Bioenergie, uno dei nostri cavalli di battaglia

Sono risorse a km0, rinnovabili, programmabili ed economiche. Ma soprattutto sono uno dei vessilli della bioeconomia circolare, quel modello di sviluppo che oggi si contrappone alla tradizionale “economia estrattivista”. Parliamo delle biomasse, una delle fonti energetiche dalle maggiori potenzialità in Italia e, per molti versi, anche la meno valorizzata.

Nell’immaginario comune questa parola riconduce subito ad alberi tagliati e stufe a legna, ma in realtà l’insieme “biomassa” contiene molto altro. Il termine indica, infatti, tutta la materia organica generata da piante e animali. Questo può includere, ad esempio, le colture algali da cui si ricava il biodiesel o le deiezioni animali da cui si produce il biogas.

E anche quando il campo è limitato a quello delle biomasse solide non si fa riferimento solo al legno vergine, ma anche ai rifiuti forestali, ai residui agricoli, agli scarti industriali e alla frazione umida urbana. Grazie a questi flussi oggi l’Italia produce circa 4 TWh di elettricità e 86 TWh di energia termica l’anno (stime RSE). Un contributo limitato ma potenzialmente rilevante ai fini della transizione energetica e degli obiettivi UE 2030, oltre che dal punto di vista della valorizzazione e della tutela del patrimonio boschivo.

La filiera nazionale delle bioenergie e delle biomasse legnose in particolare ha creato sul territorio un circolo virtuoso, promuovendo lo sviluppo territoriale nelle aree cosiddette “interne e marginali”. Ed è divenuta un comparto chiave dell’economia circolare, in grado di valorizzare residui e sottoprodotti a livello locale.

Ma come ricordato in questi giorni da Elettricità Futura – la principale associazione del mondo elettrico italiano – e dalle altre realtà di settore, dietro a benefici e potenzialità inespresse, c’è anche una profonda sofferenza della filiera, il cui destino si gioca ora in poche mosse. Il problema? Obiettivi a lungo termine poco lungimiranti e incertezze normative, che rischiano di minare una parte importante del percorso di transizione energetica.

Le potenzialità delle biomasse italiane:

Il Belpaese vanta un pessimo primato: il più elevato grado (circa il 78%) di dipendenza energetica dall’estero tra le maggiori economie europee. In questo contesto, la transizione energetica a cui tutti gli Stati UE sono chiamati, offre un’importante opportunità per valorizzare le risorse rinnovabili nazionali e rendersi indipendenti in maniera sostenibile.

Come possono contribuire le biomasse? Secondo gli esperti, se ci limitassimo semplicemente a raggiungere i livelli medi europei di utilizzo delle biomasse legnose e sfruttassimo al meglio gli impianti cogenerativi, potremmo aumentare la produzione annuale di 7,5 TWh elettrici e 30 TWh termici. Il tutto garantendo un apporto costante, programmabile e flessibile. Non solo. Da un punto di vista industriale, le bioenergie hanno un forte legame con il territorio nazionale, dove generano importanti ricadute a livello di occupazione e reddito.

Ma qualsiasi aumento della produzione energetica da biomasse fa puntare i riflettori su due aspetti: dato emissivo e tutela del patrimonio boschivo. Per il primo punto, la questione non riguarda tanto la CO2 quanto gli inquinanti locali. Valutando l’intero ciclo di vita, si scopre infatti che la CO2 emessa è di appena qualche decina di grammi per kWh (dati della Direttiva comunitaria “RED II”): valore paragonabile a quello delle altre rinnovabili.Discorso differente per le particelle inquinati il cui vero rischio, tuttavia, è collegato ai vecchi apparecchi domestici e non agli impianti su scala utility. Per le centrali a biomassa di grande taglia sono, infatti, obbligatorie tecnologie di filtraggio per polveri sottili, adattabili anche per gli ossidi di azoto.

E gli alberi? A tutelare il patrimonio verde nazionale è nella maggior parte dei casi la stessa filiera bosco-legno-energia. Il settore offre, infatti, un contributo consistente alla gestione e manutenzione delle foreste. Il combustibile impiegato negli impianti per la produzione elettrica e termica è costituto da biomasse residuali di origine forestale e agrofrestale e dai rifiuti della lavorazione del legno, chiudendo così il cerchio produttivo.

A garantire una sostenibilità del 100% sarà anche la Strategia Forestale Nazionale, il Piano su cui sta lavorando il Governo al fine di fine di tutelare e conservare la diversità strutturale e funzionale delle foreste, valorizzando il ruolo delle sue filiere nello sviluppo socioeconomico del Paese. Il documento si rifà alla nuova strategia UE e ha tra i punti cardine l’obiettivo di “Migliorare la competitività e la sostenibilità delle industrie forestali, della bioenergia e dell’economia verde in generale”. E riconosce che le foreste e le materie prime da esse derivate possano offrire un’opportunità per mantenere o creare posti di lavoro e diversificare le entrate in un’economia verde a basse emissioni di carbonio.

Senza contare che sfruttare al meglio le bioenergie significa anche dare nuovo valore ai rifiuti organici della filiera agricola, agroindustriale e della raccolta differenziata urbana, per produrre, ad esempio, biometano. Secondo le stime del Consorzio Italiano Biogas, con la giusta programmazione l’Italia potrebbe arrivare a produrre 10 miliardi di metri cubi di metano al 2030, ossia oltre il 13% del gas naturale consumato nel 2017.

Agroenergie made in Italy, quali ostacoli ancora da risolvere?

Il comparto oggi naviga in acque incerte. Malgrado le potenzialità ai fini della transizione energetica e della ripresa economica nazionale post COVID-19, la filiera delle biomasse deve fare i conti con diverse difficoltà, sia per quanto riguarda le nuove iniziative che dal punto di vista del parco impiantistico esistente. Difficoltà denunciate in un documento congiunto da Elettricità Futura e le altre associazioni nazionali delle bioenergia: AIEL, EBS e FIPER. I nodi da sciogliere sono diversi a partire dalla modesta ambizione inserita nel PNIEC italiano –  il piano di programmazione energetica e climatica al 2030 –  i cui target per le bioenergie sono molto più contenuti rispetto a quelli di economie come Francia, Germania o Spagna. Non si tratta solo del futuro. Come ricordato in più di un’occasione dalla stessa Elettricità Futura – che da inizio 2020 ha aderito Bioenergy Europe – presto potrebbe mancare un significativo apporto storico. “In questo momento in Italia vi è una grave problematica legata alla dismissione di quasi 3.000 impianti di produzione da bioenergie, in grado di fornire 20 TWh di energia rinnovabile, tramite una produzione programmabile e funzionale alla gestione del sistema elettrico”, ha spiegato Andrea Zaghi, Direttore Generale di Elettricità Futura.

Problemi di cui esiste però una soluzione come spiegano le associazioni nel loro recente manifesto di “proposte per la continuità e lo sviluppo degli impianti a biomasse legnose”. Tre gli obiettivi chiave delineati: preservare e consolidare la capacità produttiva esistente; favorire lo sviluppo di nuovi impianti di piccole e medie dimensioni con particolare riguardo per le zone disagiate e distanti da altri fonti energetiche; sostituire gli apparecchi obsoleti di piccola taglia di uso privato. La strada individuata è però una sola e passa per la sostenibilità, premiando filiere virtuose e tracciate, gli impianti più efficienti ed ecologici, ma anche quelli che operano in regime di cogenerazione.

“In questa delicata fase di ripartenza per il nostro Paese – scrivono le associazioni – la produzione di energia da biomasse (termica, elettrica, climatizzazione) assicura lo sviluppo delle filiere locali, con benefici ambientali, sociali ed economici: dalla gestione e manutenzione del patrimonio forestale, alla valorizzazione dei terreni marginali e all’impiego dei sottoprodotti fino alla redistribuzione del reddito sul territorio. Inoltre, nella produzione di tecnologie e servizi per il settore delle biomasse, l’industria nazionale esprime realtà dinamiche e innovative. Infine, la programmabilità caratteristica di questa fonte e la possibilità di impiegarla per tutti gli usi energetici, sia in applicazioni utility scale che residenziali, la rendono particolarmente utile nella transizione verso un modello caratterizzato dalla diffusione di fonti intermittenti e di soluzioni di generazione distribuita basate sull’interazione tra produttori-distributori-consumatori (comunità energetiche). È quindi necessario, ora più che mai, puntare su questa filiera attraverso un contributo più ambizioso di quello proposto dal PNIEC”.
(Fonte: Rinnovabili.it)

 

L’europa accelera la transazione energetica con ambiziosi piani di investimento

La Cina ha stanziato qualcosa come 42 miliardi di dollari in sussidi per le rinnovabili, ma rispetto all’enorme quantità di denaro che l’Europa sta investendo in ambiziosi piani di transizione per le energie rinnovabili, si tratta di spiccioli, malgrado il Vecchio Continente sia ‘devastato’ dalla pandemia globale.

COSA FA LA GERMANIA

La Germania ha recentemente presentato un piano di ripresa da 130 miliardi di euro. Di questi, Bloomberg ha calcolato che circa 41 miliardi di euro sono stati stanziati per le rinnovabili e i veicoli elettrici. Il governo è stato particolarmente generoso con le auto elettriche: ha aumentato i sussidi per questi ultimi rendendo, di fatto, alcuni modelli più economici da acquistare rispetto alle auto con motori a combustione interna. Alcuni veicoli elettrici, ha riferito Automotive Newsall’inizio di questo mese, sono addirittura gratuiti grazie ai maggiori sussidi.

 

COSA FANNO GLI ALTRI PAESI UE

Anche altri paesi europei sono generosi con i sussidi per i veicoli elettrici, anche se non così tanto come emerge dalla panoramica di Argus Media. La Germania è di gran lunga la più generosa, offrendo agli acquirenti di veicoli elettrici fino a 9.000 euro per veicoli elettrici più economici. In Francia, Spagna e Italia, i sussidi sono compresi, invece, tra i 4.000 e i 7.000 euro.

I VEICOLI ELETTRICI E GLI INCENTIVI

La maggior parte di questo sostegno, tuttavia, si concentra sui veicoli elettrici di fascia bassa – non le Tesla tanto per chiarire – anche se alcuni incentivi, come le esenzioni fiscali, sono in vigore per tutti i veicoli elettrici.

I veicoli elettrici hanno rappresentato il 6,8% delle vendite complessive di veicoli in Europa nel primo trimestre 2020, in aumento rispetto a una quota del 2,5% dell’anno precedente, in parte a causa di un calo complessivo delle vendite dovuto a Covid-19, ma che indica anche una forte domanda in questo settore. Nel complesso, la quota di mercato dei veicoli elettrici è salita al 3% nel 2019 dal 2% nel 2018, secondo Acea. Il numero di modelli elettrici disponibili sul mercato europeo dovrebbe raggiungere, invece, i 214 entro il 2021, rispetto ai 98 di fine 2019, secondo l’European Battery Alliance.

Ma si tratta solo di veicoli elettrici. Per quanto cruciali per la decarbonizzazione delle economie, i veicoli elettrici non sono l’unico strumento a disposizione dei governi.

LA MARCIA INDIETRO PER I SUSSIDI ALLE RINNOVABILI IN CINA

La Cina è stata di gran lunga l’investitore più attivo nell’energia solare ed eolica, in cima alle classifiche mondiali per anni. L’anno scorso Pechino ha dichiarato che quest’anno taglierà i sussidi per le energie rinnovabili a 807 milioni di dollari.

Ma poi quest’anno è successo qualcosa di interessante. Il Ministero delle Finanze cinese ha fatto marcia indietro rispetto alla decisione del 2019, annunciando che quest’anno i sussidi per l’energia solare ed eolica saranno di 13,2 miliardi di dollari (92,39 miliardi di yuan), il 7,5 per cento in più rispetto all’anno scorso. Questo, secondo l’analista di CMB International Securities Robin Xiao, costerebbe al governo circa 28,6 miliardi di dollari quest’anno (200 miliardi di yuan), secondo quanto ha riferito a Bloomberg. Il grande beneficiario di questo aumento dei sussidi sarebbe l’energia solare, nonostante la rapida diminuzione dei costi di costruzione e gestione delle farm. Il requisito che viene richiesto dalle autorità per accedere ai sussidi è quello di dimostrare che i progetti di energia rinnovabile siano economici come l’equivalente impianto a carbone.

COSA FA LA GERMANIA SUL SOLARE

Anche la Germania sta spendendo attivamente per il solare. Infatti, lo scorso anno il governo Merkel ha rimosso il tetto alle sovvenzioni per l’energia solare per aumentare la capacità produttiva più velocemente. I piani precedenti prevedevano la sospensione dei sussidi per i progetti solari una volta che la capacità installata della Germania avesse raggiunto i 52 GW. Tuttavia, il governo ha deciso di rimuovere questa clausola quando si è trovato di fronte alle proteste per il clima e alla realtà di dover soddisfare la domanda di energia del paese anche dopo la chiusura delle centrali a carbone.

BUONE NOTIZIE PER L’EOLICO OFFSHORE

All’inizio di questo mese sono arrivate notizie piuttosto buone dal Regno Unito anche per l’eolico. Uno studio dell’Imperial College di Londra ha suggerito che, in breve tempo, i parchi eolici offshore potrebbero generare elettricità così a buon mercato da non aver bisogno di sussidi. Questo perché la tecnologia sta migliorando e la produzione sta diventando molto più efficiente. Pertanto, entro il 2050, i parchi eolici offshore potrebbero cominciare a pagare i dividendi, il che renderebbe l’elettricità più economica in tutti i settori.

Sotto questo punto di vista, il forte calo dei costi delle rinnovabili rappresenta una buona notizia, soprattutto per i cittadini visto che i sussidi tendono a ‘gonfiare’ le bollette del contribuente.

LA SCOMMESSA DELL’IDROGENO UE

L’Europa scommette molto anche sull’idrogeno. Idrogeno pulito, per la precisione. L’Ue prevede di costruire circa 6 GW di capacità di elettrolisi pulita in soli quattro anni, il che significa una produzione di 1 milione di tonnellate di idrogeno. La cifra dovrebbe crescere fino a 40 GW entro il 2040, in grado di generare 10 milioni di tonnellate di idrogeno. Poiché la produzione di idrogeno pulito comporta l’uso di elettricità prodotta da fonti rinnovabili, l’Ue dovrà essere rigorosa nel centrare i suoi obiettivi di capacità di energia ‘verde’.

Insomma, in questo momento, tutto indica che i governi manterranno i sussidi alle rinnovabili e alle auto elettriche nel futuro prossimo. A ciò si aggiungeranno, probabilmente, incentivi alle auto a idrogeno. Quanto questo costerà ai contribuenti è invece una domanda complessa la cui risposta dipende dalle politiche dei vari governi. Una cosa è certa, però: non sarà di poco conto, soprattutto se Germania e Francia saranno disposte a rendere i veicoli elettrici praticamente gratuiti per stimolare la domanda dei consumatori. (Fonte: energiaoltre)

Cambiamenti climatici, a luglio temperature superiori ai 21 °C nel mar glaciale artico e 38 °C nella Russia artica

Caldo record nell’arcipelago norvegese delle Svalbard, nel Mar Glaciale Artico, dove si sono registrate, per la seconda volta negli ultimi 40 anni, temperature superiori ai 20 gradi. Secondo i dati dell’Istituto meteorologico norvegese nel pomeriggio di sabato si sono toccati infatti i 21,2 gradi: l’unico precedente conosciuto è quello del 16 luglio 1979, quando il termometro si fermò a 21,3 gradi.

Lo studio norvegere “Clima a Svalbard 2100” prevede che la temperatura media delle isole nel periodo 2070-2100 possa essere di 7-10 gradi più alto del periodo 1970-2000 a causa delle emissioni umane. Gli effetti sono già visibili: dal 1971 al 2017, segnala il report, “è stato osservato un incremento da 3 a 5 gradi centigradi, con gli aumenti maggiori in inverno”.

L’Artico, secondo gli esperti, si sta riscaldando due volte più velocemente del resto del pianeta. Questa estate la regione è stata segnata da episodi di afa nella Russia artica, dove, in zone oltre il Circolo polare artico, si sono registrati a inizio luglio anche picchi di 38 gradi. (Fonte: tgcom24)

Non solo in Italia le procedure autorizzative ritardano i programmi di decarbonizzazione

Quanto si svilupperanno nel medio termine le energie rinnovabili europee? Per saperlo basta leggere i PNIEC, i Piani Nazionali Integrati Energia e Clima elaborati dagli Stati Membri. In questi documenti sono riportate le singole strategie di decarbonizzazione 2030, che delineano obiettivi di efficienza energetica, rinnovabili, taglio delle emissioni e interconnessioni. Ad oggi quasi tutti i Paesi Ue hanno consegnato il proprio Piano Energia-Clima alla Commissione Europea (all’appello manca solo l’Irlanda) e WindEurope ha colto l’occasione per analizzare gli strumenti inseriti nei PNIEC a favore dello sviluppo eolico.

Nel dettaglio l’associazione, che rappresenta i produttori di energia dal vento in Europa, ha valutato i documenti sulla base di sei elementi cruciali per il settore, quali:

  • il calendario delle aste;
  • la rete elettrica e mercati;
  • i permessi e il fine vita;
  • l’elettrificazione;
  • gli accordi di acquisto a lungo termine (PPA);
  • gli investimenti in Ricerca e Innovazione.

Se gli impegni dei PNIEC saranno realmente rispettati, entro il 2030 l’Europa avrà installato 339 GW di nuova capacità eolica; 268 GW saranno turbine a terra e 71 GW gli impianti offshore. Ciò rappresenta un aumento significativo rispetto le installazioni odierne che ammontano a 169 GW.

Complessivamente, la maggiorate dei Piani include un discreto livello di visibilità sui futuri programmi d’asta e una buona strategia di elettrificazione. Uno dei problemi principali riguarda, invece, il lato autorizzativo. La stragrande maggioranza dei paesi non menziona nel proprio Piano Energia-Clima quali misure saranno prese per facilitare i permessi ai nuovi progetti e quelli di repowering. Tra questi, c’è anche l’Italia che viene ripresa anche sul fronte delle aste.

“L’energia eolica può costituire la spina dorsale sia di una ripresa ecologica che della decarbonizzazione 2050. Se l’UE non riuscirà a ottenere i giusti iter autorizzativati, mancherà i suoi obiettivi energetici e climatici. L’agevolazione dei permessi – spiega Giles Dickson, ceo di WindEurope – è quasi del tutto assente nei Piani presentati. L’Europa deve risolvere questo problema con urgenza. È necessario rimuovere regole di blocco ingiustificate. Le procedure di valutazione ambientale per i nuovi progetti devono essere semplificate e chiarite. I progetti approvati necessitano di maggiore certezza del diritto. Non è accettabile che i semplici impianti eolici onshore richiedano 5 anni e più per essere validati”. (Fonte: Rinnovabili.it)

Nuovi studi sulle correnti oceaniche provano a spiegare la drastica riduzione della CO2 dopo l’ultima glaciazione

Per riuscire a creare modelli attendibili del clima del futuro è fondamentale studiare il passato del pianeta Terra. Questo è ciò che hanno fatto i ricercatori dell’Australian National University (ANU), concentrandosi sulla circolazione delle correnti oceaniche durante l’ultima era glaciale.

Ridistribuendo calore e carbonio in tutto il sistema terrestre, le correnti oceaniche influenzano profondamente il clima globale e il declino nell’anidride carbonica atmosferica durante l’ultima era glaciale è un fattore chiave per i modelli climatici futuri.

Come spiega l’autore principale della ricerca, Jimin Yu, era da anni che gli scienziati tentavano di ricostruire la circolazione delle correnti oceaniche del passato, necessaria per ottenere indizi importanti sui livelli di CO2 e su come si strutturano i cambiamenti climatici nel corso del tempo. Attraverso lo studio dei sedimenti marini, i ricercatori hanno ricostruito la quantità di ione carbonato (CO32-) presente nelle acque oceaniche profonde durante l’ultima era glaciale, così da tracciarne l’acidità. Il gruppo di ricerca ha poi creato una mappa dell’oceano Atlantico tra i 38.000 e i 28.000 anni fa: tale strumento, unico nel suo genere, rivela un nuovo modello di circolazione delle correnti oceaniche profonde durante l’ultima era glaciale che potrebbe rivelarsi fondamentale per le future proiezioni climatiche.

Basse concentrazioni di ioni carbonato indicano acque ricche di carbonio e i dati analizzati dal gruppo mostrano come, durante l’ultimo massimo glaciale, la massa d’acqua a basso contenuto di ioni carbonato si sia spostata verso nord, nell’Atlantico meridionale, a 3/4 km di profondità. “Questo basso contenuto di ioni carbonato – scrivono i ricercatori – riflette un’espansione diffusa delle acque profonde del Pacifico, ricche di carbonio, verso l’Atlantico meridionale, rivelando uno schema di circolazione glaciale nell’Atlantico profondo diverso da quello comunemente considerato”. Tale espansione nelle acque profonde del Pacifico, sviluppatasi tra i 38.000 e i 28.000 anni fa, portando ad alti tassi di sequestro del carbonio, “potrebbe aver contribuito in modo decisivo al declino del biossido di carbonio atmosferico avvenuto al tempo e aver aiutato così ad avviare il massimo glaciale”.

Lo studio “suggerisce che, mentre le acque durante l’ultima era glaciale si spostavano, il carbonio veniva immagazzinato nell’oceano profondo, abbassando i livelli di CO2 nell’atmosfera”. Questa ricerca, conclude Yu, “ci dà fiducia nella capacità del modello di mappare le condizioni climatiche future”. (Fonte: Rinnovabili.it)

Calano nel 2020 consumi energetici ed emissioni di CO2, ma non c’è da gioire gli effetti sono temporanei e le cause sono strettamente correlate all’emergenza Covid

Calo record dei consumi di energia(-22%) nel II trimestre 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019. Il picco negativo è stato raggiunto ad aprile (-30%) in coincidenza con il lockdown, mentre su base semestrale la riduzione è stata del 14% rispetto alla prima metà del 2019. Inoltre, il forte calo dei consumi di energia elettrica (-13%) ha accresciuto il ‘peso’ delle fonti rinnovabili che nel mese di maggio hanno soddisfatto oltre il 50% della domanda di elettricità (il 20% da eolico e solare), raggiungendo un nuovo massimo storico.

È quanto emerge dall’Analisi trimestrale del sistema energetico italiano dell’ENEA che registra anche una rilevante diminuzione delle emissioni di anidride carbonica (-26% nel II trimestre e -17% nel I semestre).

“I cali di consumi e di emissioni sono senza precedenti. E, anche nell’ipotesi ottimistica di un ritorno alla normalità nella seconda parte dell’anno, a fine 2020 la flessione sarà probabilmente superiore al record negativo del 2009 (-6% dei consumi di energia)”, spiega Francesco Gracceva, il ricercatore ENEA che ha curato l’Analisi. “Le emissioni sono diminuite più dei consumi di energia in quanto si è ridotto principalmente il ricorso alle fonti fossili con maggiore intensità carbonica, come carbone e petrolio”.

Nel secondo trimestre, infatti, la domanda di petrolioè diminuita del 30%, quella di gas naturale del 18% e le importazioni di energia elettrica sono crollate del 70% a fronte di un aumento del 7% delle fonti rinnovabili. Tuttavia, le stime preliminari evidenziano consumi di energia in ripresa a luglio rispetto ai mesi precedenti – anche se restano molto inferiori rispetto ai livelli allo stesso mese del 2019 – sulla spinta del traffico stradale, ormai vicino ai livelli dell’anno scorso per i veicoli pesanti, e del traffico aereo, raddoppiato in luglio rispetto al mese precedente.

Le condizioni eccezionali che hanno caratterizzato la prima parte dell’anno, hanno consolidato il miglioramento (+15%) iniziato nella seconda metà del 2019 dell’indice sintetico ISPRED, elaborato da ENEA per monitorare la transizione del sistema energetico sulla base dell’andamento dei prezzi, della sicurezza e del livello di emissioni.

Il contesto di profonda crisi della domanda di energia ha invece comportato un complessivo peggioramento dell’indice ISPRED relativo alla sicurezza del sistema energetico (-10%). “Le cause sono da ricercare soprattutto nei settori della raffinazione – che ha sofferto un forte calo dell’utilizzo degli impianti con margini in territorio negativo – e della gestione in sicurezza del sistema elettrico, nel quale, anche senza eventi critici evidenti, sono emerse problematiche legate alla crescente penetrazione delle fonti rinnovabili intermittenti”, sottolinea Gracceva.

Quanto alla decarbonizzazione, il crollo delle emissioni di CO2 ha determinato un forte miglioramento di questa componente dell’indice (+30%).

“Tuttavia è plausibile che in uno scenario di ritorno dell’attività economica sui livelli pre-crisi, la traiettoriadelle emissioni torni a discostarsi dagli obiettivi al 2030, se si confermasse il trend degli ultimi anni di modesto disaccoppiamento tra andamento dell’economia e consumi di energia”, conclude Gracceva. (Fonte: teleborsa)

In Italia solo l’11% dell’acqua piovana viene trattenuta per usi irrigui, bisogna migliorare l’attività di prevenzione per ridurre i rischi di siccità

Sono crollati del 24% i livelli del Po a fine luglio rispetto allo stesso periodo dello scorso anno mentre i maggiori laghi del nord che servono a dissetare i campi della pianura padana, dove si produce un terzo del Made in Italy agroalimentare nazionale, sono in affanno su valori ben al di sotto della media, mentre sono in forte deficit da mesi i bacini del centro-sud. E’ quanto emerge dal monitoraggio della Coldiretti in riferimento all’ultima ondata di caldo africano con temperature fino a 40 gradi che sta investendo l’Italia da nord a sud con gli agricoltori che si preparano a irrigazioni di soccorso per salvare le colture in campo.

“Il Po al Ponte della Becca (Pavia), alla confluenza con il Ticino, è crollato a 2,84 metri sotto lo zero idrometrico – evidenzia la Coldiretti – e l’Autorità di bacino ha evidenziato il rischio di un apporto idrico non sufficiente per le colture.

Intanto – continua la Coldiretti – la riduzione delle portate del fiume ha provocato un aumento della risalita dell’acqua salata del mare verso l’interno del delta aggravando il rischio di inaridimento dei terreni.” “In un Paese comunque piovoso come l’Italia che per carenze infrastrutturali trattiene solo l’11% dell’acqua, occorre un cambio di passo nell’attività di prevenzione”, dichiara il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “bisogna evitare di dover costantemente rincorrere l’emergenza con interventi strutturali”. Il primo passo è “la realizzazione di piccole opere di contrasto al rischio idrogeologico, dalla sistemazione e pulizia straordinaria degli argini dei fiumi ai progetti di ingegneria naturalistica, per questo – conclude Prandini – abbiamo ideato ed ingegnerizzato e poi condiviso con Anbi, Terna, Enel, Eni e Cassa Depositi e Prestiti la messa in cantiere di una rete di circa mille laghetti nelle zone di media montagna da realizzare senza cemento e da utilizzare per la raccolta dell’acqua da distribuire in modo razionale in primis ai cittadini, quindi all’industria e all’agricoltura”. (Fonte: Ansa)

La strada per la decarbonizzazione del settore energetico sta prendendo slancio, calo dei consumi e situazione climatica favorevole fanno del 2020 un anno cardine per il percorso

Secondo gli esperti della Ember [ndr, società di ricerca indipendente] che hanno condotto una ricerca sulle fonti energetiche utilizzate durante il primo semestre dell’anno in corso, il 2020 sarà il punto di inizio, l’anno 0, del passaggio dall’Europa fossile, alla UE verde.
I dati della ricerca parlano chiaro: le favorevoli condizioni climatiche, gli investimenti nelle rinnovabili (in particolare eolico e solare) e i minori consumi durante la pandemia hanno portato la crescita dell’energia verde a un +11% con un drastico calo della fossile, pari a -18%.

A guidare il team verde, splende il solare, che registra un 16% di crescita, seguito a pioggia dall’idroelettrico, che si attesta al 12%, l’eolico vola a un + 11% e chiude la bioenergia, con una crescita dell’1%, mentre le fossili sperimentano per la prima volta un tracollo pari al 32% per il carbone e un -6% per il gas naturale in tutto il territorio dell’Unione Europea.

A fare da apripista è la Germania, che registra un calo pari a 31 TWh (39%), seguono Romania (40%), Repubblica Ceca (20%), Bulgaria (20%), infine la Polonia (12%) che in occasione della COP 25 (Madrid, Spagna, dal 2 al 13 Dicembre 2019) fece orecchie da mercante in merito all’obbiettivo, fissato entro il 2050, di rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico zero.

Non sono solo le repubbliche centro europee a registrare un significativo cambio di tendenza energetica, alcune delle più alte percentuali di calo del fossile a favore del rinnovabile si possono riscontrare anche in altre latitudini:
Portogallo: 95% (l’obbiettivo è una graduale soppressione nel 2021) Spagna: 58%
Austria 54%
Grecia 58%
Irlanda 48%
In più, Austria e Svezia hanno spento le loro ultime centrali non più tardi del marzo di quest’anno e la Francia, storicamente fedele al nucleare, ha registrato una forte diminuzione della domanda di energia non rinnovabile.
Dave Jones, analista senior di elettricità presso Ember, ha dichiarato:
Questo segna un momento simbolico nella transizione del settore elettrico in Europa. Le energie rinnovabili hanno generato più elettricità rispetto ai combustibili fossili, guidati dal vento e dal solare che sostituiscono il carbone. Questo è un rapido progresso rispetto a soli nove anni fa, quando i combustibili fossili generavano il doppio delle energie rinnovabili”.

Aggiunge la stessa Ember:
Ora è chiaro che la transizione da carbone a Europa pulita sta avvenendo più rapidamente di quanto molti si aspettassero. Da un lato il COVID-19 ha rallentato i nuovi impianti eolici e solari quest’anno, ma dall’altro ci ha mostrato che le nostre reti elettriche possono contare su quote record di vento e solare che contribuiscono significativamente all’approvvigionamento elettrico, sebbene siano state esposte alcune inflessibilità. Le energie rinnovabili si sono dimostrate più resistenti dei combustibili fossili di fronte a questa crisi”.

A dare il colpo di grazia, come spesso accade, sono le leggi dell’economia, che stavolta vanno a braccetto con i valori dell’ecologia, come sottolinea Christine Shearer, direttrice del programma Global Energy Monitor:
Il fatto che si sia verificato un declino così rapido indica la sempre minore competitività economica del carbone”. (Fonte: dmove.it)

550 miliardi di euro in 7 anni stanziati dalla UE per combattere i cambiamenti climatici

Questa settimana i leader dell’Unione Europea hanno raggiunto un accordo sul Recovery Fund e sul budget UE 2021-2027 che prevede di dedicare nei prossimi sette anni quasi550 miliardi di euro per il raggiungimento degli obiettivi climatici europei. La cifra ha una rilevanza storica senza precedenti, trattandosi del più grande impegno per il clima mai concordato. Tuttavia, l’accordo non convince tutti gli osservatori.

Il denaro rappresenta una quota del 30% di un pacchetto che comprende il bilancio settennale da 1.074 miliardi di euro e il fondo di recupero da 750 miliardi. Al contempo, i leader hanno convenuto che anche le risorse non specificamente destinate al clima debbano rispondere alprincipio del “non nuocere” e all’obiettivo dell’UE di diventare neutrale dal punto di vista climatico entro il 2050.

Nonostante il risultato storico, la mancanza di linee guida precise su come si potranno spendere queste risorse in vista degli obiettivi climatici ha fatto storcere il naso a qualcuno. Bas Eickhout, europarlamentare olandese del gruppo dei Verdi, ha affermato che erano necessari criteri chiari per garantire la decarbonizzazione, a partire da un impegno formale sul rifiuto di qualunque investimento legato al settore dei combustibili fossili. “Il fatto che non ci sia dice molto”, ha dichiarato Eickhout a Reuters.

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, si è mossa per dissipare tali preoccupazioni, sottolineando che “gli Stati membri avranno traguardi da raggiungere prima che vi sia l’erogazione dei fondi. Gli obiettivi climatici a livello europeo devono essere visibili in tutto il piano nazionale di ripresa“. Tuttavia, nonostante le rassicurazioni, alcuni europarlamentari sostengono che vi sia il concreto pericolo che i fondi supporteranno progetti di gas naturale.

Negli ultimi anni, secondo i dati della Commissione, sono stati utilizzati fondi dell’UE per sostenere nuovi gasdotti, espandere i terminali GNL in Polonia e Grecia e migliorare lo stoccaggio del combustibile fossile in Lettonia. L’anno scorso la Commissione ha designato 32 progetti per il gas ammissibili per l’accesso a futuri fondi dell’UE.

Per questa ragione, alcuni investitori, legislatori e attivisti europei hanno esortato la Commissione a utilizzare la tassonomia delle finanze verdi per guidare la spesa, una mossa che impedirebbe alle risorse economiche di sovvenzionare le centrali a gas se non fossero dotate di strumenti per la cattura del carbonio. “Ora tocca al Parlamento europeo aumentare l’ambizione sulla spesa per il clima”, ha dichiarato Manon Dufour, membro del think tank sul clima E3G. “E’ una partita ancora da giocare”. (Fonte: Rinnovabili.it)