perdite dovute a imperfezioni durante la produzione, riducendo al minimo le aree inattive.

Il risultato? I nuovi moduli fotovoltaici organici mostrano un’efficienza di conversione della luce in elettricità del 12,6% su un’area di 26 centimetri quadrati e del 11,7% su una superficie di 204 centimetri quadrati. Entrambi i valori sono stati certificati in maniera indipendente dal Fraunhofer ISE.

La notizia è stata accolta con particolare soddisfazione dal  Ministero degli Affari economici bavarese, Hubert Aiwanger: “Questa svolta dimostra che la Baviera non è solo un leader nell’espansione del fotovoltaico, ma occupa anche una posizione di leadership nello sviluppo delle tecnologie future”. (Fonte: rinnovabili.it)

L’Europa inizia una prova di forza con la Cina per obbligarla a condividere gli obiettivi di decarbonizzazione al 2050

Pechino temporeggia e Bruxelles rinnova le minacce. Se la Cina non adotterà obiettivi climatici più stringenti, l’Europa è pronta a mettere sanzioni. La Commissione von der Leyen torna a sventolare lo spettro della carbon border tax mentre i negoziati sull’accordo bilaterale sul commercio stanno per entrare nell’ultimo miglio, dopo l’ok del Consiglio arrivato a luglio.

Nel weekend, l’UE ha chiarito la sua posizione e ha gettato la palla nel campo di Pechino. La seconda economia mondiale deve impegnarsi a raggiungere la neutralità climatica entro il 2060. Altrimenti Bruxelles non potrà fare a meno di introdurre dei dazi alla frontiera sui prodotti in arrivo dalla Cina. Che sarebbero svantaggiati rispetto alla concorrenza europea.  Ma non è tutto. L’UE si vuole spingere oltre, chiedendo a Pechino di anticipare il picco di emissioni. Adesso il governo cinese lo ha previsto per il 2030, Bruxelles spinge per il 2025 al più tardi.

Non è la prima volta che i diplomatici europei sbandierano la possibilità di introdurre una tassa di frontiera sul carbonio. Lo aveva chiarito già nel dicembre scorso Frans Timmermans, vicepresidente dell’Esecutivo europeo, nonché commissario per il Green New Deal: servono impegni concreti e non soltanto parole soprattutto da parte di grandi inquinatori come USA e Cina, altrimenti l’UE sarà obbligata a introdurre una carbon border tax per difendere industria, commercio e società europei da una concorrenza sleale e inquinante.

L’UE si è impegnata a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. In linea con quanto deciso con l’accordo di Parigi, quindi, nei prossimi anni le imprese dei paesi europei dovranno fronteggiare condizioni più restrittive sulle emissioni. Senza vincoli analoghi, le aziende straniere sarebbero evidentemente avvantaggiate.

La strada per chiudere l’accordo commercialesembra in salita per la Cina, che aveva definito il 2020 “anno dell’Europa” sperando di poter contare su qualche progresso nei rapporti col vecchio continente per bilanciare gli effetti della guerra dei dazi in corso con gli Stati Uniti. Ma da Bruxelles sono molto attenti a modulare il messaggio spedito alla controparte. Sì, sono stati indicati obiettivi precisi. Ma non devono essere considerate delle vere e proprie linee rosse. Insomma, l’UE fa capire che si può discutere, che c’è flessibilità. A patto che il risultato non siano soltanto chiacchiere ma impegni concreti. Più facili da ottenere agitando lo spettro della carbon border tax.

(Fonte: rinnovabili.it)

Le utility energetiche non accusano il lockdown e confermano i piani di investimento nella decarbonizzazione

E stato uno dei settori che meglio ha resistito nei mesi più difficile dell’economia italiana colpita – come ovunque nel mondo – dalle ricadute del lockdown. I numeri delle utility nei primi sei mesi dell’anno sono lì a dimostrarlo. Sia le società multiservizio locali (dalla gestione dei rifiuti all’illuminazione pubblica), sia i produttori di energia che i grandi gestori delle reti elettriche e del gas, i bilanci aziendali sono per la stragrande maggioranza in utile e solo in qualche caso hanno denunciato cali di ricavi o di reddittività.

L’ulteriore conferma è arrivata da uno studio di Agici Finanza d’Impresa. Nel documento, che verrà presentato in un webinar venerdì prossimo, sono stati presi in esame i “fondamentali” di 12 maggiori gruppi del settore quotati in Borsa così come si possono leggere nelle relazioni semestrali disponibili per gli investitori. Ne esce un quadro di un settore particolarmente resiliente alla crisi causata dalla pandemia, in particolare tra gli operatori di rete indipendenti.
Non tutti i dati sono positivi, ovviamente. Non avrebbero potuto esserlo, vista la frenata dalla produzione industriale che ha chiamato un calo della domanda di energia e di servizi annessi. Lo si vede molto bene alla voce ricavi: complessivamente le utility hanno perso un 16% del giro d’affari rispetto ai primi sei mesi di un anno fa. C’è stato un impatto meno rilevante per le multiutility locali (-7,7%) e molto di più per i produttori (-18,1%). Mentre gli operatori di rete sono andati addirittura controcorrente (+5,5%).

La capacità di fare efficienza tipica di un settore che negli ultimi anni è stato attraversato da un profondo ammodernamento ha consentito di mantenere pressoché inalterato il livello dei profitti rispetto a un anno fa. Con qualche differenza: meglio, in questo caso, i gruppi energetici (+4,5%), un po’ peggio le multiutility (-4,4%).

In crescita per tutti la posizione finanziaria netta, a dimostrazione che il settore ha comunque continuato a investire: +16% le multiutility, +12% le reti, mentre solo i gruppi energetici hanno mostrato un rallentamento (-6%).

Come spiega Marco Carta, amministratore delegato di Agici, c’è un filo conduttore che spiega la bontà dei risultati: “Sono aziende sane che in questi anni si sono dotate di una capacità tecnologica di livello e sono finanziariamente solide. In particolare, possono contare su business regolati, dove gli investimenti godono di una remunerazione certa e questo elemento è un potente stabilizzatore, sia dei ricavi che della reddittività. Teniamo anche conto che sono settori che stanno attraversando grandi cambiamenti e che gli investimenti sono fondamentali: ma avendo una remunerazione certa, garantiscono che il sistema rimanga in salute e proceda nei dovuti modi verso la transizione energetica”.

E come mai le reti sono andate meglio degli altri settori? “Nel loro caso – spiega ancora Carta – la remunerazione è l’elemento centrale, gli operatori esposti al mercato hanno sofferto di più. Il loro nemico, se coì possiamo dire, è all’esterno delle aziende: per contribuire al meglio agli obiettivi di decarbonizzazione, queste aziende avrebbero bisogno di veder ridurre i tempi dei processi autorizzativi e delle pratiche burocratiche. Solo un esempio: per un impianto eolico ci vogliono anche 4-5 anni, bisognerebbe ridurre il tutto a 2 anni al massimo per i progetti più complessi”.

(Fonte: Repubblica)
I vantaggi del fotovoltaico galleggiante

L’industria idroelettrica sta iniziando a rendersi conto della significativa opportunità presentata dal retrofit solare. Sempre più spesso, infatti, i serbatoi e i bacini idroelettrici sono sfruttati come nuova superficie d’installazione dei moduli, seguendo il nuovo trend del fv galleggiante.

In generale, il settore è ancora un nicchia ma a fine 2019 contava già 2,4 GW di pannelli a “mollo” in 35 paesi nel mondo. Laghi artificiali, ex cave minerarie inondate, impianti di stoccaggio idrico e dighe sono divenute il nuovo “terreno” dei pannelli solari. Contagiando prima i paesi dell’Asia Pacifico (Giappone, Cina, Corea del Sud, Thailandia, Taiwan), poi le Americhe e l’Europa.

A fare da traino non sono sbolle nuove strategia di decarbonizzazione. I Paesi dove la tecnologia è cresciuta di più – e dove probabilmente continuerà a dominare –  sono in gran parte quelli in cui la disponibilità di terra è limitata o dove i costi per l’uso del suolo sono esorbitanti.

Tra le leve di sviluppo ci sono, ovviamente, anche i benefici economici soprattutto quando si parla di  l’integrazione con l’idroelettrico. Diversi impianti di fv galleggiante vengono oggi installati su bacini delle dighe, in maniera da sfruttare l’infrastruttura di trasmissione esistente, semplificando i lavori di interconnessione.

Ma qual è il vero potenziale di queste strutture ibride? A rispondere alla domanda è oggi un gruppo di ricercatori del National Renewable Energy Laboratory (NREL), negli Stati Uniti. Il team ha pubblicato su Renewable Energy un articolo in cui valuta i benefici di questo mix energetico. Nel dettaglio, gli scienziati hanno analizzato tre tipologie di impianti: sistemi in cui i pannelli solari e centrale idroelettrica sono co-localizzati ma gestiti e ottimizzati separatamente; sistemi ibridi virtuali, dove le due produzioni energetiche sono localizzate in siti differenti ma ottimizzate attraverso accordi bilaterali; e sistemi ibridi perfettamente integrati in cui gestione e funzionamento sono “accoppiati”.
Il risultato? “Identifichiamo un potenziale significativo a livello globale per il fv galleggiante ibridato con l’energia idroelettrica che va da 3,0 TW a 7,6 TW (da 4.251 TWh a 10.616 TWh di generazione annuale)”,ipotizzando però una gestione coordinata e una copertura del 20% del bacino con moduli.
(Fonte: rinnovabili.it)