Clean cities, la nuova campagna di Legambiente per la sostenibilità urbana

Nasce Clean Cities, nuova campagna di Legambiente che dall’8 marzo al 10 aprile intende accendere i riflettori sul ruolo che le città italiane possono giocare per una ripartenza più ecologica e sostenibile. Un viaggio in 14 capoluoghi italiani, da Nord a Sud, per promuovere con forza una nuova mobilità urbana: più elettrica, più sicura e più condivisa, cercando di spingere i processi politici locali verso misure di mobilità sostenibile e rendendo permanenti quelle eventualmente adottate in fase di emergenza.

La campagna Clean Cities, nata in sostituzione alla storica campagna Treno Verde, che quest’anno si è fermata a causa dell’emergenza sanitaria, ne assorbe gli obiettivi e i contenuti, e come questa si articolerà in tappe: quattordici quelle della prima edizione, ognuna delle quali vedrà protagonista un capoluogo italiano.

Clean cities partirà da Padova (8 e 9 marzo) e farà tappa a Milano (10 e 11 marzo), Torino (12 e 13 marzo), Genova (14 e 15 marzo), Bologna (16 e 17 marzo), Firenze (18 e 19 marzo), Ancona (20 e 21 marzo), Perugia (22 e 23 marzo), Roma (24 e 25 marzo), Cagliari (26 e 27 marzo), Pescara (28 e 29 marzo), Napoli (30 e 31 marzo) Bari (1 e 2 aprile), Catania (8 e 9 aprile).

Ogni tappa si svolgerà in due giornate: la prima giornata sarà dedicata ad azioni outdoor, come mobilitazioni, flash mob e blitz. Iniziative finalizzate a sostenere o avviare vertenze territoriali legate alla mobilità, alla sicurezza stradale, al miglioramento della qualità dell’aria.

Nella seconda giornata ogni capoluogo organizzerà un evento per presentare la “Pagella della Città”, una sintesi delle performance locali sui principali indicatori urbani relativi a ciclabilità, mobilità elettrica, sicurezza e inquinamento atmosferico. (Fonte: Ansa)

 

Allarme perdita di biodiversità in Italia

Nonostante l’Italia ospiti circa la metà delle specie vegetali e circa un terzo di tutte le specie animali attualmente presenti in Europa, la sua biodiversità sta diminuendo a causa della perdita di habitat, della crisi climatica, dell’inquinamento diffuso, dell’eccessivo sfruttamento delle riscorse, dall’attività antropica e dai crescenti impatti delle specie aliene invasive. A disegnare il quadro dello stato dell’arte ci pensa il nuovo rapporto di Legambiente dedicato alla fauna selvatica e lanciato oggi nella Giornata mondiale ad essa dedicata.

“Occorre tutelare di più la fauna a rischio del Paese risolvendo i conflitti tra le istituzioni – rileva l’associazione – incrementando le risorse economiche e istituendo le aree protette marine e terrestri a partire da quelle già previste”.

Nel documento si analizzano 12 specie a rischio e di elevato valore, tra cui il grifone, la trota mediterranea, il tritone crestato italiano, la lontra, l’orso bruno marsicano, il lupo e il camoscio appenninico, le farfalle e gli impollinatori, gli squali, i delfini e la tartaruga Caretta caretta.

Tra le proposte di Legambiente è “importante prima di tutto incrementare entro il 2030 le aree protette e le zone di tutela integrale; migliorare la gestione della biodiversità e il capitale naturale, migliorare la gestione della Rete Natura 2000 e definire i Piani d’azione per le specie faunistiche a rischio e per ogni area protetta completando, per esempio, il Piano di conservazione e gestione nazionale del lupo, rafforzando le strategie per la tutela dell’orso bruno, e aggiornando il Piano d’azione del camoscio appenninico”. (Fonte: Ansa)

A rischio la COP26 di Glasgow

Sulla strada verso la COP26 di Glasgow si moltiplicano gli ostacoli. I lavori preliminari sono in un ritardo mostruoso perché il paese organizzatore, cioè la Gran Bretagna, non riesce o non sa tirare le fila, e perché un gruppo di paesi che ai negoziati internazionali è noto come Gruppo dei Like-Minded non ne vuol sapere di lavorare in videoconferenza.

Per il premier inglese Boris Johnson l’appuntamento di Glasgow è importantissimo. Dopo la Brexit, Londra vuole dimostrare di avere una leadership globale anche senza l’UE, e vuole usare il clima come trampolino di lancio. Ma appuntamenti così delicati non si organizzano da soli. E pare proprio che nessuno, a Downing Street, abbia idea di come muoversi.

Un consigliere speciale sul clima del governo britannico ha spiegato a Politico(dietro anonimato) che se Londra non spiega cosa vuole ottenere dalla COP26, è perché non lo sa neanche lei. Il vuoto in parte si spiega anche con le idee che Johnson vuole introdurre, ma che spaccherebbero i negoziati ancor prima di iniziare. Il premier britannico, ad esempio, voleva creare un club ristretto di paesi che si impegnano ad applicare una carbon border tax. Ma la carta del protezionismo verso le esportazioni dei paesi che inquinano di più, gli hanno spiegato, farebbe naufragare tutto e va contro lo spirito multilaterale su cui si muovono i negoziati.

Intemperanze di Johson a parte, c’è un altro problema non da poco. Come spiega Climate Hone News, il Gruppo dei Like-Minded, una ventina di paesi in via di sviluppo tra cui alcuni big come la Cina e l’India continua a rifiutarsi di tenere gli incontri preliminari in videoconferenza. Questi incontri sono fondamentali per far sì che la COP26 di Glasgow non fallisca, perché servono per raggiungere un accordo di massima che poi, durante l’appuntamento di novembre, deve “solo” essere limato dai team negoziali e ricevere l’imprimatur definitivo dalla leadership politica di ogni paese. Farli in presenza è un rischio che le Nazioni Unite preferiscono non correre a causa del Covid. Ma i Like-Minded spiegano che i paesi meno sviluppati sarebbero svantaggiati per problemi di connessione, oltre a esserci un problema anche con il fuso orario. (Fonte: rinnovabili.it)

Trasformare la crisi in opportunità

Da questa crisi dovrà nascere la crescita del domani del nostro Paese. Parola di ministro. E non di uno qualsiasi ma di quello della Transizione ecologica. Espone chiaramente le sue idee Roberto Cingolani, intervenendo al webinar ‘Verso la COP26: tra ripresa ed ambizione climatica’, organizzato dall’ambasciata italiana a Madrid insieme con il ministero spagnolo per la Transizione ecologica e la sfida demografica, e l’ambasciata britannica.

L’Italia è determinata a “trasformare l’attuale crisi in un’opportunità” per garantire che le misure di ripresa “affrontino i cambiamenti climatici, ripristinando allo stesso tempo la crescita e la creazione di posti di lavoro”.

Il nuovo ministro spiega la ‘ristrutturazione’ in atto in Italia, l’ampliamento delle funzioni del dicastero che guiderà, la sfida della decarbonizzazione anche sulla scia dell’esempio della Spagna per esempio una road map legata anche all’idrogeno verde.

“Il Green deal europeo è lo strumento chiave per ristrutturare settori e attività critiche e accelerare la transizione verso economie a basse emissioni, efficienti nell’uso delle risorse in modo giusto e inclusivo”, osserva Cingolani. Lo chiama “un grande cantiere, in linea con l’accordo di Parigi e l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile”, il lavoro che sta portando avanti il governo per cambiare un “il paradigma energetico italiano”.

Le linee guida entro cui muoversi saranno gli investimenti, le tecnologie innovative, le infrastrutture intelligenti, e lo sviluppo digitale. Mentre i capisaldi: una forte riduzione della domanda di energia, legata in particolare a un calo dei consumi nella mobilità privata; un cambiamento radicale del mix energetico in favore delle fonti rinnovabili, l’elettrificazione degli usi finali e la produzione di idrogeno, oltre a un aumento della cattura della CO2 garantito dall’assorbimento delle foreste grazie a una gestione sostenibile, al ripristino delle aree degradate e alla riforestazione.
“I motori chiave per un futuro sostenibile, resiliente e prospero – aveva detto poche ore prima al #Youth4ClimateLiveSeries, un altro incontro digitale sono le città, dove oggi vive più della metà della popolazione mondiale”. Secondo Cingolani le città “attraggono talenti e investimenti, la concentrazione di persone favorisce un più rapido sviluppo di conoscenze, e un più alto grado di innovazione nello sviluppo di infrastrutture sempre più smart e digitali. Ma ogni azione ha dei costi e ogni moneta ha due facce; l’urbanizzazione non è solo uno stimolo di benessere e conoscenza, dobbiamo anche garantire un impatto minore sul Pianeta. Se questo processo avviene troppo velocemente e senza regole o controllo – avverte il ministro – potrebbe diventare catalizzatore di disuguaglianze sociali e ambientali e di degrado. Il nostro programma si focalizza sul ruolo delle città come laboratori strategici di crescita sostenibile combinando la transizione energetica alle azioni per il clima verso uno scenario di zero emissioni nette”.
(Fonte: rinnovabili.it)

 

Bonus sociali sui costi energetici per le famiglie svantaggiate

Ennesimo rinvio per la fine del mercato tutelato dell’energia: il conto alla rovescia per gli utenti che devono ancora passare al mercato libero terminerà fra poco meno di due anni. Ildecreto Milleproroghe, approvato di recente alla Camera e al Senato, ha posticipato di un anno esatto la cessazione del regime di tutela nelmercato del gas per i clienti finali di piccole dimensioni, fissandolo all’1 gennaio 2023. Timer ri-puntato sulla stessa data anche per il termine del regime tutelato dell’energia elettrica, per le microimprese e i clienti domestici.

I primi meccanismi di passaggio al mercato libero sono già scattati dall’1 gennaio scorso per altre categorie, come le pmi (10-50 dipendenti) e per alcune tipologie di microimprese. Il decreto Milleproroghe estende inoltre gli incentivi previsti dalla legge di bilancio 2019 per gli impianti di produzione di energia elettrica alimentati a biogas, con potenza non superiore a 300 kilowatt, realizzati da imprenditori agricoli a servizio dei processi aziendali e con specifici requisiti.

Bonus sociale automatico per acqua, luce e gas

Un’altra novità che riguarda i consumatori è la possibilità per le famiglie con un Isee non superiore a 8.265 euro di ottenere il riconoscimento automatico dei bonus sociali di sconto per le bollette di acqua, luce e gas. Il bacino d’utenza stimato dall’Autorità di regolazione (Arera) è di 2,6 milioni di nuclei aventi diritto, che potranno superare il vecchio meccanismo dei bonus su richiesta. Basterà compilare una volta all’anno la Dichiarazione sostitutiva unica (Dsu), ai fini dell’Isee, per ottenere la prevista riduzione. Sarà l’Inps a inviare automaticamente le informazioni al Sistema informativo integrato, che potrà incrociare i dati con quelli dei gestori delle forniture elettriche, gas e gestori idrici competenti per territorio.

Ogni bonus avrà una durata di 12 mesi a partire dalla data di ammissione alla riduzione e ogni famiglia potrà avere uno sconto per ciascuna tipologia di servizio elettrico, gas, idrico. Al bonus sono ammesse anche le famiglie numerose con almeno quattro figli a carico e Isee non superiore ai 20mila euro, oppure titolare di reddito o pensione di cittadinanza. (Fonte: wired.it)

 

Quali saranno le competenze del MITE?

Al via il restyling dei ministeri del governo Draghi. Oggi in consiglio dei ministri arriva il decreto che sottrare al ministero dello Sviluppo economico le competenze in materia di energia e le trasferisce al ministero della Transizione ecologica. Le competenze sul turismo passano poi ad un ministero autonomo, quello guidato da Massimo Garavaglia.

L’energia passa al Mite

Secondo la bozza di decreto che approda oggi in consiglio dei ministri, al ministero per la Transizione ecologica sono trasferite le risorse umane, strumentali e finanziarie, compresa la gestione residui, destinate all’esercizio delle competenze in materia di energia. In particolare all’articolo 3 si legge che “a decorrere dalla data di adozione del decreto, la direzione generale per l’approvvigionamento, l’efficienza e la competitività energetica e la direzione per le infrastrutture e la sicurezza dei sistemi energetici e geominerari del Ministero dello sviluppo economico con la relativa dotazione organica e con i relativi posti di funzione di dirigente di livello generale e non generale, sono trasferiti al Ministero per la transizione ecologica”.

Le competenze del nuovo ministero

Al nuovo Ministero della Transizione ecologica va “l’esercizio dei diritti di azionista allo stato esercitati dal Ministero dello sviluppo economico nei confronti di GSE s.p.a. – Gestore Servizi Energetici”. Al Mite è, inoltre, attribuita l’approvazione della disciplina del mercato elettrico e del mercato del gas naturale e dei criteri per l’incentivazione dell’energia elettrica da fonte rinnovabile, e l’esercizio di ogni altra competenza già a qualunque titolo esercitata dal Ministero dello Sviluppo economico fino alla data di entrata in vigore del presente decreto in materia di concorrenza e regolazione dei servizi di pubblica utilità nei settori energetici.

Nasce il comitato per coordinare le politiche ambientali

Il decreto istituisce inoltre presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, il Comitato interministeriale per la transizione ecologica (Cite) con il compito di assicurare il coordinamento delle politiche nazionali per la transizione ecologica e la relativa programmazione. Il comitato è composto dal Ministro per il Sud e la coesione territoriale, dai Ministri della Transizione ecologica, dell’Economia e delle Finanze, dello Sviluppo economico, delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili, della Cultura e delle Politiche agricole, alimentari e forestali. È presieduto dal Presidente del Consiglio dei ministri o, in sua vece, dal Ministro della transizione ecologica. Il Cite deve approvare, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore del decreto, il Piano per la transizione ecologica, al fine di coordinare le politiche in materia di: mobilità dolce e sostenibile; contrasto al dissesto idrogeologico e al consumo del suolo; risorse idriche e relative infrastrutture; qualità dell’aria; economia circolare. (Fonte: ilsole24ore)

 

Energia e rifiuti, calcoli sconcertanti mettono sotto accusa i Bitcoin

Anche chi scrive questo articolo è circondato da amici e parenti che, un po’ in ritardo forse, si stanno facendo prendere dalla febbre del bitcoin, la criptovaluta più polare tra quelle sul mercato che ormai dall’inizio dell’anno sfonda periodicamente il proprio record precedente. Complice anche l’annuncio di Elon Musk di aver investito, attraverso Tesla, 1,5 miliardi di dollari in bitcoin, il 20 febbraio il bitcoin ha aggiornato il suo massimo storico superando per la prima volta la barriera dei 57 mila dollari. All’imprenditore sudafricano, con cittadinanza canadese e naturalizzato statunitense, l’operazione non è apparsa in contraddizione con il suo essere un beniamino del popolo della finanza sostenibile. Eppure, il bitcoin è una moneta affamata di energia, non ne è mai sazia, al punto che l’anno scorso ha consumato l’equivalente energetico dell’intera Argentina. Insomma, per chi ama il pianeta blu e si batte per scongiurare gli effetti nefasti del cambiamento climatico, la criptomoneta è una vera sciagura perché è una gigantesca fabbrica aperta 24 ore su 24 di emissioni di CO2.

La bocciatura del Tesoro Usa

Persino il numero uno del Tesoro Usa, Janet Yellen, ha bocciato la valuta digitale, tanto per sui suoi aspetti «altamente speculativi» e le sua «inefficienze», quanto per le transazioni e usato anche «per illeciti». Yellen, 74 anni, la prima donna a guidare il Tesoro americano dopo essere stata la prima donna alla presidenza della Federal Reserve, la banca centrale Usa, ha parlato del bitcoin intervenendo alla conferenza organizzata dal New York Times. «Non credo che il Bitcoin sia ampiamente utilizzato come meccanismo di transazione – ha detto – È un modo estremamente inefficiente di condurre le transazioni e la quantità di energia che viene consumata nel processare quelle transazioni è sconcertante»

La pratica poco ecologica del “mining”

Secondo alcuni studi realizzati dall’università di Cambridge, comunque, il bitcoin consuma circa 121,36 terawattora all’anno. Ma com’è possibile che qualcosa che non esiste fisicamente com’è il caso di una moneta virtuale possa consumare così tanta energia? La risposta sta tutta nella pratica del mining, ovvero l’attività di generazione di bitcoin (termine associato al “gold mining”, l’estrazione dell’oro nelle miniere). Per semplificare all’estremo possiamo dire che la rete Bitcoin crea e distribuisce in maniera casuale un certo ammontare di monete all’incirca sei volte l’ora ai client che prendono parte alla rete in modo attivo, ovvero che mettono a disposizione la propria potenza di calcolo e contribuiscono alla gestione e alla sicurezza della rete stessa. All’inizio era lo stesso clientche si occupava di svolgere i calcoli necessari all’estrazione dei bitcoin, ma con l’aumentare della potenza di calcolo totale della rete, questa funzionalità è diventata antieconomica ed è stata rimossa.

 

36 milioni di tonnellate di CO2

Ora, esistono programmi specializzati che utilizzano un hardware dedicato, ma i “minatori” sono costantemente al lavoro e i mega computer che utilizzano si attaccano ovviamente alla corrente, spesso magari prodotta dal carbone come in Cina o in Siberia. E così, la quantità di operazioni per generare ed estrarre bitcoin è diventata talmente elevata da richiedere grandi quantità di risorse in termini di energia elettrica e potenza computazionale, con relativa emissione di 36 milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno, stando ai dati dell’International Energy Agency. E poi c’è il problema dei rifiuti elettronici, diretta conseguenza del rinnovo costante dei computer, perché i minatori li vogliono sempre più aggiornati e potenti. Anche qui il calcolo si aggira sulle 11 mila tonnellate all’anno di rifiuti, che coprono una quantità di e-waste pari a quella prodotta da una piccola nazione come il Lussemburgo.

Il calcolatore online utilizzato dai ricercatori dell’Università di Cambridge si basa su un prezzo medio dell’elettricità per kilowattora di 0,05 dollari ed è arrivato, come detto, a quantificare in 121,36 terawattora il consumo energetico annuale della criptomoneta: si parla praticamente di poco più di 6 miliardi di dollari. Per avere un’idea: l’intera Argentina consuma 121 TWh, gli Emirati Arabi Uniti 113,20 TWh e i Paesi Bassi 108,8 TWh. Secondo Michel Rauchs, ricercatore di Cambridge che ha co-inventato lo strumento utilizzato per fare la stima dei consumi energetici dei bitcoin, l’energia utilizzata nelmining “potrebbe alimentare tutti i bollitori del Regno Unito per 27 anni”. E a meno che il valore della criptomoneta non scenda repentinamente, “questo consumo di energia, e quindi la produzione di CO2, non è destinata a diminuire”.

 

Il costo energetico del sistema bancario

I sostenitori della criptovaluta ideata da Satoshi Nakamoto giustamente evidenziano come il mantenimento del sistema bancario di oggi sia decisamente più costoso in termini energetici, tra server, filiali e sportelli automatici, ma questo non cancella il peso dei bitcoin, anche perché nel mondo ci sono almeno altre 500 criptovalute che rendono il quadro dell’impatto ambientale delle monete virtuali sconfortante. Per riequilibrare le colpe, durante il suo intervento nel podcast Tech Tent della BBC, Rauchs ha sottolineato che il consumo energetico degli elettrodomestici sempre accesi e non utilizzati nei soli Stati Uniti basterebbe ad alimentare l’intera rete Bitcoin per un anno. Non che questo però ci possa consolare. (Fonte: corriere.it)

 

Una siepe in grado di attenuare gli effetti delle emissioni del traffico

Riesce ad assorbire il 20% di inquinamento stradale in più di qualsiasi altra pianta anti smog. E dà il meglio proprio sulle vie più trafficate, dove le concentrazioni di inquinanti sono maggiori. Sono le proprietà della Cotoneaster franchetii messe in luce dalla Royal Horticultural Society britannica, in una ricerca che ha scandagliato una serie di soluzioni nature-based per migliorare la qualità dell’aria in ambienti urbani e laddove si concentrano i flussi veicolari più corposi.

Meglio noto come Cotonastro di Franchet, questo arbusto sempreverde originario del sud-est asiatico può essere facilmente impiegato come siepe a bordo strada. “Sulle principali strade cittadine con traffico intenso, abbiamo scoperto che le specie con chiome più complesse e più dense e foglie ruvide e pelose come il cotoneaster erano le più efficaci”, commenta al Guardian Tijana Blanusa, tra gli autori di questa ricerca sulle piante anti smog. “In soli 7 giorni una siepe densa e ben gestita di 1 metro di lunghezza assorbirà la stessa quantità di inquinamento che un’auto emette su un viaggio di 800 km”.

In Italia, il traffico veicolare rimane ancora una delle principali – se non la principale – fonte di inquinamento atmosferico, in particolare nelle città. E’ la prima sorgente di ossidi di azoto(NOx), sia a livello nazionale, sia a quelli regionale o urbano. Secondo il Report 2019 dell’Ispra, i trasporti su strada incidono per il 46 per cento sulle emissioni di NOx e, nel bacino padano il contributo salirebbe fino al 50%, con punte addirittura del 70% in città come Milano.

E un rapporto dello scorso ottobre dell’European Public Health Alliance mette l’Italia in fondo alla lista dei paesi UE per costo pro capite derivante dall’inquinamento atmosferico. A ogni cittadino italiano, la pessima qualità dell’aria costa circa 1.500 euro l’anno. Di questo ammontare, circa il 15% secondo gli autori della ricerca è da attribuire direttamente ai NOx, che a loro volta vengono generati principalmente dal traffico veicolare.

(Fonte: rinnovabili.it)

Transizione energetica e digitalizzazione nel programma del Ministro Cingolani

Roberto Cingolani, dal 2019 Chief technology and innovation officer di Leonardo, è ora titolare del neo ministero della Transizione ecologica del governo Draghi. Il super dicastero assorbe anche le competenze energetiche ora al Mise. Inoltre Cingolani avrà il compito di presiedere il comitato interministeriale per il coordinamento della transizione ecologica.

Sarà in pratica l’uomo decisivo per l’utilizzo delle risorse green previste dal Piano nazionale di Ripresa e Resilienza, il cosiddetto Recovery Plan.

Ma quali sono le idee in materia di energia, ambiente e innovazione che ha il neo ministro della Transizione ecologica?

Nei giorni scorsi Roberto Cingolani ha salutato i lettori della sua rubrica su Green&Blue, canale del gruppo Gedi, congedandosi con la sua “agenda per un Paese verde”. “È necessario procedere con decisione sulla strada della decarbonizzazione, riducendo drasticamente l’emissione di gas serra nell’atmosfera” ha sottolineato il neo ministro, segnalando l’urgenza di “cominciare una transizione verso fonti rinnovabili”.

Eppure negli anni passati Cingolani non ha nascosto perplessità sulle rinnovabili, dal fotovoltaico all’eolico, e perfino sul gas. Riguardo alla sostenibilità nel digitale, per Cingolani vuol dire anche e soprattutto ridurre l’impatto energetico del cloud computing.

Riguardo il tasso di innovazione tecnologica invece, lo scienziato è convinto che “con il crescere del numero dei Sapiens, sono cresciuti i problemi, ma anche la capacità di trovare delle soluzioni.
Aumentando il numero di teste pensanti, sono aumentati anche i prodotti dell’innovazione”.

Ecco alcune idee e proposte di Cingolani.

I PROGETTI IN CAMPO ENERGETICO DEL PIANO REDATTO DALLA TASK FORCE COLAO

Innanzitutto, per avere un’idea delle proposte del neo ministro dell’Ambiente si può riprendere il piano Colao. Ovvero il rapporto predisposto per il governo Conte ma che lo stesso esecutivo dimissionario lasciò in un cassetto.

Cingolani è stato infatti uno dei tre tecnici scelto da Mario Draghi che ha fatto parte della task force guidata da Vittorio Colao (ora ministro della Transizione digitale), su mandato dell’ex premier Conte.

Come ha sottolineato il Fatto Quotidiano in primo piano nel rapporto “Iniziative per il rilancio “Italia 2020-2022” redatto dalla task force c’era la necessità di puntare su uno sviluppo green. “Gli sviluppi infrastrutturali devono privilegiare senza compromessi la sostenibilità ambientale, favorendo la transizione energetica e il “saldo zero” in termini di consumo del suolo, in linea con gli obiettivi del Green Deal europeo”.

“Riguardo i progetti in campo energetico e idrico, le autorizzazioni vanno sbloccati con interventi ad hoc, per esempio un “rito accelerato per l’Autorizzazione Unica“. Va incentivata la transizione energetica di imprese e privati e l’adozione di nuove tecnologie come “idrogeno, biocombustibili, conversione della filiera del petrolio, carbon capture e stoccaggio CO2” nell’ambito di un “piano a lungo termine di decarbonizzazione nazionale”.

Contro il dissesto idrogeologico si consiglia di contrastare il consumo di suolo inserendo “obiettivi di conservazione e ripristino del capitale naturale in tutte le strategie e politiche” che ne comportano un utilizzo.

“NECESSARIA TRANSIZIONE VERSO FONTI RINNOVABILI”

Nel suo messaggio di congedo ai lettori di Green&Blue, Cingolani ha ricordato: “Alcuni progressi sulla strada della decarbonizzazione sono stati fatti nell’ambito dell’energia elettrica: il 36% dell’elettricità mondiale viene prodotta da fonti di energia a basse emissioni di carbonio, come l’eolico, il solare e soprattutto l’idroelettrico e il nucleare, questi ultimi responsabili del 15% e del 10% della produzione elettrica globale. L’elettricità, tuttavia, non rappresenta che una frazione del fabbisogno, che continua a essere in gran parte soddisfatto dai combustibili fossili, soprattutto nel settore dei trasporti e del riscaldamento. Le fonti energetiche a basse emissioni di carbonio rappresentano più di un terzo dell’elettricità globale, ma meno della metà di quella cifra in termini di energia complessiva. (…) La finestra di opportunità per intervenire si sta riducendo: per riavvolgere il nastro è necessario cominciare una transizione verso fonti rinnovabili. Più aspetteremo, maggiore sarà il colpo di frusta della frenata”.

A PROPOSITO DI RINNOVABILI: “NON RISOLVONO TUTTI I PROBLEMI”

Eppure il neo titolare del dicastero della Transizione ecologica aveva espresso in passato qualche perplessità sulle rinnovabili. Come emerge da un’intervista contenuta nel numero 39 della pubblicazione World Energy (edita dall’Eni) del luglio 2018, ripresa in questi giorni dal quotidiano Domani diretto da Stefano Feltri.

“Le rinnovabili sono le energie meno impattanti ma bisogna fare investimenti e non risolvono tutti i problemi, soprattutto non sono utilizzabili in maniera continua come vogliamo e dove vogliamo”, aveva evidenziato Roberto Cingolani.

“Abbiamo l’idroelettrico che è bellissimo, però non basta per tutti; il carbone e simili sono molto inquinanti; sul nucleare abbiamo visto che ci sono diversi veti di varia natura; l’eolico ha limiti di ingombro, ha problemi se c’è vento o no, non si può mettere ovunque e, come il fotovoltaico, non è immune da impatto ambientale (a lungo andare si riempirebbe il pianeta di silicio e metallo)”.

IL GAS UNO DEI MALI MINORI”

Sempre sulle pagine di World Energy, il neo ministro della Transizione ecologica ha sollevato interrogativi anche sul gas, come risorsa energetica.

“In questo momento il gas è uno dei mali minori: nel medio e lungo termine la risorsa più sostenibile. Ma crea problemi per le infrastrutture e anche le tecnologie di trivellazione sono oggetto di molte discussioni. Se vogliamo continuare a crescere in un certo modo dobbiamo trovare soluzioni tecnologiche, ma anche sociali che ci consentano di avere più forme di energia integrate”.

INNOVAZIONE TECNOLOGICA A SOSTEGNO DELL’AMBIENTE

Per il Sole 24 Ore, “il nuovo ministro della Transizione ecologica non vedrà nella tecnologia del futuro una nemica dell’ambiente. Anzi, considererà proprio l’innovazione tecnologica come la strada maestra per risolvere i problemi che le tecnologie e i sistemi economici del passato hanno creato nell’ambiente”.

In audizione alla Camera nell’ambito dell’esame del Pnrr nei giorni scorsi, Cingolani come Chief technology and innovation officer di Leonardo ha delineato il suo programma per l’innovazione. Ha puntato così l’accento su cloud computing, supercalcolo, intelligenza artificiale, cyberseucirty e digital manufacturing.

Sono questi i pilastri individuati dal neo ministro per una digitalizzazione sicura e green del paese.

CINGOLANI PUNTA ALLA DIGITAL SUSTAINABILITY

Ma per Cingolani sostenibilità nel digitale vuol dire anche e soprattutto ridurre l’impatto energetico del cloud computing, puntualizza il Corriere della Sera. “La sostenibilità nel digitale vuole dire ridurre il più possibile l’impatto energetico del cloud computing. Ma quando si affronta l’industria pesante, di precisione o quella aerospaziale bisogna combattere con la termodinamica”.

Stessa tesi rimarcata anche in audizione in commissione Trasporti alla Camera il 10 febbraio, in qualità di chief technology and information officer di Leonardo, nell’ambito dell’esame sul Pnrr, su digitale, cloud e intelligenza artificiale.

Illustrando il programma di Leonardo per far diventare l’Italia una smart country in 10 anni, Cingolani ha ricordato il lancio di un un programma per la leadership nella digital Sustainability.

“Il digitale non è sostenibile. Con il digitale produciamo il 4% della CO2 (il doppio delle emissioni prodotte dal traffico aereo). Per questo è necessaria un’idea di sobrietà digitale. Soprattutto ora che con il Green New Deal europeo ci sono mille miliardi per progetti innovativi si può guardare alla digital sustainability”.

DIGITALIZZAZIONE PER IL RILANCIO DEL PAESE

Inoltre, alcune idee e proposte si ritrovano nell’intervento scritto dallo stesso Roberto Cingolani per Formiche.net lo scorso ottobre.

“Digitalizzazione e formazione al cambiamento: da qui passa il rilancio del Paese. L’esigenza più forte è avere un’Italia digitale, immaginando un programma ambizioso dedicato per un terzo alle infrastrutture e per due terzi a grandi progetti di digitalizzazione. Significherebbe creare prima di tutto un’infrastruttura digitale completa, dal super-calcolo al cloud, dal 5G alla cyber-security, dall’applicazione dell’intelligenza artificiale alla manifattura fino alle reti”.

“Altro passo necessario è il lancio di programmi innovativi, come la digitalizzazione della pubblica amministrazione o la sorveglianza delle infrastrutture (edifici, ponti o beni culturali) secondo il concetto di global monitoring surveillance in cui si integrano le reti di sensori, telecamere e satelliti, e si sfrutta la grande quantità di dati per verificare, ad esempio, lo stato di erosione delle coste o le condizioni dei siti archeologici”.

L’HOMO SAPIENS STARÀ AL PASSO DEL PROGRESSO TECNOLOGICO?

Infine, concludiamo con un interrogativo posto dallo stesso Cingolani nel suo ultimo intervento su Green&Blue riguardo l’intelligenza artificiale.

“Lo sviluppo della cibernetica e di supercomputer sempre più performanti raddoppia la capacità computazionale dell’intelligenza globale dei Sapiens: alla biologia del cervello umano si sommano oggi i circuiti in silicio dell’Intelligenza Artificiale”.

Secondo Cingolani, pertanto, “la vera domanda è se sapremo stare al passo con questi sviluppi: diventa sempre più difficile, per la società, metabolizzare gli shock di un futuro che incalza, mentre la stabilità del nostro ecosistema è compromessa dalle risorse sempre più ingenti richieste dallo sviluppo. Di questo passo, tra poco più di cento anni, l’homo Sapiens potrebbe arrivare ai pianeti esterni, oltre il Sistema Solare. Speriamo solo di non aver esaurito il nostro prima”.
(Fonte: startmag)