AMBIENTALISTI NEL 2000 (di Mario Gugliotta)

Sono trascorsi pochi giorni dalla grande manifestazione mondiale contro i cambiamenti climatici e già il tema comincia a scomparire dalle prime pagine dei giornali. E’ sempre bello vedere le piazze gremite di gente che chiede di partecipare alle decisioni politiche che riguardano il proprio futuro e credo che una mobilitazione continua e fattiva sarebbe auspicabile.

L’ambientalismo cambia, si evolve, così come nel tempo è cambiata la percezione del mondo che ci circonda.

È ormai passato quasi un secolo da quando, nel 1922, è stato istituito il Parco Nazionale D’Abruzzo, forse il primo esempio in Italia – e tra i primi nel mondo – di intervento sostanziale a tutela dell’ambiente. L’ambientalismo, quindi, visto come difesa fisica della natura contro l’ingerenza umana, difesa della flora e della fauna dall’espansione delle città e delle infrastrutture, dello sfruttamento del suolo a scopi lucrativi o residenziali, del disboscamento per l’espansione dell’agricoltura o la produzione di combustibile legnoso. Una natura quindi statica, da preservare per la sua biodiversità e per la sua intrinseca bellezza.

L’ambientalismo, nel secondo dopoguerra, ha poi seguito vari filoni ispirati dal movimentismo del momento restando per un lungo periodo però legato allo stesso concetto di natura “cartolina”, percepita attraverso i sensi più che dalla ragione. Salvare le balene dalla pesca d’altura o gli uccelli di passo dalle mattanze dei cacciatori, fermare la cementificazione delle spiagge o l’invasione delle colline dalle pale eoliche, no agli inceneritori e alle discariche, etc.

Oggi la coscienza ambientale è cambiata. Si è capito che il nuovo nemico dell’ambiente è subdolo, microscopico o addirittura invisibile. Si può chiamare anidride carbonica, microplastica, antibiotici, nitrati, metalli pesanti, e a produrli e immetterli nell’ambiente siamo tutti noi direttamente o indirettamente, spesso anche inconsapevolmente. Per questo la sfida di tutti noi – una sfida non solo ambientalista -è oggi più difficile e necessita di molte più competenze e impegno. Si prende finalmente consapevolezza che le balene e i pesci muoiono a causa dell’inquinamento degli oceani da plastica, che gli uccelli cambiano abitudini a causa dell’attività antropica e per l’inquinamento, che l’eccesso di consumo di carne non fa male solo alla nostra salute ma anche alla natura, che molte spiagge spariranno per l’innalzamento delle maree dovute al global warming, che quella pala eolica sulla collina non è così brutta perché è una risposta all’uso dei combustibili fossili, che l’impianto di compostaggio nel nostro back yard aiuta a restituire correttamente carbonio alla terra impoverita. Abbiamo capito che tutti noi liberiamo microplastiche nell’ambiente insieme agli scarichi del nostro bucato, che bruciare la legna nel caminetto è romantico ma non ambientalmente corretto, che per dar da mangiare a una popolazione in continua crescita c’è bisogno di una nuova cultura agricola (e alimentare).

Intanto la politica nazionale e internazionale cosa fa? Si potrebbe usare una frase di Don Raffaele, nella nota canzone di De Andrè: si costerna, si indigna, si impegna, poi getta la spugna con gran dignità. Si, perché questa è la triste risposta, ogni decisione rischia di rimanere invischiata nella logica commerciale del minor prezzo, nel ricatto trumpiano negazionista, nel pragmatico bilancio costi/benefici. Si rimandano soluzioni impegnative in attesa di tempi migliori, senza immaginare che i tempi migliori forse sono già alle nostre spalle. Paesi lungimiranti investono gli utili economici della devastazione ambientale nelle nuove tecnologie,mentre politiche miopi e conservatoristiche fanno perdere all’Europa e all’occidente il ruolo di leadership nella lotta per un futuro migliore.

Essere ambientalista negli anni 2000 è un impegno necessario per tutti, nella nostra piccola o grande attività quotidiana, un impegno che non sarà gratuito né in termini economici né di partecipazione attiva con l’esempio, la dedizione e la consapevolezza. E in questo scenario è inevitabile che i player principali saranno ancora le grandi industrie, spesso le stesse che hanno alimentato la cosiddetta economia lineare ovvero l’opposto dell’economia circolare, a cui noi tutti dovremo contrapporre un consumo consapevole e qualche sacrificio. Si tratta ora di scalare un monte fatto di abitudini e di un retaggio culturale non più accettabile: i ragazzi ci hanno detto chiaramente di essere pronti col cuore ma non hanno competenze né potere decisionale. Tocca a noi affiancarli  da “buoni  capaci e realmente responsabili ” padri di questa unica grande famiglia.

LA REVISIONE DELLE CONCESSIONI PASSA ATTRAVERSO UNA CORRETTA GESTIONE DEI MONOPOLI (di Mario Gugliotta)

Lo scorso 12 ottobre, quindi ben prima delle ultime elezioni politiche, pubblicammo un post critico sull’acquisizione di una ESCO da parte di TERNA SpA, ovvero la società a controllo pubblico che gestisce la rete elettrica di trasmissione nazionale. TERNA, di fatto, gestisce in regime di monopolio la rete di Alta Tensione a tariffe prefissate da ARERA (già AEEGSI) che gli consente un fatturato di circa 2,25 miliardi di euro (MLD) e un EBIT (Erning Before Interest and Taxes, ovvero utili prima di interessi e tasse) di ben 1,07 MLD, ovvero oltre il 30% dei ricavi.

In questi giorni, a causa dei tragici eventi di Genova, l’attenzione politica e mediatica si è ovviamente concentrata sulle concessioni e sui monopoli che lo Stato gestisce direttamente ma, soprattutto, su quelle che dà in gestione a società private, e su quale sia la giusta remunerazione che il gestore di un monopolio in concessione si possa o debba attendere. Media e Social hanno fatto un gran parlare sulla concessione di Autostrade per l’Italia SpA che, con un fatturato di circa 3,7 MLD, ha prodotto un EBIT di oltre 1 MLD, pari al 26% dei ricavi, inferiore statisticamente ai risultati di TERNA.

Non vogliamo, né possiamo (per quanto ci piacerebbe), entrare nel merito politico, tecnico e contrattuale, né nel percorso avviato per la nazionalizzazione o “rinazionalizzazione” di alcuni servizi o infrastrutture, ma di certo il discorso della revisione delle concessioni passa anche attraverso la corretta gestione dei monopoli che, anche quando sono gestiti dallo Stato, non sempre garantiscono l’equa distribuzione di utili in proporzione al rischio dei capitali investiti o già ammortizzati, sempre comunque a danno (economico ma, purtroppo, anche fisico) degli utenti. La storia ci avrebbe dovuto insegnare che se il “controllore” e il “controllato” (in termini sia tecnici sia economici) sono affini, difficilmente l’utente potrà trarne vantaggio. Ma se esistono ragioni strategiche di rilevanza nazionale, che obbligano o inducono lo Stato a intervenire nel mondo industriale ed economico, è necessario e obbligatorio, direi, che siano ben chiare le responsabilità e definiti gli ambiti di intervento, anche temporali, per non creare squilibri nel rapporto domanda/offerta a scapito delle Aziende private. Chi ne trarrà vantaggio, oltre a un’innegabile libertà d’impresa, sarà sempre il cittadino che vedrà tutelati i propri diritti di consumatore, attraverso l’applicazione di tariffe eque e la garanzia di un servizio di qualità.

CONOSCETE DAVVERO LE GRANDI AZIENDE ITALIANE? (di Mario Gugliotta – AD Gea srl)

In questi giorni si fa un gran parlare delle nomine ai vertici delle grandi aziende nazionali a partecipazione pubblica, dalla Cassa Depositi e Prestiti, alla RAI o alle FS. Tante Aziende, una quarantina, che devono rinnovare il CdA in scadenza o già scaduto e che vedono impegnato il Governo in trattative serrate per scegliere al meglio i nuovi amministratori e consiglieri. Ma quanto valgono le principali Aziende pubbliche o a partecipazione pubblica in termini di fatturato? Escludendo la Cassa Depositi e Prestiti che è una istituzione finanziaria, diamo qualche numero ricavato da una semplice ricerca su internet. Le aziende dei trasporti, ANAS e FS – cioè le Aziende che fanno muovere gli italiani – fatturano rispettivamente 1,8 e 9,3  miliardi di euro (Mld). La RAI, prima azienda culturale italiana, vale un fatturato di 2,8 Mld. Più alto è il fatturato di Poste Italiane che arriva a circa 30 Mld. La parte del leone la fanno le aziende del settore energia: l’ENI 55 Mld e l’ENEL ben 75 Mld, entrambe però quotate in Borsa e quindi parzialmente fuori dalla semplice logica politica di spartizione. Un ruolo importante tra le aziende a totale controllo pubblico ce l’ha invece il GSE SpA (Gestore dei Servizi Energetici), ovvero la società di Stato che, principalmente, gestisce l’erogazione degli incentivi alle energie rinnovabili e al risparmio energetico. Sapete a quanto ammonta il fatturato? A ben 30 miliardi di euro (dato di bilancio 2016). Mentre i media ci informano quotidianamente sullo sviluppo nelle nomine in RAI o in FS, meno risalto viene dato ad un settore fondamentale per l’economia nazionale, per la sicurezza energetica e per gli impegni assunti in sede internazionale dall’Italia, la nomina del nuovo CdA del GSE, una società che gestisce il triplo del fatturato delle Ferrovie dello Stato o 12 volte quello della televisione pubblica. Perché non se ne parla mai? Forse perché è un tema noioso per soli adepti, o forse perché per gestire un’azienda come il GSE servono competenze e non basta l’appartenenza politica? Di fatto aspettiamo la nomina del successore del dott. Sperandini che dovrebbe avvenire in occasione della prossima assemblea convocata per il 2 agosto. Da operatori del settore non possiamo che augurarci una nomina competente e lungimirante, che ridia ascolto ad un settore che da anni aspetta il rilancio. Il combinato disposto tra il rispetto degli impegni, l’aggiornamento e l’attuazione della SEN, nonché il dare risposta ad un mercato pronto ad un nuovo balzo in avanti, fa del GSE un Ente fondamentale per i prossimi anni, che dovrà gestire e stimolare il percorso di decarbonizzazione attraverso una transizione energetica sostenibile. Sarebbe quindi importante (e per alcuni anche interessante) dare la giusta attenzione mediatica al dibattito politico che porterà a questa nuova nomina.

ENERGIE RINNOVABILI: A BRUXELLES RAGGIUNTO ACCORDO SU DIRETTIVA RED

Questa notte a Bruxelles il Consiglio, il Parlamento e la Commissione hanno raggiunto l’accordo sulla direttiva RED II, che stabilisce gli obiettivi per il 2030 sulle energie rinnovabili. Parzialmente accolte le mozioni che richiedevano un incremento al 35% della quota di rinnovabili che viene stabilita al 32%, con la possibilità di ridiscuterla a rialzo già tra 5 anni, nel 2023. Viene anche stabilito il target al 14% dell’uso di combustibili rinnovabili per l’autotrazione, di cui il 3,5% minimo di seconda o terza generazione, stop all’olio di palma al 2030 e dal 2020 non sarà più possibile incrementare la quota di biocombustibili di prima generazione.
Possiamo dirci soddisfatti? Si, gli obiettivi posti sono sufficientemente sfidanti e non irraggiungibili, inoltre la possibilità di revisione nel 2023 consentirà di adattare il target allo sviluppo tecnologico che, in un settore ancora giovane, non ha ancora espresso tutte le reali potenzialità.
Ora si attende che vengano adottate anche le risoluzioni sull’efficienza energetica su cui alcuni stati pongono veti speriamo superabili. L’effetto combinato della riduzione dei consumi e dell’incremento della produzione rinnovabile potrà garantire ancora all’Europa uno sviluppo economico sostenibile.

Energie rinnovabili: l’Italia in ambito europeo propone il 35% come obiettivo per il 2030

Ieri al Consiglio Energia, in ambito europeo, il rappresentante italiano ha preso posizione a sostegno dell’obiettivo 2030 di raggiungimento del 35% di fonti di energia rinnovabile e di efficienza energetica. Un plauso si è elevato da tutte le associazioni di categoria italiane e da tutti noi operatori. Ricordiamo che precedentemente la Commissione aveva proposto lo stesso obiettivo al 27%. È giusto essere ambiziosi e ci stringiamo tutti intorno al nuovo Ministro che dovrà ora varare i provvedimenti concreti – che per vari motivi da due anni latitano – necessari a rendere questo sogno realtà. Aspettiamo fiduciosi.

SIAMO GIA’ IN PIENA TRANSAZIONE ENERGETICA?

Con la vendita della raffineria di Augusta, anche la EXXONMOBIL esce quasi definitivamente dal settore dei carburanti per autotrazione in Italia. Dopo aver venduto le stazioni di servizio – che però possono continuare a mantenere il nome ESSO a differenza di quanto già avvenuto in passato con Shell e Mobil – la società statunitense cede agli algerini della Sonatrach una delle più importanti raffinerie del Mediterraneo, rimanendo però ancora in quota di partecipazione nella raffineria di Trecate.
Cosa si può intuire da questo passaggio di consegne? Per prima cosa, certamente, che le attività di raffinazione stanno piano piano strategicamente concentrandosi nelle mani delle compagnie di bandiera dei Paesi produttori di petrolio (nella stessa area ad esempio la ERG ha ceduto, 10 anni fa, la raffineria di Priolo alla russa Lukoil). Ma forse (speriamo) c’è di più, ovvero l’intuizione delle grandi compagnie petrolifere che il prossimo futuro sarà GREEN e che bisogna gettare oggi le basi per avere domani un adeguato peso specifico nel settore delle energie rinnovabili, delle biotecnologie e dei servizi agli utenti. Lo hanno capito in molti e tutti, compresa le italiane ENI ed ENEL (ma anche altri), stanno investendo in ogni angolo del mondo nella realizzazione di impianti rinnovabili allo stesso modo in cui passato (e ancora nel presente) si è investito nella prospezione di idrocarburi, creando la rete tecnica e commerciale utile per i futuri sviluppi. Noi siamo spettatori interessati e nel nostro piccolo diamo il nostro contributo. (Mario Gugliotta)

E’ IMMAGINABILE UN FUTURO PACIFICO PER IL MEDIORIENTE?

Nuovi e vecchi conflitti infiammano la via della seta, ovvero i territori che si estendono dalle pendici dell’Himalaya e arrivano fino al Mediterraneo. Da sempre questi territori sono stati contesi dai popoli dell’Eurasia per aggiudicarsi la loro ricchezza e la loro funzione di interconnessione tra i due continenti. Come una calamita il Medioriente, quando non è esso stesso un potente impero (gli imperi Persiano, Arabo e Ottomano ad esempio), attira la bramosia delle grandi potenze mondiali, da Alessandro Magno in poi.
La via della seta è oggi un intreccio di interessi multipli, che vanno da quello legato al controllo e alla distribuzione degli idrocarburi estratti in quei territori, al traffico di merci provenienti dalla Cina e dall’India e diretti ai ricchi mercati europei, fino alla guerra per la supremazia tra religioni “concorrenti” o all’interno delle stesse professioni.
Anche se vogliamo fingere di essere indifferenti al dramma in corso in questo momento in Siria (ma allo stesso tempo in tante altre nazioni dello stesso scacchiere), dobbiamo fare i conti con la realtà fatta da un lato dal dramma umano di milioni di profughi e dall’altro, molto più pragmatico, della nuova crescita del prezzo del petrolio che ormai si è tornato ad attestare sui 70 dollari al barile. La coscienza comune occidentale ha ormai acquisito la consapevolezza che lo scopo primo (e ultimo) delle più recenti guerre è da individuare nella linfa vitale del mondo industriale, gli idrocarburi. Ma, allo stesso tempo, molta meno consapevolezza si ha sull’influenza dei nostri comportamenti e atteggiamenti, singoli o di comunità, sulla sorte del nostro e degli altri Popoli.
Si arriverà mai ad una stabilità? E’ immaginabile un futuro pacifico per questi popoli?
Non è certo nei nostri commenti che si possono trovare le risposte, ma di sicuro possiamo affermare che ridurre la dipendenza dagli idrocarburi è oggi una necessità vitale per tutto il mondo industrializzato. Anche chi non crede ai cambiamenti climatici non può negare che i rischi di una crisi energetica indotta dai conflitti in queste aree martoriate sia altamente probabile, e allo stesso tempo non è possibile immaginare un mondo che possa fare a meno del petrolio e del gas mediorientale per lungo tempo e con scarso preavviso. Anche gli USA, per il quale si parla di indipendenza energetica (pur sapendo quanto poco sia reale e quanto sia scarsa la capacità interna di raffinazione), non potrebbero sopperire ai propri consumi se non per breve tempo.
Se vogliamo evitare che la prima risposta ad una crisi energetica possa essere il ritorno al vituperato carbone, questo è il momento per investire e spingere sulle fonti rinnovabili. Tutte, indistintamente. Ma allo stesso tempo non si può rinunciare demagogicamente a diversificare e implementare le nostre fonti di energia primaria (gas naturale in primis) senza incomprensibili veti pseudoambientalisti.
La transizione energetica è in corso e deve essere affrontata con decisione, consapevolezza, competenze e con investimenti importanti. Non sarà facile né indolore, ma può essere il nostro contributo alla pace. (Mario Gugliotta)

PRIMO PROVVEDIMENTO DA PRENDERE NEL SETTORE ENERGIA PER IL NUOVO GOVERNO

A pochi giorni dalla tornata elettorale e a poco meno di tre settimane dall’insediamento del nuovo Parlamento, ho provato a immedesimarmi nei panni del prossimo Premier per individuare quale provvedimento mettere all’ordine del giorno del primo Consiglio dei Ministri per quel che riguarda il settore dell’energia – rinnovabile e non – e dell’ambiente, argomenti molto poco dibattuti in campagna elettorale e completamente assenti dalle analisi post voto.
Riflettendo sull’articolo pubblicato dal Sole 24 ore del 6 marzo, ripostato sulla nostra pagina Facebook nei giorni successivi, relativo alla sentenza del Consiglio di Stato in materia di recupero di rifiuti, mi sono convinto che la cosa di cui l’Italia ha bisogno è innanzitutto la “competenza”. La competenza non è un dono di natura, ma è il frutto di studio, di lavoro e di esperienza, cresce con la capacità di ascoltare e di immedesimarsi nei bisogni e nelle idee degli altri, consente di scegliere all’interno del proprio staff le migliori risorse da mettere a disposizione e permette di ragionare in prospettiva e non per tornaconto immediato. Quindi la competenza è quella qualità che serve per dar seguito ad un progetto sapendo dove si vuole arrivare, ma sapendo cambiare strada, per correggere principalmente il percorso – e qualche volta anche l’obiettivo, se le situazioni al contorno cambiano inaspettatamente – tenendo ben presente le motivazioni alla base del percorso intrapreso.
Perché questa premessa? Perché l’Italia è oggi condizionata da leggi e da una burocrazia troppo spesso assolutamente “incompetente”, ovvero che (come dimostra la sentenza del Consiglio di Stato) perde di vista l’obiettivo del proprio agire, improvvisando provvedimenti miopi e inconcludenti. Beninteso, la critica in questo caso non è rivolta al Consiglio di Stato, che agisce secondo i dettami costituzionali e di legge, ma nei confronti dei legislatori che si sono susseguiti in questi anni e che non hanno saputo dare una visione univoca tra gli impegni assunti nel caso specifico (a livello comunitario), ad esempio nella raccolta differenziata e nel riciclo/riduzione dei rifiuti, con adeguate norme attuative per ottemperare a tali impegni. Una situazione per altri versi analoga a quella vissuta in questi anni sulle spalle dei produttori di energia rinnovabile che, sottoposti alle verifiche del GSE, hanno visto revocarsi i contributi e gli incentivi, con il fallimento delle stesse iniziative e quindi perdendo di vista l’obiettivo di produzione di energia rinnovabile, spesso per meri vizi formali dettati anche dalla complessità e dalla irragionevolezza normativa. Oppure a quei tanti imprenditori che hanno investito spesso ingenti patrimoni in una nuova iniziativa e che hanno visto le loro speranze abortire non per “carenza progettuale”, ma per inefficienza (e quindi incompetenza) degli Enti preposti a concedere le autorizzazioni che, pur di non esporsi a potenziali ricorsi o contestazioni, hanno preferito far scorrere il tempo dimostrando assoluto disinteresse e/o disprezzo sia per i soldi spesi, sia per le opportunità di sviluppo e di occupazione mancate.
E quindi cosa fare? Innanzitutto, aprire ai cittadini e alle imprese (e non solo alle associazioni di categoria) degli sportelli di dialogo con la Pubblica Amministrazione. Sportelli veri, concreti e, ribadisco, competenti dove esporre e analizzare i singoli casi spinosi (al limite aggregati per categoria), dando soluzioni “impegnative”. La politica DEVE ricominciare ad avere il coraggio di assumersi le responsabilità, di metterci la faccia, di affrontare la vita reale, non limitandosi a parlare nei talk show e nelle riunioni di gabinetto, ma guardando negli occhi chi – grande o piccolo allo stesso modo – vedrà la propria vita o quella della propria Azienda cambiare a seguito di un provvedimento sbagliato, incompleto o tardivo che sia.
Secondo, devono essere usate meglio le competenze che già esistono nel mondo della pubblica amministrazione e negli Enti di Stato: l’ENEA, il CNR, il MIUR possono essere un valido aiuto per risolvere molte delle problematiche che le Aziende hanno per comprendere e interpretare le norme, o per far comprendere le proprie esigenze a chi queste norme le scrive, e possono anche a supportare le Pubbliche Amministrazioni ad esaminare i progetti in tempi utili (tempi corti e certi, con scadenze che riflettano gli usi comunitari, in modo che i soldi erogati dalle banche pesino sui ricavi del progetto e non sui tempi morti pre-autorizzativi). Sempre come esempio basterebbe vedere come gli ultimi provvedimenti in termini di incentivazione all’efficienza energetica hanno completamente bloccato il mercato facendo crescere in maniera impropria e immotivata il prezzo dei TEE (Titoli di Efficienza Energetica): un semplice confronto con una qualsiasi ESCO o con la stessa ENEA avrebbe fatto capire ai legislatori che i provvedimenti adottati avrebbero condotto a questo risultato.
Infine è necessario un piano pluriennale per tutto il settore delle energie rinnovabili che, oltre alle nuove installazioni, passi anche attraverso la ricontrattazione volontaria degli incentivi esistenti, una sorta di “spalma-incentivi” su base assolutamente volontaria che premi (e non penalizzi come in passato) i produttori che vorranno aderire ad un piano personalizzato di revisione del proprio piano di incentivazione, al fine di ridurne il peso specifico in bolletta energetica.
Insomma poche idee, ma principalmente un requisito: la COMPETENZA. (Mario Gugliotta)