Anche la Spagna lancia il suo progetto sull’idrogeno verde

I dirigenti di alcune delle principali compagnie energetiche spagnole, come Repsol, Iberdrola e Naturgy, si sono espressi a favore del piano del governo per lo sviluppo dell’idrogeno a partire da fonti rinnovabili. Sostengono che la Spagna abbia il potenziale per diventare un importante produttore di idrogeno “verde”, ma anche che, perché possa realizzarlo, siano necessari finanziamenti pubblici e un quadro normativo favorevole.

COSA HA DETTO SÁNCHEZ

Durante un evento sull’idrogeno rinnovabile, quattro giorni fa, il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha dichiarato che “la Spagna è il paese europeo con il potenziale maggiore per produrre idrogeno verde. La tabella di marcia sull’idrogeno rinnovabile è il veicolo per onorare due grandi sfide: realizzare la transizione ecologica e alimentare la ripresa economica”.

I PIANI DELLA SPAGNA

Si immagina che l’idrogeno verde possa contribuire anche in maniera decisiva alla decarbonizzazione dei settori che consumano grandi quantità di energia, come quelli chimico e siderurgico. E che, dunque, possa essere cruciale per il raggiungimento degli obiettivi europei sulla riduzione delle emissioni di gas serra del 55 per cento al 2030 e sulla neutralità carbonica al 2050.

La Spagna ha intenzione di dotarsi di 4 gigawatt di capacità di idrogeno rinnovabile entro il 2030, vale a dire il 10 per cento dell’obiettivo complessivo europeo per quell’anno. Sánchez ha detto che il governo spenderà 1,5 miliardi di euro dal 2021 al 2023 per finanziare lo sviluppo delle tecnologie per la produzione dell’idrogeno.

COSA CHIEDONO LE AZIENDE

L’amministratore delegato di Iberdrola, José Ignacio Sánchez Galán, ha detto che l’idrogeno rinnovabile necessiterà di minori finanziamenti statali rispetto a quelli che sono stati forniti alle altre tecnologie pulite. In passato le fonti rinnovabili hanno dovuto ricevere finanziamenti superiori di cinque volte rispetto al prezzo dell’energia per poter essere competitive; ma l’idrogeno, secondo il CEO di Iberdrola, ne richiederà per due volte tanto, “al massimo”.

Secondo Acciona, società spagnola che realizza infrastrutture, al momento però ci sono “più finanziamenti disponibili che progetti pronti ad essere costruiti. Non possiamo permetterci che questo accada, se non vogliamo perdere l’opportunità di usare quei finanziamenti per rilanciare la nostra economia”.

Il CEO di Naturgy, Francisco Reynés, chiede invece l’istituzione di marchi di origine che certifichino che l’idrogeno è stato prodotto a partire da fonti rinnovabili.

Il direttore esecutivo di Repsol, Josu Jon Imaz, ha insistito sulla necessità, per la Spagna, di dotarsi di un quadro regolatorio che consenta lo “scarico” dei costi di trasporto e distribuzione dell’idrogeno. (Fonte: energiaoltre)

A rischio il raggiungimento degli obbiettivi sull’energia eolica fissati per il 2030

A rischio gli obiettivi al 2030 per l’energia eolica proposti dai Governi europei nei Piani Nazionali Energia e Clima (Pniec), con 20mila posti di lavoro in pericolo. L’allarme arriva da WindEurope, l’associazione delle industrie europee dell’eolico nel Flagship Report ‘Energia del vento e ripresa economica in Europa’, secondo cui per rispettare gli obiettivi dovrà essere installata ogni anno una capacità totale di 21 GW di nuovo eolico, dei quali il 43% offshore e il 57% onshore. Tuttavia, l’Anev (Associazione Nazionale Energia dal Vento) osserva che “si farà fatica a raggiungere tale traguardo se i Governi non si impegneranno a semplificare gli iter autorizzativi, non solo per il rinnovamento degli impianti, ma anche per la realizzazione di nuovi parchi eolici”. Se ciò non avvenisse, nota l’Anev, “si correrebbe il pericolo di perdere 20.000 posti di lavoro in Europa”. In Italia secondo le stime dell’Associazione dell’industria dell’eolico, “grazie alla semplificazione si potrebbero attivare investimenti per oltre 12 miliardi di euro di capitali privati con grande beneficio per l’occupazione e lo sviluppo industriale del nostro Paese. Già oggi in Italia l’eolico crea ogni anno un flusso finanziario di circa 3,5 miliardi di euro fra investimenti diretti e indiretti e conta oltre 27.000 addetti. Inoltre nel 2019 sono stati prodotti 20,06 TWh da eolico che equivalgono al fabbisogno di circa 20 milioni di persone e ad un risparmio di circa 12 Mt di emissioni evitate di CO2 e di 25 milioni di barili di petrolio”. (Fonte: Ansa)

Il piano industriale del gruppo terna stanzia un investimento di circa 9 miliardi di euro per i prossimi cinque anni, di cui il 95% incentrati su tematiche ambientali

Gli investimenti in Italiaarriveranno a sfiorare i 9 miliardi di euro, 8,9 per la precisione, nei prossimi cinque anni, con un aumento del 22% rispetto al lustro precedente. E per il 95% avranno una forte impronta ambientale, legata alla sostenibilità. E’ questo il perimetro dei numeri entro cui si articola il Piano industriale del Gruppo Terna per il periodo 2021 e 2025. Un Piano tanto per esser chiari che la presidente di Terna Valentina Bosetti ha definito come “ispirato all’ambiente e legato allo sviluppo sostenibile in modo profondo”; e che – dopo l’approvazione – è stato accolto da uno scrosciante mercato, con il titolo salito oltre il 2% fino a toccare 6,488 euro. Il Piano racconta come la previsione dei ricavi salga a 3 miliardi nel 2025, e sempre nello stesso anno l’Ebitda arrivi a 2,21 miliardi. Mentre nel 2025 l’utile netto sarà a 1 miliardo.

A conferma dell’accelerazione sul versante green, il Gruppo – che ha come azionista di riferimento Cdp reti – si definisce centrale all’interno del sistema energetico italiano, accaparrandosi il ruolo principale per accompagnare il Paese verso il raggiungimento degli obiettivi europei di ‘zero emissioni’entro il 2050. Gli effetti – viene spiegato – saranno evidenti oltre che sul contributo alla decarbonizzazione dell’economia, anche sul Pil e sull’occupazione. La stessa Terna conta di incrementare del 10% i propri dipendenti e giungere a 5mila unità. Secondo recenti studi ogni miliardo di investimenti in infrastrutture ne genera tra 2 e 3 in termini di Pil, e circa 1.000 nuovi posti di lavoro.

I quasi 9 miliardi di investimenti avranno diverse destinazioni: 5,4 saranno utilizzati per lo sviluppo della rete elettrica nazionale. Tra i progetti più strategici il Tyrrhenian Link, cioè l’interconnessione tra Campania, Sicilia e Sardegna per togliere di mezzo il carbone proprio dalla Sardegna; prevede un investimento complessivo di 3,7 miliardi, e più avanti nel tempo entrerebbe a far parte di una rete in grado di trasportare l’energia solare dalla Tunisia al Nord Europa. E’ pronto al via, presumibilmente per l’autunno prossimo, anche il collegamento tra Italia e Francia: un’infrastruttura non visibile, perché interrata, di circa 190 chilometri suddivisi a metà tra i due Paesi.

Tra gli investimenti in Italia ci sono poi l’elettrodotto che unirà la zona di Colunga (provincia di Bologna) a quella di Calenzano (provincia di Firenze); l’elettrodotto che unirà le due sponde della Sicilia da Chiaramonte Gulfi (provincia di Ragusa) a Ciminna (provincia di Palermo); nonché il SA.CO.I.3, il rafforzamento del collegamento tra Sardegna, Corsica e Italia. Alle attività di rinnovo ed efficienza degli asset saranno dedicati 2,4 miliardi di euro, destinati principalmente al miglioramento della qualità del servizio e dei processi, nonché allo sviluppo di soluzioni sostenibili della rete elettrica. Al piano di sicurezza saranno dedicati 1,2 miliardi di euro, destinati principalmente a interventi per la regolazione della tensione e alla stabilità dinamica del sistema elettrico. Sempre all’interno di questo piano sono state previste anche le azioni necessarie per far fronte ai rischi connessi ai cambiamenti climatici, attraverso investimenti dedicati e soluzioni innovative, capaci di aumentare la resilienza del sistema elettrico. A livello internazionale oltre ai progetti in Brasile, Perù e Uruguay, il Piano industriale prevede di cogliere nuove opportunità.

C’è poi tutto il pezzo delle attività non regolate; quelle che servono a sviluppare soluzioni tecnologiche innovative e digitali per supportare la transizione energetica. In particolare, le Energy solutions, servizi sulle infrastrutture in alta tensione e smart grid, nonché servizi di efficienza energeticaofferti tramite Avvenia; l’offerta di connettività, di fibra spenta nonché dei servizi di housing e hosting per gli operatori di telecomunicazioni; le attività industriali nel campo dei trasformatori di potenza e dei cavi terrestri offerte da Tamini e Brugg, il cui sviluppo consentirà di rendere ancor più efficiente il percorso di internalizzazione di competenze. Nello specifico si pensa a investimenti fino a un massimo di 300 milioni in nuovi progetti.

Ma alle fondamenta del Piano ci sono gli investimenti sostenibili nella rete di trasmissione nazionale, finalizzati all’integrazione delle fonti rinnovabili non programmabili e all’incremento della sicurezza e resilienza del sistema. L’obiettivo è risolvere le congestioni di rete e potenziare le dorsali indispensabili al trasporto dell’energia dai luoghi di produzione a quelli di consumo. Il Gruppo intende essere – come detto – punto di riferimento della transizione energetica: e “principale realtà in grado di consentire al nostro Paese di raggiungere gli obiettivi del Green deal europeo e del Piano nazionale integrato energia e clima, prima tra tutti la riduzione del 55% delle emissioni al 2030, per arrivare a ‘zero emissioni’ al 2050”. Sul versante innovazione Terna immagina di investire circa 900 milioni per la digitalizzazione.

Quanto al Piano nazionale energia e climain cui si prevede di raggiungere 30 Gigawattdi potenza installata in più da energia fotovoltaica al 2030, Terna potrebbe accrescere il proprio ruolo di fornitore ‘chiavi in mano’ di progetti in questo ambito.

Nel Piano industriale la sostenibilità viene declinata attraverso la definizione di specifici obiettivi sul medio e lungo periodo. I target sono articolati in quattro dimensioni: risorse umane; stakeholder e territorio; integrità, responsabilità e trasparenza; ambiente. Inoltre a 14 obiettivi fanno riferimento oltre 120 attività. Tra gli obiettivi più significativi l’adozione di un “Science based target” per ridurre l’intensità carbonica del Gruppo con l’elaborazione di un primo obiettivo al 2021.

“Gli investimenti che metteremo in campo nei prossimi cinque anni – dichiara l’amministratore delegato di Terna Stefano Donnarumma – rappresentano un formidabile volano per la ripresa e porteranno benefici a tutti gli italiani: è fondamentale agire oggi per consegnare alle prossime generazioni un sistema elettrico sempre più affidabile, efficiente e decarbonizzato. L’Italia ha delle opportunità eccezionali: Terna, regista e guida del sistema elettrico, vuole renderle possibili”.

(Fonte: rinnovabile.it)

Gli operatori del settore energetico sono esentati dai vincoli del lockdown

E’ indispensabile che sia garantita in ogni caso la continuità delle attività di interesse pubblico relative al settore energetico; la priorità va data alle utenze dei cittadini e qualora si dovesse necessariamente dover interrompere o rallentare si potrebbe pensare a quelli non connessi ai servizi energetici primari. Questo quanto previsto e specificato nella circolare della direzione generale per le Infrastrutture e la sicurezza dei sistemi energetici e geominerari del ministero dello Sviluppo economico destinata agli operatori dei servizi energetici e alle relative associazioni. Viene anche fatto presente che agli addetti è consentito circolare liberamente anche in territori e in orari in cui vigono misure restrittive per gli spostamenti. Il tutto nel rispetto delle misure necessarie al contenimento della diffusione del Covid-19.

Il ministero raccomanda che – dal momento che le nuove limitazioni agli spostamenti, benché non riguardino quelli per comprovati motivi di lavoro, potrebbero rendere meno agevoli le turnazioni – un’adeguata organizzazione e pianificazione dell’orario di lavoro, che consenta il mantenimento delle operazioni di gestione, manutenzione e intervento in caso di disservizi, così da assicurare la continuità del servizio in sicurezza.

Tra le altre osservazioni alle aziende da segnalare come “nei casi di una non piena disponibilità della forza lavoro in conseguenza a possibili contagi o quarantene, di dare priorità alle attività e ai processi funzionali a garantire la continuità e la sicurezza del servizio nonché a quelle funzionali alla erogazione di prestazioni all’utenza, valutando di interrompere o rallentare i processi non connessi all’erogazione dei servizi primari e indispensabili”.

Inoltre, per le sale controllo, i centri di dispacciamento e gli impianti offshore, che devono funzionare in continuo, una delle misure pianificate era consistita – all’epoca del lockdown – nell’organizzazione del personale in cellule tra loro separate, ora sarebbe opportuno avviare “per il personale addetto una campagna di vaccinazione antinfluenzale, screening periodici con tamponi e test antigenici veloci o test sierologici così da poter già avviare la costituzione di gruppi di lavoratori in grado di assicurare con certezza continuità lavorativa nei punti nevralgici del sistema”. Infine, verrà fatta presente al ministero della Salute “la necessità di attribuire ai lavoratori del settore energetico un canale prioritario di accesso allo svolgimento dei tamponi e dei test sierologici, così da contrarre anche le tempistiche del periodo di quarantena precauzionale”. (Fonte: rinnovabili.it)

 

Interventi su Ambiente ed Energia nelle prime bozze della manovra finanziaria

Arriva la prima bozza della manovra che ENERGIA OLTRE ha visionato e che lunedì sarà sottoposta ai sindacati. Ecco le novità per quanto riguarda ambiente ed energia:

PROROGA BONUS FACCIATE E RIQUALIFICAZIONE ENERGETICA

Arriva la proroga, per l’anno 2021, delle detrazioni spettanti per le spese sostenute per interventi di riqualificazione energetica, di ristrutturazione edilizia e per l’acquisto di mobili di arredo e di grandi elettrodomestici a basso consumo energetico finalizzati all’arredo dell’immobile ristrutturato, disciplinate. Inoltre, si dispone la proroga per l’anno 2021 delle detrazioni spettanti per gli interventi finalizzati al recupero o restauro della facciata esterna degli edifici esistenti (cosiddetto bonus facciate).

PROROGA BONUS VERDE

La norma dispone la proroga per l’anno 2021 delle detrazioni spettanti per gli interventi per gli interventi di sistemazione a verde di aree scoperte private di edifici esistenti, unità immobiliari, pertinenze o recinzioni, impianti di irrigazione e realizzazione di pozzi nonché di realizzazione di coperture a verde e di giardini pensili (cosiddetto bonus verde).

FONDO D’INVESTIMENTO PER LO SVILUPPO DELLE PMI DEL SETTORE AERONAUTICO E DELLA GREEN ECONOMY

Si istituisce il Fondo per lo sviluppo del sistema aeronautico con l’obiettivo di mettere a disposizione di un settore in trasformazione risorse per rafforzare le PMI della filiera finanziando interventi di sviluppo quali fusioni, aggregazioni, acquisizioni, riorganizzazioni, ristrutturazioni, rafforzamento del capitale per gli investimenti volti alla transizione tecnologica e alla sostenibilità ecologica ed ambientale dei processi produttivi, quali fusioni, acquisizioni, aggregazioni ristrutturazione, diversificazione e rilancio delle imprese del settore, con specifica attenzione alle PMI. Con decreto del Ministero dello Sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, sono stabiliti i criteri e le modalità di accesso al Fondo e le forme di partecipazione al Fondo da parte di investitori privati.

DETERMINAZIONE DEL LIMITE DI IMPEGNO ASSUMIBILE IN MATERIA DI GARANZIE SUI FINANZIAMENTI A FAVORE DI PROGETTI DEL GREEN NEW DEAL

La norma è volta a definire un limite complessivo massimo agli impegni assumibili da SACE relativamente alle garanzie (c.d. operatività green). Ponendosi in continuità con il quadro normativo vigente, la norma ripropone uno stanziamento ed un plafond massimo di esposizione di entità analoga a quelli previsti per il 2020. L’importo destinato per il 2021 a copertura di garanzie “green” è pari a circa il 50% dello stanziamento già disposto sul Fondo di cui al menzionato art. 1, comma 85 (pari ad Euro 470 milioni per l’anno 2020, Euro 930 milioni per l’anno 2021 ed Euro 1420 milioni per ciascuno degli anni 2022 e 2023).

SOPPRESSIONE DELL’IMPOSTA REGIONALE SULLA BENZINA PER AUTOTRAZIONE

La norma abroga le disposizioni vigenti in materia di imposta regionale sulla benzina per autotrazione (IRBA), la cui istituzione, lasciata alla facoltà delle regioni a statuto ordinario, è prevista dall’articolo 17 del decreto legislativo del 21 dicembre 1990, n. 398. Le ulteriori norme menzionate nel comma 1 di cui si stabilisce l’abrogazione, stabiliscono le modalità gestionali del tributo e la misura degli aumenti dell’IRBA. Attualmente il tributo in questione è applicato solo in un numero assai limitato di Regioni e peraltro con aliquote diversificate. In tale contesto ogni Regione ha disciplinato autonomamente la materia operando anche distinzioni e specificazioni. La gestione del tributo in questione, affidata all’Agenzia delle dogane e monopoli, è risultata, quindi, particolarmente gravosa dal punto di vista amministrativo e spesso foriera di contenziosi tra l’Amministrazione finanziaria e gli operatori del settore della distribuzione dei carburanti.

DISPOSIZIONI IN MATERIA DI SERVIZI DI TRASPORTO DI PERSONE SU STRADA MEDIANTE AUTOBUS

Dopo l’istituzione presso il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti un fondo destinato a compensare i danni subiti dalle imprese esercenti i servizi di trasporto di persone su strada mediante autobus e non soggetti a obblighi di servizio pubblico, in termini di minori ricavi registrati, in conseguenza dell’adozione delle misure per contrastare l’emergenza da COVID-19, nel periodo dal 23 febbraio 2020 al 31 dicembre 2020 rispetto alla media dei ricavi registrati nel medesimo periodo del precedente biennio, si prevede una dotazione di 20 milioni di euro per l’anno 2020 e si demanda ad un decreto adottato dal Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, la disciplina dei criteri e delle modalità per il riconoscimento della compensazione.

MISURE PER LA PROMOZIONE DELLA MOBILITÀ SOSTENIBILE

Al fine di incentivare l’acquisto della categoria di veicoli elettrici o ibridi nuovi di fabbrica, di potenza inferiore o uguale a 11 kW, delle categorie L1 e L3, prevede un rifinanziamento del Fondo di cui all’articolo 1, comma 1063, L. 145 del 2018. Commi 2, 3 e 4. L’articolo 2, comma 1, del decreto legge n. 111 del 2019, così come modificato dal dall’articolo 229, comma 2, del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34, prevede che “Le disponibilità di bilancio relative all’anno 2020, anche in conto residui, sono destinate, nei limiti della dotazione del fondo di cui al primo periodo e fino ad esaurimento delle risorse, alla concessione in favore dei residenti maggiorenni nei capoluoghi di Regione, nelle Città metropolitane, nei capoluoghi di Provincia ovvero nei Comuni con popolazione superiore a 50.000 abitanti, di un “buono mobilità ”, pari al 60 per cento della spesa sostenuta e, comunque, in misura non superiore a euro 500, a partire dal 4 maggio 2020 e fino al 31 dicembre 2020, per l’acquisto di biciclette, anche a pedalata assistita, nonché di veicoli per la mobilità personale a propulsione prevalentemente elettrica….” La proposta è formulata al fine di assicurare risorse, anche nell’esercizio 2021, per un importo fino ad euro 100.000.000, al fondo “Programma sperimentale buono mobilità” per le finalità di cui al terzo periodo dell’articolo 2, comma 1, del decreto-legge n. 111 del 2019, previste espressamente in relazione alla sola disponibilità di bilancio dell’anno 2020. Restano fermi i termini per usufruire del beneficio di cui allo stesso periodo del citato articolo 2, comma 1 del decreto-legge 111/2019. In particolare, detto incremento è necessario al fine di poter permettere il riconoscimento del suddetto “buono mobilità” ad un maggior numero di beneficiari, in quanto le risorse a oggi disponibili per tale finalità sarebbero sufficienti a coprire solo in parte le ipotetiche richieste. Si fa riferimento in proposito al significativo incremento di vendite di biciclette e/o e-bike nell’anno in corso stimato da Confindustria – ANCMA (Associazione Nazionale Ciclo Motociclo e Accessori) sulla base dei dati forniti dai rivenditori nazionali. Tale incremento, stimato pari a oltre il 20% rispetto all’anno 2019, consente di prevedere per il 2020 la vendita di circa 2 milioni di unità di biciclette e/o e-bike, di cui circa il 50% attribuibili ai potenziali beneficiari del “Programma sperimentale buono mobilità”. Un significativo incremento è previsto nell’anno in corso anche per la vendita di veicoli per la mobilità personale a propulsione prevalentemente elettrica (es. monopattini, hoverboard, monowheel), considerato che solo nei primi 7 mesi del 2020 si è registrata una crescita pari a circa il 140% rispetto alle vendite nello stesso periodo del 2019; in relazione a ciò si stima che nell’anno corso il “Programma sperimentale buono mobilità” consentirà di incentivare la vendita di circa 120.000 unità di mezzi per la mobilità personale a propulsione prevalentemente elettrica. I dati analizzati consentono di ritenere che le risorse oggi disponibili per il “Programma sperimentale buono mobilità” non siano sufficienti a consentire il riconoscimento del “buono mobilità” a tutti i potenziali beneficiari; pertanto è necessario un incremento delle stesse, al fine di soddisfare il maggior numero possibile di richieste. Al comma 2 è prevista la possibilità di destinare al fondo mobilità di cui al sesto periodo dell’articolo 2, comma 1, del decreto-legge n. 111 del 2019, le risorse eventualmente disponibili alla conclusione della procedura per l’assegnazione del buono mobilità di cui al terzo periodo del comma 1 dell’articolo in parola.

DISCIPLINA PER LE INFRASTRUTTURE PER LA RICARICA DEI VEICOLI ALIMENTATI AD ENERGIA ELETTRICA

L’articolo 17-septies del decreto legge 22 giugno 2012, n. 83, convertito, con modificazioni, in legge 7 agosto 2012, n. 134 detta la disciplina relativa al Piano nazionale avente ad oggetto la realizzazione di reti infrastrutturali per la ricarica dei veicoli alimentati ad energia elettrica nonché gli interventi di recupero del patrimonio edilizio finalizzati allo sviluppo delle medesime reti. Con la proposta normativa al comma 1 si provvede ad abrogare la previsione contenuta al comma 9 del citato articolo 17 septies nella parte in cui prevede che il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti partecipi, con una quota di cofinanziamento fino al 50 per cento, alle spese sostenute per l’acquisto e per l’installazione degli impianti, dei progetti presentati dalle regioni e dagli enti locali relativi allo sviluppo delle reti infrastrutturali per la ricarica dei veicoli. Al riguardo, si rappresenta che il contributo ministeriale da ripartire, tra le Regioni e le Province Autonome, secondo i criteri previsti dall’Accordo di programma approvato con DPCM 1° febbraio 2018, è pari a complessivi € 28.671.680,00. Allo stato non è stata sottoscritta alcuna convenzione con i beneficiari del predetto contributo ministeriale proprio in ragione delle difficoltà che le Regioni hanno incontrato nel reperimento della quota di cofinanziamento. Pertanto, la proposta in esame consentirebbe a Regioni e Province Autonome di realizzare le relative progettualità nei limiti del contributo ministeriale loro riconosciuto. Il comma 2 della proposta prevede che con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico, previa intesa della Conferenza Unificata, da emanare entro 90 giorni dall’entrata in vigore della presente legge, vengono definite le modalità con le quali i gestori delle infrastrutture pubbliche e delle infrastrutture private ad accesso pubblico di trasmissione del set minimo di dati e informazioni previsti dal PNIRE. Il comma 3 della proposta, nel modificare l’articolo 57, comma 6, del decreto legge 16 luglio 2020, n. 76, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 settembre 2020, n. 120, precisa che la disciplina adottata da ciascun Comune, ai sensi dell’ articolo 7 del codice della strada di cui al decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, relativamente all’installazione, alla realizzazione e alla gestione delle infrastrutture di ricarica a pubblico debba essere coerente anche con gli strumenti di pianificazione regionale e comunale.

MISURE PER POTENZIARE IL SISTEMA NAZIONALE DELLE AREE PROTETTE

La disposizione mira ad aumentare le risorse per il funzionamento delle Aree Marine Protette in un contesto nazionale ed europeo che vede nel rafforzamento della tutela ambientale e naturalistica garantita dalle aree protette uno degli strumenti per il raggiungimento dell’obiettivo prioritario del contrasto, attraverso la riduzione della perdita di biodiversità, al cambiamento climatico. L’ultimo parco nazionale in ordine di tempo istituito, quello di Pantelleria nel 2016, ha portato a 23 i parchi tra i quali vengono ripartite le risorse assegnate, e attualmente sono in corso i procedimenti istitutivi per altri 4 nuovi parchi nazionali: del Matese e di Portofino, dei Monti Iblei, della Costa Teatina. Sono altresì previsti dalla stessa legge 6 dicembre 1991, n. 394, i parchi nazionali: Monte Bianco, Picentino (Monti Terminio e Cervialto), Tarvisiano, Partenio, Alpi Marittime (comprensorio del Massiccio del Marguerais), e i parchi nazionali: Egadi e litorale Trapanese, Eolie. Pertanto, a legislazione vigente, è prevista l’istituzione di 11 nuovi parchi nazionali. Attualmente le Aree Marine Protette sono 29 oltre ai Parchi sommersi di Baia e Gaiola, e ve ne sono 4 di prossima istituzione: Capo Spartivento, Isola di Capri, Isola di S Pietro e Costa di Maratea. La modifica non incrementa a sufficienza le risorse necessarie al corretto funzionamento delle AMP, per i motivi sopra esposti. Il comma 3 dispone un finanziamento a decorrere dall’anno 2023 per il programma “Caschi verdi per l’ambiente”. Il Programma è stato talmente apprezzato a livello internazionale da essere divenuto uno degli outcome previsti del G20 Ambiente che l’Italia ospiterà a Napoli il 22 luglio 2021. La norma, quindi, si rende indispensabile per assicurare continuità al programma suddetto.

POTENZIAMENTO DELLE MISURE DI TUTELA AMBIENTALE

Il comma 1 reca disposizioni per il completamento della cartografia geologica ufficiale d’Italia. La norma ha ad oggetto il completamento di una cartografia geologica ufficiale d’Italia, che si pone come presupposto fondamentale per la conoscenza di un territorio ad elevato rischio sismico. I commi da 2 a 5 disciplinano il Sistema volontario di certificazione ambientale per la finanza sostenibile.

ISTITUZIONE DEL FONDO PER LA PROMOZIONE DELL’USO CONSAPEVOLE DELLA RISORSA IDRICA E PER INCENTIVARE LA CONTABILIZZAZIONE DEI CONSUMI IDRICI

Il comma 1 prevede l’istituzione di un fondo per la promozione dell’uso consapevole della risorsa idrica” con una dotazione pari a 500.000 euro per ciascuno degli anni 2021 e 2022. Il comma 2 prevede l’installazione di misuratori per singola unità abitativa, ove tecnicamente possibile e previa verifica degli oneri per gli utenti finali, e pone in capo ad ARERA, regolatore nazionale del servizio idrico integrato, l’onere di definire criteri e modalità minime per la misurazione puntuale dei consumi. La disposizione garantisce un’armonizzazione e omogeneità a livello nazionale delle modalità di misura dei consumi, contempla la necessità di verificare gli oneri in capo agli utenti per ragioni di sostenibilità economica e concorre a superare le difficoltà finora registrate per l’erogazione dell’acqua ad utenze raggruppate, sia in termini di soluzioni tecniche per addivenire all’installazione di misuratori per ciascuna unità abitativa, sia, in caso di impossibilità tecnica, di standardizzazione dei criteri di riparto.

PROGETTI PILOTA DI EDUCAZIONE AMBIENTALE NELLE AREE PROTETTE NATURALISTICHE

L’articolo prevede la realizzazione di progetti pilota di educazione ambientale in territori di prossimità di aree protette (parchi nazionali, riserve MAB, siti naturalistici UNESCO). La logica che muove tale misura è quella di far comprendere ai più giovani che vivono all’interno di territori protetti, l’importanza dei valori ecosistemici del territorio in cui vivono e la necessità di salvaguardare tali valori. I cittadini che, infatti, vivono in questi territori hanno una responsabilità in più rispetto a coloro che non vivono in questi contesti, dovendo mantenere e tramandare quei valori ecosistemici che giustificano un livello di protezione maggiore. Il comma 1 istituisce nel bilancio del Ministero il fondo e precisa i destinatari dei progetti pilota. I destinatari del progetto sono studenti degli istituti comprensivi delle scuole materne, elementari e medie site nei Comuni che ricadono nelle zone economiche ambientali di cui all’articolo 4-ter del decreto legge 14 ottobre 2019, n. 111, convertito con modificazioni dalla legge 12 dicembre 2019, n. 141, nonché nelle aree marine protette e nelle riserve MAB e nei siti naturalistici UNESCO. Il numero degli studenti coinvolti e le specifiche della didattica e dei materiali di ausilio saranno definiti sulla base delle esigenze dei singoli territori nell’ambito dei protocolli di intesa con i soggetti gestori delle ZEA, delle riserve MAB e degli enti gestori dei siti naturalistici. Si stima, tuttavia, che con i 4 milioni di euro annuali si possano raggiungere tutte le scuole presenti nei 24 parchi nazionali, nelle 8 riserve MAB e nei 3 siti naturalistici UNESCO. Il comma 2 interviene sul decreto legge “Clima” precisando che il programma di educazione ambientale “io sono ambiente” sia rivolto principalmente alle scuole localizzate nei SIN (Siti di interesse nazionale) dove sono di particolare rilevanza le criticità ambientali, al contempo precisando che le azioni da finanziare sono quelle connesse allo sviluppo sostenibile e alla educazione ambientale (articolo 3, comma 1, lettere b) ed e) della legge n. 92 del 2019) nonché snellendo e semplificando la procedura prevista per la programmazione delle attività, attesa l’impossibilità, per tutto il 2020, di attuare la norma di cui all’articolo 1-ter del decreto legge.

AGEVOLAZIONI FISCALI PER PROMUOVERE IL VUOTO A RENDERE NELLE ZONE ECONOMICHE AMBIENTALI

La presente disposizione intende incentivare del vuoto a rendere per gli imballaggi contenenti liquidi a fini alimentari, primari e riutilizzabili aventi la sede operativa all’interno di una zona economica ambientale. La disposizione si compone di 6 commi. Il comma 1 stabilisce che la finalità della presente norma è la prevenzione della produzione dei rifiuti attraverso il vuoto a rendere e che l’oggetto dell’intervento sono gli imballaggi contenenti liquidi a fini alimentari, primari e riutilizzabili. Il comma 2 stabilisce il riconoscimento di un contributo a fondo perduto per gli utilizzatori. Il contributo massimo riconosciuto è di importo pari a euro 10.000 ciascuno, corrisposto secondo l’ordine di presentazione delle domande ammissibili, nel limite complessivo di 10 milioni di euro per ciascuno degli anni 2021 e 2022, sino ad esaurimento delle predette risorse. Il comma 3 stabilisce che, al fine di promuovere il vuoto a rendere, gli utilizzatori riconoscono agli acquirenti un abbuono all’atto della resa dell’imballaggio, pari al 25 per cento del prezzo dell’imballaggio stesso.

INCENTIVO PER LA MISURAZIONE PUNTUALE DEI RIFIUTI NELLE ZONE ECONOMICHE AMBIENTALI

Sono costituiti, da parte dei Comuni, aventi la propria superficie in tutto o in parte compresa all’interno di una zona economica ambientale, sistemi di misurazione puntuale dei rifiuti conferiti al servizio pubblico. Al comma 1, è prevista l’istituzione nello stato di previsione del Ministero dell’ambiente, il fondo denominato “Tariffazione puntuale” con una dotazione pari ad euro 5 milioni per ciascuno degli anni 2021 e 2022 al fine di incentivare l’adozione dei sistemi di misurazione puntuale dei rifiuti conferiti dalle utenze domestiche al servizio pubblico.

MISURE FINALIZZATE ALL’ACQUISTO DEL COMPOST NELLE ZONE ECONOMICHE AMBIENTALI

Al comma 1 viene istituito, nello stato di previsione del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, un fondo al fine di contribuire alla realizzazione di compostiere di comunità anche al fine di incentivare la produzione di compost in luogo di altri fertilizzanti o ammendanti di origine minerale o di sintesi in zone speciali del paese caratterizzate da un particolare pregio ambientale. In questo modo si ottengono molteplici benefici: si garantisce uno sbocco al prodotto del trattamento aerobico dei rifiuti organici, si riduce la dipendenza dalle importazioni extra UE di nutrienti necessari alla sintesi dei fertilizzanti, si riducono le emissioni in atmosfera dalle predette importazioni, si limita il consumo di torba, si allunga la vita dei giacimenti di nutrienti quali il fosforo, si migliora la percezione e l’accettabilità verso il compost da rifiuti e gli impianti che lo producono, si incrementa la fertilità del suolo e si aumenta la percentuale di carbonio nel suolo. In pratica si valorizza l’economia circolare del rifiuto organico, garantendo la sostenibilità della filiera chiudendo il ciclo del food. La norma, quindi, è volta a promuovere la diffusione del compostaggio di comunità.

CONTRASTO ALLE FRODI NEL SETTORE DEI CARBURANTI RELAZIONE ILLUSTRATIVA

La disposizione di cui al comma 1 uniforma le procedure di controllo già applicate per le raffinerie e gli stabilimenti di produzione di prodotti energetici, effettuate con il sistema INFOIL con quelle da eseguire nei confronti dei depositi di stoccaggio qualora abbiano una capacità di stoccaggio non inferiore a 3.000 metri cubi.

IMPOSTA SUL CONSUMO DEI MACSI, RINVIO E MODIFICHE PLASTIC TAX E DISPOSIZIONI PER FAVORIRE I PROCESSI DI RICICLAGGIO DEL POLIETILENTEREFTALATO UTILIZZATO NEGLI IMBALLAGGI PER ALIMENTI

Con il comma 1 si intende, in primo luogo, con la lettera a), fornire una più precisa definizione di “MACSI semilavorati”, esplicitando l’inclusione delle preforme nell’ambito dei medesimi. Ciò allo scopo di fugare dubbi in ordine alla definizione dell’oggetto dell’imposta. Con la lettera b) si intende integrare il comma 637, lett. a), dell’art.1 della legge n. 160/2019, così da includere nel novero dei soggetti obbligati al pagamento dell’imposta sui MACSI, anche i soggetti per conto dei quali i MACSI sono fabbricati. In tal modo la struttura del tributo risulta maggiormente coerente con il circuito di mercato. Contestualmente con la modifica di cui alla predetta lett. a), viene soppresso nel comma 638, con la lettera c) il riferimento “alle materie prime e ai semilavorati” in quanto ridondante. Sempre con la lettera c) viene introdotta la previsione, nel medesimo comma 638, per cui il soggetto non obbligato al pagamento dell’imposta sui MACSI, su richiesta, possa essere censito dall’Agenzia delle dogane e dei monopoli nel proprio sistema informativo. Con la lettera d) è modificato il successivo comma 643 che attualmente prevede che l’imposta in questione non sia dovuta qualora, dalle predette dichiarazioni trimestrali emerga un debito complessivo, relativo ai MACSI immessi in consumo nel trimestre cui la dichiarazione si riferisce, di 10 euro. Al di sotto di tale soglia il soggetto obbligato è anche esentato dal presentare la citata dichiarazione di consumo. Tale soglia risulta essere assai modesta e rischia, pertanto, di creare gravosi adempimenti amministrativi per talune imprese a fronte del pagamento di modestissime somme di denaro. Con la lettera h) si intende sostituire il comma 651 allo scopo di declinare più puntualmente, in coerenza con il dettato legislativo, l’ambito di applicazione sia dello strumento di attuazione, ovverosia il provvedimento del direttore dell’Agenzia, sia del previsto provvedimento interdirettoriale dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli e dell’Agenzia delle entrate, in modo da assicurare uno snellimento delle procedure e degli oneri amministrativi garantendo al contempo un efficace sistema di controllo. Infine, in considerazione delle contingenti e difficili condizioni in cui versano i settori economici interessati in connessione all’emergenza epidemiologica da Covid-19, la modifica di cui alla lettera i) dello schema differisce al 1° luglio 2021 la data di decorrenza dell’efficacia delle disposizioni di rango primario che istituiscono e disciplinano l’imposta in argomento. Il comma 2 è volto a rendere strutturale, a decorrere dal 2021 la misura per favorire i processi di riciclaggio del polietilentereftalato utilizzato negli imballaggi per alimenti, attualmente previste in via sperimentale, dall’articolo 51, comma 3-sexies, del decreto legge 14 agosto 2020, n. 104, convertito con modificazioni, dalla legge 13 ottobre 2020, n. 126.

(Fonte: energiaoltre)

Idrogeno verde e idrogeno blu, facciamo chiarezza
Nella strategia italiana sull’idrogeno ci sarà spazio solo per quello verde: è una scelta saggia?
Il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli ha detto al Senato che, nella strategia italiana sull’idrogeno, ci sarà spazio solo per quello verde (cioè da rinnovabili) e non per quello blu (di origine fossile con cattura della CO2). È una scelta saggia? Vediamo.

Premessa 1: l’idrogeno può sostituire i combustibili fossili in diversi utilizzi finali (tra cui vari processi industriali gas-intensive, trasporti e usi civili), in forma pura o in blending col metano.

Premessa 2: Purtroppo, con le tecnologie attuali l’idrogeno è scarsamente competitivo, anche considerando prezzi della CO, relativamente alti. A livello Ue c’è una forte spinta, quindi si parla giocoforza di incentivi.

Premessa 3.1: Si può produrre idrogeno a partire dalle fonti fossili (separandolo dal carbonio, per esempio nel metano CH4) oppure dall’acqua (separandolo dall’ossigeno H20). In entrambi i casi serve energia. Inoltre, l’idrogeno di fonte fossile ha la CO, come prodotto di scarto.

Premessa 3.2: Per distinguere si usano i colori. A noi interessano l’idrogeno verde (prodotto tramite elettrolisi dell’H20 con energia generata da fonti rinnovabili) e blu (ottenuto dal CH4 con la cattura e stoccaggio della CO2). Entriamo, dunque, nel merito: Patuanelli ha bollato come “greenwashing” l’idrogeno blu, sposando invece la causa dell’idrogeno verde. Sulla base di cosa? Questa è forse la parte più incredibile, ma ci arriviamo dopo. Prima stiamo al merito.

L’idrogeno verde è una splendida idea ma, attualmente e nel futuro prevedibile, ha costi spropositati. Le stesse stime della Commissione Ue mostrano un gap di costo tra l’idrogeno verde e blu notevole (e ancora di più tra l’idrogeno e il gas). Inoltre, la Commissione ritiene che l’idrogeno verde diventerà competitivo (con quello blu) attorno al 2030 (ricordatevi questa data).

Oltre ai costi, c’è da tenere conto del contesto di mercato. In un paese come l’Italia, la priorità delle fonti rinnovabili dovrebbe essere la decarbonizzazione dell’energia elettrica in rete: utilizzarne parte per produrre H2 rischia di “cannibalizzare” questo obiettivo. Tra l’altro, ciò avrebbe un impatto ambientale tutt’altro che ovvio: un MWh di energia rinnovabile immessa in rete spiazza emissioni di CO, probabilmente maggiori rispetto a quanto accade se la stessa energia viene impiegata per produrre H2 verde anziché blu.

Da ultimo, l’Italia è all’avanguardia nelle tecnologie di stoccaggio della CO, e, quindi, si trova nella condizione ideale per investire sullo sviluppo della Ccs/U (carbon capture and sequestration / utilization). La Ccs/U è fondamentale per minimizzare (ancorché non annullare) la CO, derivante dall’utilizzo di combustibili fossili. Potrebbe quindi aiutare ad abbattere le emissioni senza dover sostituire un immenso stock di capitale.

Avrebbe senso mantenere aperte tutte le strade: se incentivo dev’essere, sia per l’idrogeno di qualsiasi colore (al limite non il grigio). Naturalmente l’incentivo può essere differenziato in funzione del contenuto di carbonio.

Patuanelli ha scelto altrimenti. Ha stabilito che l’Italia diventi l’hub dell’idrogeno per l’Eurasia. Alle perplessità espresse dal senatore Paolo Arrigoni, Patuanelli ha replicato esplicitando il criterio con cui ha deciso. Cosa ha risposto il Ministro? Qui viene l’osservazione di metodo, che è per certi versi ancora più importante del merito.

Cito testualmente quanto detto da Patuanelli in una sede istituzionale (fonte v. Staffetta 10/11). Primo: secondo l’a.d. di Enel Francesco Starace, l’H2 verde sarà competitivo in 3-5 anni. È possibile: certamente l’ad dell'(ex) monopolista elettrico ha informazioni affidabili e di prima mano. Nondimeno, è un outlier: il consenso è su un orizzonte più lungo (attorno al 2030, come detto). Domanda: ha senso che un paese affidi la sua strategia su un tema tanto delicato e importante (visto il ruolo che l’idrogeno ha nel Piano energia e clima) a una previsione così tanto, diciamo, ottimistica? Ripeto: è ben possibile che ex post abbia ragione Starace. Ma ex ante ne siamo certi? Se la previsione si rivelasse sbagliata chi ne pagherebbe il costo? E ha senso abbandonare tecnologie alternative sulla base di una simile scommessa?

Secondo punto: è normale o accettabile che il ministro dello Sviluppo economico impegni il Governo su una linea di politica industriale sulla base di “una chiamata fatta ieri” col capo di un’azienda a controllo pubblico? La questione è tanto più grave perché non solo Patuanelli dice di agire sulla base dei suggerimenti di Starace, ma una consigliera di amministrazione dell’Enel, Mariana Mazzucato, è consigliera del presidente del Consiglio Giuseppe Conte sugli stessi temi. Dunque: è Enel a dettare la politica energetica del governo?

La domanda investe anche il M5S, di cui Patuanelli è espressione, visto che si è sempre intestato la battaglia contro i conflitti di interesse. Nel passato ho spesso evidenziato che uno dei problemi del controllo statale sulle imprese è la maggiore capacità di catturare i regolatori, facendo prevalere l’interesse aziendale su quello generale. Non credevo, però, ne avrei visto un esempio tanto chiaro e netto.

(Fonte: brunoleoni.it)
Una rapida carrellata sugli attuali sistemi di storage elettrico

Con la forte crescita della produzione da Fonti Energetiche Rinnovabili e l’incremento della domanda di energia, soprattutto elettrica, i sistemi di accumulo dell’energia elettrica sono i candidati più credibili per garantire approvvigionamenti energetici stabili. Ma qual è lo stato dell’arte oggi e cosa dobbiamo attenderci per il futuro?

I sistemi di accumulo dell’energia e la spinta delle rinnovabili

Partiamo dallo scenario da qui al 2050. Secondo quanto stima l’EIA – U.S. Energy Information Administration nell’International Energy Outlook 2019, le rinnovabili quintuplicheranno la loro quota da qui ai prossimi 30 anni, in particolare nella produzione di energia elettrica.

fabbisogno energetico e peso rinnovabili
Fabbisogno energetico e crescita delle fonti rinnovabili

L’Unione Europea ha stabilito traguardi ambiziosi in materia di produzione energetica da rinnovabili. «L’Italia, da parte sua, con la strategia nazionale si è posta, per il 2030 e ancor più per il 2050, obiettivi importanti: in particolare si vuole arrivare a un impiego di energie rinnovabili per la produzione di energia elettrica che va fino al 55%. Inoltre si vuole arrivare all’abbandono completo del carbone nel 2025 per arrivare al 2050 a quello dei fossili, a favore di un totale impiego delle rinnovabili. La penetrazione delle fonti rinnovabili procede quindi dal 22% del 2030 al 28% nel 2050 in termini percentuali su tutti i consumi e al 55% sui consumi elettrici. Così si favorisce un’elettrificazione dei consumi a basso contenuto di CO2», ha spiegato Francesco Melino, docente di macchine a fluido presso il Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Bologna, in un recente convegno a Key Energy.

Quindi, fotovoltaico ed eolico in particolare dovranno crescere moltissimo. Questo pone il problema della loro non programmabilità, dovendo però provvedere alla copertura del fabbisogno. Come fare? Attualmente si rende necessaria la modulazione di impianti programmabili (da fonti fossili) quando c’è la produzione di energia da rinnovabili, diminuendo il loro apporto quando sono attive le FER, ma dovendo intervenire rapidamente quando esse calano. «È evidente che servono impianti in grado di provvedere a questo, ma è ancor più necessario guardare alle soluzioni di accumulo. Lo storage è necessario anche per ottimizzare l’efficienza economica della produzione elettrica, soprattutto in presenza delle fonti rinnovabili non programmabili», ha proseguito Melino.

Tipologie di sistemi di accumulo dell’energia elettrica

L’energy storage può avvenire in due modi: energy intensive o power intensive. Nel primo caso si tratta di sistemi finalizzati ad alleviare le congestioni di rete causate da un’eccessiva produzione da fonte eolica o solare in un’area in cui la rete non è in grado di assorbire tutta la produzione. Nel secondo caso si tratta di sistemi chiamati ad assorbire e/o erogare in tempi rapidissimi una grande quantità di potenza per periodi relativamente brevi proprio per rispondere alla necessità di modulare le fasi produttive del fotovoltaico ed eolico.

Ma quali sono oggi i sistemi di i sistemi di accumulo dell’energia elettrica? Si suddividono in quattro tipologie: meccanica, elettrochimica, chimica ed elettromagnetica.

I sistemi meccanici per l’energy storage

I sistemi meccanici comprendono alcune tecnologie fondamentali nella gestione della non programmabilità delle FER: sistemi idroelettrici di pompaggio (PHS), sistemi ad aria compressa (CAES) e a volano (FES – Flyweel energy storage).

Partendo dai PHS, «sono sistemi ormai consolidati e basilari e si basano sulla trasformazione del surplus di energia elettrica prodotta in potenziale idroelettrico a carattere gravitazionale», ha spiegato Melino, illustrando lo schema di funzionamento che prevede: un accumulo di energia elettrica nei periodi di bassa richiesta, con acqua inviata dal bacino di bassa quota a quello di alta quota (pompaggio); la produzione di energia elettrica durante i periodi di elevata richiesta grazie alla massa d’acqua nel bacino di alta quota (turbinaggio). Il tempo e il numero di inversioni di funzionamento dipendono dalla tipologia di macchina idraulica installata (reversibile o pompa e turbina separata).

I sistemi di accumulo idroelettrici di pompaggio (PHS)

Il sistema di accumulo PHS presenta molti vantaggi: oltre alla maturità tecnologica, è la soluzione di accumulo più diffusa, conta su varie taglie, dalle piccole alle grandi potenze (fino a decine di GW). Inoltre, l’efficienza del sistema di accumulo è del 60-80%, offre un’istantanea disponibilità dell’energia accumulata e il “cuore” del sistema è l’acqua, quale fluido operatore gratuito e pulito. Infine, ma non certo ultimo pregio, conta su elevate capacità di accumulo. Ha due limiti principali: il sistema necessita di ampi spazi per le riserve d’acqua e richiede di un opportuno salto di quota tra i banchi.

«Si tratta dei sistemi di accumulo ideali per interfacciarsi con impianti produttivi di grande respiro», sottolinea il docente dell’Università di Bologna.

I sistemi di accumulo ad aria compressa (CAES)

Altrettanto validi sono i sistemi di accumulo di tipo CAES. Sono quelli in cui l’accumulo è realizzato convertendo l’energia elettrica in surplus in aria compressa che può essere stoccata in caverne sotterranee ed ermetiche, come le cave dismesse di gas naturale o di sale. Questo sistema, a seconda della sua declinazione, adiabatico o meno, può essere anche integrato con combustibile fossile per un surplus di potenza in fase di restituzione.

È un sistema modificabile per arrivare all’accumulo, per esempio utilizzando tubazioni ad alta pressione: «si tratta del metodo più semplice che evita i problemi di scelta geologica del sito ed è fattibile praticamente ovunque». L’aria è stoccata a pressioni comprese tra i 20 e 100 bar, l’efficienza è elevata (pari al 70% circa). Un suo grande vantaggio è la sua scalabilità: è infatti implementabile su piccola-media scala.

I sistemi di accumulo a volano (FES – Flyweel energy storage)

Più marginale è il caso dei sistemi di accumulo FES, utili per smorzare rapidamente le fluttuazioni di energia prodotta da parchi eolici e fotovoltaici, ma non idonei per accumuli di lunga durata. Trovano un loro impiego nei casi di risposta rapida e in aiuto della stabilità della rete e particolarmente economico. L’energia viene accumulata sotto forma di energia cinetica.

Batterie e idrogeno: ottime prospettive per l’energy storage

Nel panorama dei sistemi di energy storage, le batterie stanno assumendo un ruolo sempre più importante. «Si tratta di una tecnologia di accumulo molto diffusa e imprescindibile per lo sviluppo delle fonti rinnovabili – afferma Melino – le batterie hanno vari pregi: l’alternanza di carica e scarica avviene senza emissioni dannose o rumorose. Sono disponibili sia come sistemi trasportabili che stazionari; hanno la capacità di operare su un ampio range di temperatura e in qualunque orientamento; sono in grado di fornire alti impulsi di corrente e può fornire una vasta scelta di tensioni. Inoltre offrono un’ampia possibilità di dimensioni diverse e unificate a livello mondiale». L’unico limite significativo è la necessità di conversione da corrente diretta ad alternata se il sistema di accumulo dell’energia è collegato alla rete elettrica.

Ci sono vari tipi di batterie con caratteristiche differenti, dalle soluzioni al litio alle batterie di flusso. Queste ultime, in particolare, rappresentano il vertice tecnologico e di ricerca. Lo stesso docente ha rilevato che esse «saranno molto interessanti in previsione, quando usciranno dalla fase di studio prototipale».

Per quanto riguarda le strategie dei sistemi di accumulo, tra le più interessanti riguardano i sistemi a idrogeno (HES). Questi sono caratterizzati da tre elementi fondamentali: elettrolizzatore, serbatoio di accumulo di idrogeno e fuel cell per la fase di restituzione. La produzione più interessante di idrogeno è quella mediante elettrolisi ricorrendo a elettricità prodotta da FER. È il cosiddetto green hydrogen, idrogeno verde, una tecnologia per certi versi matura, «ma la chiave di volta di questo sistema che deve essere risolto dalla ricerca è il superamento degli ostacoli attuali costituiti da costi ancora elevati e una bassa efficienza (37%) nella versione elettrolisi-stoccaggio-fuel cell, nel down trip ovvero dalla produzione di elettricità da FER alla sua restituzione», rileva il docente.

C’è poi, nel novero dei sistemi di accumulo dell’energia, anche i condensatori e, ancor più, i supercondensatori: nel secondo caso, in particolar,e si può contare su efficienze molto elevate (98%), risposte rapide sia in fase di carica che di rilascio dell’energia, ma sono sistemi complessi e al momento devono ancora sviluppare il loro potenziale, a livello commerciale.

L’energy storage del prossimo futuro: il power-to-gas

Una tecnologia particolarmente promettente è quella del Power To Gas, che impiega l’energia elettrica per produrre un combustibile gassoso.«Grazie al power-to-gas è possibile integrare lo sfruttamento diretto di risorse rinnovabili sia programmabili (biomasse di origine vegetale o animale) che non programmabili (eolico e fotovoltaico) con un processo di produzione sia dell’idrogeno sia di metano sintetico. È un sistema fondamentale perché permette di contare su metano prodotto anche esclusivamente da fonte rinnovabile, sfruttabile per produrre energia elettrica, ma soprattutto perché è trasportabile mediante le reti gas già esistenti», spiega ancora Melino. Ciò significa «che è possibile produrre energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili contando su due elementi essenziali: contare su una capacità di accumulo potenzialmente infinita grazie alla rete gas e avere la possibilità di trasportare la produzione di energia elettrica da un capo all’altro dell’Italia in maniera relativamente semplice e soprattutto con infrastrutture già esistenti», conclude. Seppure oggi abbia efficienze particolarmente basse, ha elevate potenzialità proprio nell’ottica di una piena transizione energetica. (Fonte: lumi4innovation)

 

Pubblicate le linee guida del recovery plan tedesco

Grazie al risparmio pubblico degli anni scorsi, il piano di ripresa tedesco ha una portata tale che Berlino si aggiudica due dei primi sei programmi mondiali di ripresa “verde” secondo il ranking redatto da Carbonbrief (gli altri quattro sono europei). Numero che sale a otto se si allarga lo spettro ai primi venti programmi.

Quelli passati dal governo tedesco non sono solo meccanismi di supporto statale provvisti di ampi margini di manovra; sono anche piuttosto pratici:

  • tagliano le tasse sulle rinnovabili in bolletta per evitare un aumento delle spese energetiche dei nuclei domestici (11 miliardi di euro);
  • promuovono l’industria nazionale dell’idrogeno (7 miliardi, a cui si aggiungono 2 miliardi per lo sviluppo di un mercato “internazionale”).

Se il primo programma “verde” (incentivi in bolletta) ha lo scopo di rendere la transizione energetica tedesca meno pesante per la popolazione, il secondo è il fiore all’occhiello della cancelliera Angela Merkel e soprattutto del ministro dell’economia e dell’energia Peter Altmaier. Guarda al futuro in modo coerente e piuttosto ambizioso, si prefigge lo scopo di cambiare il sistema energetico nazionale diminuendone l’impatto ambientale e, in generale, differenziando rischi.

CREDIBILITÀ E SOLIDITÀ

Oltre a una campagna informativa di supporto (che a volte sfiora il marketing), il programma per l’idrogeno include una serie di misure, tra cui la riduzione dell’IVA e sgravi fiscali.

Il tentativo di rendere l’idrogeno “l’energia del futuro” è reso più solido dal peso politico e dalla continuità tedesca in Europa, che permette alla classe dirigenziale teutonica di influenzare le politiche europee in linea con le proprie strategie di medio e lungo periodo.

Il tentativo di rendere l’idrogeno “l’energia del futuro” è reso più solido dal peso politico e dalla continuità tedesca in Europa

Il cambiamento industriale in atto implicherà sicuramente nuove possibilità (per lo più per società tedesche e francesi), ma anche perdite per la catena di sub-fornitura tradizionale tedesca (e quindi per società italiane).

Sebbene manchino diversi dettagli e nuovi inevitabili programmi (anche perché il governo ha lanciato delle consultazioni pubbliche su come migliorare i programmi di ripresa e come priorizzarli), non ci sono dubbi sul fatto che la Germania abbia già comunicato chiaramente la propria priorità: politiche energetiche in linea con gli obiettivi di neutralità climatica al 2050 che permettano alla Germania di guadagnare credibilità e preservare, per quanto possibile, il resto del tessuto economico.

I primi risultati del programma di ripresa sembrano già aver sortito dei primi effetti. Il numero dei disoccupati è sceso per il terzo mese consecutivo a settembre, i lavori temporanei sono in diminuzione, ha scritto a ottobre il ministro delle Finanze. Il 26 ottobre il governo ha anche rivisto al rialzo le stime per il 2021.

INVESTIMENTI “SOSTENIBILI”

Gli altri programmi tedeschi in chiave “verde” annunciati quattro mesi fa prevedono:

  • Un supporto statale per l’acquisto di macchine elettriche
  • Sostegno finanziario per i comuni, inclusi 2,5 miliardi di euro per il trasporto pubblico
  • Due miliardi e mezzo per ampliare l’infrastruttura di ricarica delle auto elettriche e, in generale, sostenere la ricerca e lo sviluppo della mobilità elettrica
  • Due miliardi di euro per investimenti in nuove tecnologie da parte di case automobilistiche e fornitori
  • Ulteriori due miliardi di euro per l’aumento dell’efficienza energetica degli edifici
  • Un miliardo di euro ciascuno per la navigazione moderna e l’aviazione
  • Conservazione e gestione sostenibile delle foreste (700 milioni di euro)
  • Misure per la digitalizzazione
  • Tutti i programmi “verdi” tedeschi sono non solo sensati, ma quasi necessari

Da non dimenticare poi la decisione di supportare Deutsche Bahn con 5 miliardi. Questo permetterà alla società ferroviaria tedesca di prepararsi ai cambiamenti del sistema ferroviario europeo in corso, cambiamenti che stanno facilitando nuovi investimenti intra-continentali.

Tutti i programmi “verdi” tedeschi sono non solo sensati, ma quasi necessari, visto il piano di uscire dal nucleare (2022) e dal carbone (2038). La Germania è uno dei sette Paesi che, al momento, ha recepito gli obiettivi di neutralità climatica al 2050 nella legislazione nazionale (insieme a Danimarca, Francia, Gran Bretagna, Nuova Zelanda, Svezia ed Ungheria).

Lo scopo di pensare alla sostenibilità, e quindi al futuro e non al passato, offre una direzione agli investimenti. Questo è particolarmente sensato in un momento di significative incertezze. Il governo tedesco sta cercando di comunicare chiaramente tanto all’industria quanto alla popolazione. Rimane comunque che la situazione politica non è facile da leggere e che, in diverse conferenze stampa, Angela Merkel ha dovuto rispondere a domande sull’opinione pubblica. Il malcontento, che sembra solo italiano leggendo i giornali del Bel Paese, è questione diffusa.

BACKGROUND: IL PIANO DI RIPRESA TEDESCO NEL SUO COMPLESSO

Il piano biennale da 130 miliardi di euro lanciato dal governo tedesco a giugno ammonta a circa il 3,8% del PIL, poco più di quanto deciso dal governo francese.

Il pacchetto completo prevede misure sanitarie, una garanzia statale sui prestiti alle imprese, programmi atti al mantenimento di posti di lavoro, supporto finanziario alle piccole e medie imprese, il differimento di alcune imposte, la sospensione delle procedure di insolvenza per un anno dall’inizio della pandemia e la riduzione delle aliquote IVA (quella normale dal 19% al 16%, quella ridotta passa dal 7% al 5%). Questo implica maggiore flessibilità e liquidità.

Non solo transizione energetica…

Per due anni fiscali, poi, è stata garantita la possibilità di aumentare le quote di ammortamento dei beni mobili per incentivare gli investimenti, per esempio in nuovi macchinari. Il governo riporta anche che “la legislazione in materia di imposta sulle società sarà aggiornata e comprenderà, ad esempio, un’opzione che consentirà alle entità non societarie di essere trattate come società a fini fiscali. Ciò aumenterà la competitività delle imprese.” Merkel ha sottolineato in diverse occasioni che ulteriori misure in supporto al tessuto produttivo sono già in cantiere.

Il 28 ottobre, per esempio, il ministro Altmaier ha annunciato un ulteriore pacchetto da 10 miliardi per compensare le perdite di novembre derivanti dal secondo lockdown, entrato in vigore a inizio mese. Lo scopo è quello di sostenere società con meno di 50 dipendenti. Allo stesso tempo, come sottolineato dal ministro delle Finanze Olaf Scholz (probabile cancelliere dopo Merkel), queste misure rientrano nel bilancio corrente. Questo evita, almeno per ora, nuovo debito.

COSA VUOL DIRE A LIVELLO INTERNAZIONALE?

Continuano le attività diplomatiche tedesche. Il governo Merkel, che ha aumentato la sua credibilità negli ultimi mesi per via della gestione finora efficiente della pandemia e per la cautela dimostrata a livello internazionale, mantiene contatti a diversi livelli per operare pressioni in campo energetico su governi in Africa, Nordamerica, Sudamerica, Oceania e Asia.

L’intenso lavoro diplomatico rafforza le prospettive tedesche

Non si può negare il contributo tedesco alla decisione di Cina, Giappone e Corea del Sud di introdurre l’obiettivo della neutralità climatica (o neutralità carbonica come nel caso della Cina) entro il 2050.

Tutte queste dimensioni – economiche, ambientali e diplomatiche – rendono il piano tedesco per l’idrogeno e il clima in generale plausibile a livello nazionale, condivisibile a livello continentale e un utile spunto di riflessione a livello globale.

(Fonte: startmag)

 

L’aumento del prezzo del vetro aumenta i costi del fotovoltaico

Dallo scorso luglio il prezzo del vetro utilizzato per i moduli fotovoltaici è aumentato del 71 per cento, e le aziende che lo producono stanno facendo fatica ad aumentare i livelli produttivi in modo da mantenere delle scorte in magazzino.

I PANNELLI SOLARI A DOPPIA FACCIA

La mancanza di vetro, scrive Bloomberg, è legata all’aumento della domanda da parte del settore fotovoltaico. I pannelli solari a doppia faccia stanno infatti diventando sempre più popolari perché garantiscono un output energetico maggiore: oltre alla luce diretta, riescono ad assorbire anche l’energia riflessa dal terreno. Richiedono però anche più vetro.

Nel 2019 i pannelli a doppia faccia valevano circa il 14 per cento del mercato, ma ci si aspetta che entro il 2022 arriveranno a rappresentarne la metà.

I RISCHI PER IL SETTORE

Se la materia prima è scarsa e costosa, anche i pannelli solari lo diventeranno: il vetro rappresenta circa il 20 per cento delle spese di produzione.

Il rischio è che la competitività del fotovoltaico – un settore che sta vivendo una fase molto positiva a livello mondiale – possa risentirne negativamente. Se i costi del vetro dovessero salire ancora, gli impianti fotovoltaici potrebbero faticare a registrare profitti in assenza di sussidi statali. E se gli investitori dovessero iniziare a considerare i progetti solari come economicamente svantaggiosi, potrebbero rinunciare a finanziarli.

LA SITUAZIONE IN CINA

La stragrande maggioranza della produzione manifatturiera globale di moduli solari si concentra in Cina. Grandi produttori locali come LONGi Solar hanno chiesto al governo di Pechino di fare qualcosa per risolvere la situazione, approvando l’apertura di nuove vetrerie.

Nel 2018 il governo cinese aveva vietato all’industria del vetro di dotarsi di nuova capacità per risolvere sia il problema della sovrapproduzione, sia quello del consumo energetico e dell’inquinamento.

La Cina però ha intenzione di raggiungere la neutralità carbonica entro il 2060: un obiettivo ambizioso, che richiederà un aumento della quota delle fonti rinnovabili nel mix energetico. Le stime parlano di almeno 2200 gigawatt di energia solare entro quella data, contro i 210 GW attuali.

(Fonte: energiaoltre)