REGIONE LOMBARDIA: STABILITI I CRITERI CHE DEFINISCONO IL BIOMETANO DA RIFIUTI QUALE PRODOTTO (di Mario Gugliotta)

La Regione Lombardia rompe gli indugi e con Decreto Dirigenziale finalmente pone fine alla diatriba sulla natura di prodotto del biometano da rifiuti. Una presa di posizione netta, seguita a quella già presa nei mesi scorsi dalla Città Metropolitana di Milano che rivendicava la facoltà di autorizzare impianti per la produzione di biometano da rifiuti, che rifacendosi al DM 2/3/2018 sulla “promozione dell’uso del biometano e degli altri biocarburanti avanzati nel settore dei trasporti” ha di fatto decretato, senza attendere ulteriori normative a livello nazionale o comunitario sulla filiera dell’End of Waste”, che i criteri individuati nel suddetto DM sono sufficienti a definire il biometano da rifiuti quale “prodotto” e non più “rifiuto”. Sembra assurdo come sia facile riempire pagine di giornali con articoli sull’economia circolare, sull’end of waste, sull’energia rinnovabile o sull’efficienza energetica e poi ci si imbatte nell’inerzia di alcune Istituzioni che ritardando o rinviando l’emanazione dei provvedimenti necessari all’attuazione dei programmi di tutela ambientale su cui il Governo e le forze politiche si sono impegnate a livello nazionale e internazionale, pongono un freno ingiustificato allo sviluppo di settori così importanti e vitali. Un plauso quindi alla Dirigente del Settore Ambiente e Clima della Regione Lombardia, dott.sa Elisabetta Confalonieri, per la chiarezza delle idee e la capacità decisionale.

DECRETO DIRIGENZIALE REGIONE LOMBARDIA

GSE: PUBBLICATO IL RAPPORTO DELLE ATTIVITA’ 2018 di Mario Gugliotta

E’ stato appena pubblicato dal GSE (Gestore dei Servizi Energetici) il rapporto delle attività del 2018. A parte i valori assoluti in crescita dell’energia elettrica rinnovabile prodotta in Italia, per un totale di 117 TWh, è interessante sottolineare l’incremento della produzione di energia rinnovabile in confronto ai costi addebitati in bolletta (la vecchia componente A3): a fronte di una crescita dell’energia immessa di circa + 10% sul 2017, si assiste nello stesso periodo ad una riduzione di circa 0,8 miliardi di euro di incentivi erogati. I motivi sono ovviamente da legare in gran parte a molti contratti CV (Certificati Verdi) e Cip6 (il primo e più vecchio sistema di incentivazione varato nel 1992) arrivati a scadenza naturale. Gli incentivi distribuiti sono stati pari a circa 15,4 miliardi di euro, la parte del leone, con 11,6 miliardi, l’hanno fatto le FER elettriche nonostante i ritardi sull’emanazione del nuovo decreto di incentivazione. I biocarburanti, su cui si punta molto per il futuro energetico nazionale, hanno raccolto circa 0,6 miliardi di euro mentre ancora al palo ci sono l’efficienza energetica e le rinnovabili termiche (1,7 miliardi) su cui si aspetta un intervento normativo di rilancio. Infine 1,4 miliardi sono stati destinati all’Emission Trading (il principale strumento adottato dall’Unione europea per raggiungere gli obiettivi di riduzione della CO2 nei principali settori industriali, sistema che è stato introdotto e disciplinato nella legislazione europea dalla Direttiva 2003/87/CE).

RAPPORTO GSE 2018

AMBIENTALISTI NEL 2000 (di Mario Gugliotta)

Sono trascorsi pochi giorni dalla grande manifestazione mondiale contro i cambiamenti climatici e già il tema comincia a scomparire dalle prime pagine dei giornali. E’ sempre bello vedere le piazze gremite di gente che chiede di partecipare alle decisioni politiche che riguardano il proprio futuro e credo che una mobilitazione continua e fattiva sarebbe auspicabile.

L’ambientalismo cambia, si evolve, così come nel tempo è cambiata la percezione del mondo che ci circonda.

È ormai passato quasi un secolo da quando, nel 1922, è stato istituito il Parco Nazionale D’Abruzzo, forse il primo esempio in Italia – e tra i primi nel mondo – di intervento sostanziale a tutela dell’ambiente. L’ambientalismo, quindi, visto come difesa fisica della natura contro l’ingerenza umana, difesa della flora e della fauna dall’espansione delle città e delle infrastrutture, dello sfruttamento del suolo a scopi lucrativi o residenziali, del disboscamento per l’espansione dell’agricoltura o la produzione di combustibile legnoso. Una natura quindi statica, da preservare per la sua biodiversità e per la sua intrinseca bellezza.

L’ambientalismo, nel secondo dopoguerra, ha poi seguito vari filoni ispirati dal movimentismo del momento restando per un lungo periodo però legato allo stesso concetto di natura “cartolina”, percepita attraverso i sensi più che dalla ragione. Salvare le balene dalla pesca d’altura o gli uccelli di passo dalle mattanze dei cacciatori, fermare la cementificazione delle spiagge o l’invasione delle colline dalle pale eoliche, no agli inceneritori e alle discariche, etc.

Oggi la coscienza ambientale è cambiata. Si è capito che il nuovo nemico dell’ambiente è subdolo, microscopico o addirittura invisibile. Si può chiamare anidride carbonica, microplastica, antibiotici, nitrati, metalli pesanti, e a produrli e immetterli nell’ambiente siamo tutti noi direttamente o indirettamente, spesso anche inconsapevolmente. Per questo la sfida di tutti noi – una sfida non solo ambientalista -è oggi più difficile e necessita di molte più competenze e impegno. Si prende finalmente consapevolezza che le balene e i pesci muoiono a causa dell’inquinamento degli oceani da plastica, che gli uccelli cambiano abitudini a causa dell’attività antropica e per l’inquinamento, che l’eccesso di consumo di carne non fa male solo alla nostra salute ma anche alla natura, che molte spiagge spariranno per l’innalzamento delle maree dovute al global warming, che quella pala eolica sulla collina non è così brutta perché è una risposta all’uso dei combustibili fossili, che l’impianto di compostaggio nel nostro back yard aiuta a restituire correttamente carbonio alla terra impoverita. Abbiamo capito che tutti noi liberiamo microplastiche nell’ambiente insieme agli scarichi del nostro bucato, che bruciare la legna nel caminetto è romantico ma non ambientalmente corretto, che per dar da mangiare a una popolazione in continua crescita c’è bisogno di una nuova cultura agricola (e alimentare).

Intanto la politica nazionale e internazionale cosa fa? Si potrebbe usare una frase di Don Raffaele, nella nota canzone di De Andrè: si costerna, si indigna, si impegna, poi getta la spugna con gran dignità. Si, perché questa è la triste risposta, ogni decisione rischia di rimanere invischiata nella logica commerciale del minor prezzo, nel ricatto trumpiano negazionista, nel pragmatico bilancio costi/benefici. Si rimandano soluzioni impegnative in attesa di tempi migliori, senza immaginare che i tempi migliori forse sono già alle nostre spalle. Paesi lungimiranti investono gli utili economici della devastazione ambientale nelle nuove tecnologie,mentre politiche miopi e conservatoristiche fanno perdere all’Europa e all’occidente il ruolo di leadership nella lotta per un futuro migliore.

Essere ambientalista negli anni 2000 è un impegno necessario per tutti, nella nostra piccola o grande attività quotidiana, un impegno che non sarà gratuito né in termini economici né di partecipazione attiva con l’esempio, la dedizione e la consapevolezza. E in questo scenario è inevitabile che i player principali saranno ancora le grandi industrie, spesso le stesse che hanno alimentato la cosiddetta economia lineare ovvero l’opposto dell’economia circolare, a cui noi tutti dovremo contrapporre un consumo consapevole e qualche sacrificio. Si tratta ora di scalare un monte fatto di abitudini e di un retaggio culturale non più accettabile: i ragazzi ci hanno detto chiaramente di essere pronti col cuore ma non hanno competenze né potere decisionale. Tocca a noi affiancarli  da “buoni  capaci e realmente responsabili ” padri di questa unica grande famiglia.

LA REVISIONE DELLE CONCESSIONI PASSA ATTRAVERSO UNA CORRETTA GESTIONE DEI MONOPOLI (di Mario Gugliotta)

Lo scorso 12 ottobre, quindi ben prima delle ultime elezioni politiche, pubblicammo un post critico sull’acquisizione di una ESCO da parte di TERNA SpA, ovvero la società a controllo pubblico che gestisce la rete elettrica di trasmissione nazionale. TERNA, di fatto, gestisce in regime di monopolio la rete di Alta Tensione a tariffe prefissate da ARERA (già AEEGSI) che gli consente un fatturato di circa 2,25 miliardi di euro (MLD) e un EBIT (Erning Before Interest and Taxes, ovvero utili prima di interessi e tasse) di ben 1,07 MLD, ovvero oltre il 30% dei ricavi.

In questi giorni, a causa dei tragici eventi di Genova, l’attenzione politica e mediatica si è ovviamente concentrata sulle concessioni e sui monopoli che lo Stato gestisce direttamente ma, soprattutto, su quelle che dà in gestione a società private, e su quale sia la giusta remunerazione che il gestore di un monopolio in concessione si possa o debba attendere. Media e Social hanno fatto un gran parlare sulla concessione di Autostrade per l’Italia SpA che, con un fatturato di circa 3,7 MLD, ha prodotto un EBIT di oltre 1 MLD, pari al 26% dei ricavi, inferiore statisticamente ai risultati di TERNA.

Non vogliamo, né possiamo (per quanto ci piacerebbe), entrare nel merito politico, tecnico e contrattuale, né nel percorso avviato per la nazionalizzazione o “rinazionalizzazione” di alcuni servizi o infrastrutture, ma di certo il discorso della revisione delle concessioni passa anche attraverso la corretta gestione dei monopoli che, anche quando sono gestiti dallo Stato, non sempre garantiscono l’equa distribuzione di utili in proporzione al rischio dei capitali investiti o già ammortizzati, sempre comunque a danno (economico ma, purtroppo, anche fisico) degli utenti. La storia ci avrebbe dovuto insegnare che se il “controllore” e il “controllato” (in termini sia tecnici sia economici) sono affini, difficilmente l’utente potrà trarne vantaggio. Ma se esistono ragioni strategiche di rilevanza nazionale, che obbligano o inducono lo Stato a intervenire nel mondo industriale ed economico, è necessario e obbligatorio, direi, che siano ben chiare le responsabilità e definiti gli ambiti di intervento, anche temporali, per non creare squilibri nel rapporto domanda/offerta a scapito delle Aziende private. Chi ne trarrà vantaggio, oltre a un’innegabile libertà d’impresa, sarà sempre il cittadino che vedrà tutelati i propri diritti di consumatore, attraverso l’applicazione di tariffe eque e la garanzia di un servizio di qualità.

CONOSCETE DAVVERO LE GRANDI AZIENDE ITALIANE? (di Mario Gugliotta – AD Gea srl)

In questi giorni si fa un gran parlare delle nomine ai vertici delle grandi aziende nazionali a partecipazione pubblica, dalla Cassa Depositi e Prestiti, alla RAI o alle FS. Tante Aziende, una quarantina, che devono rinnovare il CdA in scadenza o già scaduto e che vedono impegnato il Governo in trattative serrate per scegliere al meglio i nuovi amministratori e consiglieri. Ma quanto valgono le principali Aziende pubbliche o a partecipazione pubblica in termini di fatturato? Escludendo la Cassa Depositi e Prestiti che è una istituzione finanziaria, diamo qualche numero ricavato da una semplice ricerca su internet. Le aziende dei trasporti, ANAS e FS – cioè le Aziende che fanno muovere gli italiani – fatturano rispettivamente 1,8 e 9,3  miliardi di euro (Mld). La RAI, prima azienda culturale italiana, vale un fatturato di 2,8 Mld. Più alto è il fatturato di Poste Italiane che arriva a circa 30 Mld. La parte del leone la fanno le aziende del settore energia: l’ENI 55 Mld e l’ENEL ben 75 Mld, entrambe però quotate in Borsa e quindi parzialmente fuori dalla semplice logica politica di spartizione. Un ruolo importante tra le aziende a totale controllo pubblico ce l’ha invece il GSE SpA (Gestore dei Servizi Energetici), ovvero la società di Stato che, principalmente, gestisce l’erogazione degli incentivi alle energie rinnovabili e al risparmio energetico. Sapete a quanto ammonta il fatturato? A ben 30 miliardi di euro (dato di bilancio 2016). Mentre i media ci informano quotidianamente sullo sviluppo nelle nomine in RAI o in FS, meno risalto viene dato ad un settore fondamentale per l’economia nazionale, per la sicurezza energetica e per gli impegni assunti in sede internazionale dall’Italia, la nomina del nuovo CdA del GSE, una società che gestisce il triplo del fatturato delle Ferrovie dello Stato o 12 volte quello della televisione pubblica. Perché non se ne parla mai? Forse perché è un tema noioso per soli adepti, o forse perché per gestire un’azienda come il GSE servono competenze e non basta l’appartenenza politica? Di fatto aspettiamo la nomina del successore del dott. Sperandini che dovrebbe avvenire in occasione della prossima assemblea convocata per il 2 agosto. Da operatori del settore non possiamo che augurarci una nomina competente e lungimirante, che ridia ascolto ad un settore che da anni aspetta il rilancio. Il combinato disposto tra il rispetto degli impegni, l’aggiornamento e l’attuazione della SEN, nonché il dare risposta ad un mercato pronto ad un nuovo balzo in avanti, fa del GSE un Ente fondamentale per i prossimi anni, che dovrà gestire e stimolare il percorso di decarbonizzazione attraverso una transizione energetica sostenibile. Sarebbe quindi importante (e per alcuni anche interessante) dare la giusta attenzione mediatica al dibattito politico che porterà a questa nuova nomina.

ENERGIE RINNOVABILI: A BRUXELLES RAGGIUNTO ACCORDO SU DIRETTIVA RED

Questa notte a Bruxelles il Consiglio, il Parlamento e la Commissione hanno raggiunto l’accordo sulla direttiva RED II, che stabilisce gli obiettivi per il 2030 sulle energie rinnovabili. Parzialmente accolte le mozioni che richiedevano un incremento al 35% della quota di rinnovabili che viene stabilita al 32%, con la possibilità di ridiscuterla a rialzo già tra 5 anni, nel 2023. Viene anche stabilito il target al 14% dell’uso di combustibili rinnovabili per l’autotrazione, di cui il 3,5% minimo di seconda o terza generazione, stop all’olio di palma al 2030 e dal 2020 non sarà più possibile incrementare la quota di biocombustibili di prima generazione.
Possiamo dirci soddisfatti? Si, gli obiettivi posti sono sufficientemente sfidanti e non irraggiungibili, inoltre la possibilità di revisione nel 2023 consentirà di adattare il target allo sviluppo tecnologico che, in un settore ancora giovane, non ha ancora espresso tutte le reali potenzialità.
Ora si attende che vengano adottate anche le risoluzioni sull’efficienza energetica su cui alcuni stati pongono veti speriamo superabili. L’effetto combinato della riduzione dei consumi e dell’incremento della produzione rinnovabile potrà garantire ancora all’Europa uno sviluppo economico sostenibile.

Energie rinnovabili: l’Italia in ambito europeo propone il 35% come obiettivo per il 2030

Ieri al Consiglio Energia, in ambito europeo, il rappresentante italiano ha preso posizione a sostegno dell’obiettivo 2030 di raggiungimento del 35% di fonti di energia rinnovabile e di efficienza energetica. Un plauso si è elevato da tutte le associazioni di categoria italiane e da tutti noi operatori. Ricordiamo che precedentemente la Commissione aveva proposto lo stesso obiettivo al 27%. È giusto essere ambiziosi e ci stringiamo tutti intorno al nuovo Ministro che dovrà ora varare i provvedimenti concreti – che per vari motivi da due anni latitano – necessari a rendere questo sogno realtà. Aspettiamo fiduciosi.

SIAMO GIA’ IN PIENA TRANSAZIONE ENERGETICA?

Con la vendita della raffineria di Augusta, anche la EXXONMOBIL esce quasi definitivamente dal settore dei carburanti per autotrazione in Italia. Dopo aver venduto le stazioni di servizio – che però possono continuare a mantenere il nome ESSO a differenza di quanto già avvenuto in passato con Shell e Mobil – la società statunitense cede agli algerini della Sonatrach una delle più importanti raffinerie del Mediterraneo, rimanendo però ancora in quota di partecipazione nella raffineria di Trecate.
Cosa si può intuire da questo passaggio di consegne? Per prima cosa, certamente, che le attività di raffinazione stanno piano piano strategicamente concentrandosi nelle mani delle compagnie di bandiera dei Paesi produttori di petrolio (nella stessa area ad esempio la ERG ha ceduto, 10 anni fa, la raffineria di Priolo alla russa Lukoil). Ma forse (speriamo) c’è di più, ovvero l’intuizione delle grandi compagnie petrolifere che il prossimo futuro sarà GREEN e che bisogna gettare oggi le basi per avere domani un adeguato peso specifico nel settore delle energie rinnovabili, delle biotecnologie e dei servizi agli utenti. Lo hanno capito in molti e tutti, compresa le italiane ENI ed ENEL (ma anche altri), stanno investendo in ogni angolo del mondo nella realizzazione di impianti rinnovabili allo stesso modo in cui passato (e ancora nel presente) si è investito nella prospezione di idrocarburi, creando la rete tecnica e commerciale utile per i futuri sviluppi. Noi siamo spettatori interessati e nel nostro piccolo diamo il nostro contributo. (Mario Gugliotta)