Nuova Russia, vecchi sistemi: come per Cernobyl si ritarda la denuncia del disastro ambientale per nascondere le responsabilità

Tra i pochi oligarchi della prima ora, dell’epoca di Boris Eltsin, sopravvissuti in quella di Vladimir Putin, Vladimir Potanin non è certo uno sprovveduto. Eppure anche a lui, che è al comando del primo produttore mondiale di nickel e palladio, è toccato apparire in tv, impacciato mentre il presidente russo gli chiedeva conto di quanto è avvenuto in Siberia, nella “sua” Norilsk. La fuoriuscita di 21mila tonnellate di combustibile, finite nei corsi d’acqua vicini a causa del danneggiamento di una cisterna nella centrale termo-elettrica TEZ-3, viene giudicato uno dei più gravi disastri ambientali nella storia dell’Artico russo. Il guaio è che potrebbe essere un campanello d’allarme per un’emergenza ancora più grande.

Sarà Norilsk Nickel, la compagnia mineraria di Potanin a cui appartengono gli impianti, a farsi carico dei danni, stimati in miliardi e miliardi di rubli. Già si parla di una “Exxon Valdez” russa: per la compagnia americana il disastro del 1989 al largo dell’Alaska ebbe un costo di 2,5 miliardi di dollari.

Miliardi e miliardi:

«La compagnia è pronta a coprire le spese per la gestione dei danni , è naturalmente giusto», ha osservato Putin in videocollegamento dalla sua residenza presso Mosca mentre Potanin lo ascoltava dalla tundra, il fiume inquinato alle sue spalle. A quanto ammonteranno le spese per la liquidazione dell’incidente?, gli chiede Putin. «Penso miliardi di rubli, molti soldi – risponde Potanin, sulla difensiva -: Non ho idea di quanto saranno le sanzioni. Ma le spese credo 10 miliardi e più. Ma sa, io qui parlo non come uomo d’affari ma come persona che si preoccupa. Quello che sarà necessario, lo pagheremo. Non dovrete spendere un rublo del bilancio pubblico». La fortuna personale di Potanin, secondo Forbes, è pari a 26 miliardi di dollari.

Il costo di una cisterna:

«Miliardi, dice – Putin è sarcastico -. E quanto costa più o meno una cisterna, che ora dovrete cambiare?». «Qualche centinaio di milioni», calcola Potanin, ma il presidente russo non è d’accordo: «Una cisterna, un reservoir di quelli che contengono il carburante, costa molto meno, ma davvero molto meno. Se l’aveste sostituita a tempo debito, se non ci fosse stato questo danno all’ambiente, ora la compagnia non dovrebbe sobbarcarsi queste spese». (Fonte: Ilsole24ore)

I dati ambientali riportati dall’Annuario ISPRA

Luci e ombre nell’annuario ISPRA 2019 sulla situazione ambientale in Italia. Se da un lato si rivela un calo delle emissioni, dall’altro la temperatura media in Italia nel 2018 è cresciuta quasi del doppio rispetto alla crescita mondiale, 1,71°C contro 0,98°C.

Il Bacino padano è stato classificato una delle aree con maggior inquinamento atmosferico in Europa. I dati del 2019 riportano un eccesso del limite giornaliero del PM10 (particolato costituito principalmente da fumo e polveri contenuti nell’atmosfera) nel 21% delle stazioni di monitoraggio.

Nel periodo di lockdown causato dal Covid-19 i livelli di biossido di azoto NO2, si sono abbassati del 40- 50% nel Nord Italia e nella Pianura padana.

Un’altra importante preoccupazione a livello mondiale sono i pesticidi.
L’Ue è al secondo posto dopo la Cina per produzione di sostanze chimiche.
In Europa invece l’Italia è il terzo produttore, dopo Germania e Francia. I dati ci riportano che nelle acque superficiali il 24% delle aree controllate e monitorate mostra concentrazioni che eccedono il limite di qualità ambientale. Nelle acque sotterranee la percentuale è del 6%.

Fra il 2017 e il 2018 in Italia il consumo del suolo è avanzato di 2 metri quadri al secondo cementificando o asfaltando 23.000 km2. Nel 2018 a causa di una probabile congiuntura economica il consumo del suolo ha ripreso a crescere nonostante i dati mostrassero dei segnali di allentamento. Nello stesso anno è stato sottratto il 2% delle aree protette. Il nostro paese è difatti esposto al dissesto idrogeologico e gli abitanti a rischio frane, che risiedono nelle aree a pericolosità elevata, sono il 2,2% del totale.

https://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/stato-dellambiente/annuario-dei-dati-ambientali-edizione-2019

 

 

Post Covid-19, gli investimenti per rilanciare l’economia più efficaci sono quelli in cui viene attuata una politica per contrastare la crisi climatica

Il 22 gennaio,  Larry Flint, amministratore delegato di BlackRock, il più grande fondo di investimento del mondo, in una lettera inviata ai colleghi di grosse imprese multinazionali ha scritto testualmente: “I dati sui rischi climatici obbligano gli investitori a riconsiderare le fondamenta stesse della finanza moderna”, per cui “siamo convinti, quanto agli investimenti, che integrare la sostenibilità – in particolare il clima – nei portafogli possa fornire agli investitori dei migliori rendimenti, corretti per il rischio”.

rumors suscitati dalla lettera sono stati rapidamente sovrastati dalle preoccupazioni provocate dalla pandemia e dalla conseguente crisi economica.

Così, quando si è incominciato a discutere della ripresa post-virus, da più parti si è potuto tranquillamente sostenere che gli investimenti per la ricostruzione dovevano avere la precedenza rispetto a quelli per il contrasto alla crisi climatica.

Oltre che discutibile, questa tesi ignora che, soprattutto in Europa, si sta facendo strada una proposta che riprende, arricchendoli, i suggerimenti di Flint: gli investimenti per attuare politiche di decarbonizzazione sono quelli più efficaci per il rilancio dell’economia.

Il 14 aprile, 9 eurodeputati di tutto lo spettro politico, 37 amministratori delegati di grosse imprese e più di 50 del settore bancario e finanziario, 28 associazioni imprenditoriali, la confederazione sindacale europea, 7 Ong e numerose associazioni europee hanno promosso l’European Alliance for Green Recovery, sottoscrivendo una dichiarazione, con cui si impegnano  a favore di “programmi di ricostruzione e di trasformazione che assumano la battaglia contro il cambiamento climatico e la biodiversità come pilastri fondamentali della strategia economica”.

In questo, supportati da un rapporto edito a maggio da McKinsey (“ How a post-pandemic stimulus can both create jobs and help the climate), secondo cui ogni milione di dollari speso come stimolo genera 7,49 posti di lavoro a tempo pieno, diretti e indiretti, se destinato alle infrastrutture per le energie rinnovabili; 7,72, se indirizzato all’efficienza energetica; solo 2,65, se utilizzato per i combustibili fossili.

Il 27 maggio è stata la volta di Next Generation, la proposta della Commissione europea di un fondo da 750 miliardi di euro, di cui 500 a fondo perduto e 250 di prestiti. All’Italia andrebbero rispettivamente 82 e 91 miliardi di euro.

La parte più cospicua del fondo è destinata a sostenere gli investimenti diretti degli Stati membri e a stimolare quelli privati, entrambi finalizzati allo sviluppo della transizione sia verde che digitale; una distinzione spesso formale, visto che l’elettrificazione green richiede importanti investimenti nella digitalizzazione, in particolare delle reti.

Obiettivo immediatamente recepito dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nelle considerazioni finali alla relazione annuale del 29 maggio: “la proposta della Commissione presentata due giorni fa al Parlamento Europeo per la creazione del nuovo strumento denominato Next Generation EU ribadisce la centralità della transizione ambientale e di quella digitale”.

Anche nell’America di Trump qualcosa sta cambiando. Nel 2019, per la prima volta da 130 anni, il consumo energetico complessivo delle fonti rinnovabili ha superato – anche se di poco – il consumo di carbone. E, durante l’assemblea annuale degli azionisti di Chevron, seconda compagnia petrolifera del paese, che si è svolta il 27 maggio, la richiesta degli azionisti Bnp Paribas e BlackRock di divulgare tutte le attività di lobby, per poter verificare se la società sostiene gli obiettivi di contrasto del riscaldamento globale, è stata approvata dalla maggioranza dei soci, contro il parere del consiglio di amministrazione. Non era mai accaduto prima.

Anche se anacronistica, la posizione di chi sostiene che la priorità data agli investimenti per la politica di decarbonizzazione danneggerebbe la ripresa economica, continuando a essere presente nel dibattito sul che fare, rischia però di ritardare una scelta, viceversa molto urgente: focalizzare l’attenzione sulla tempestiva messa a punto di un programma operativo per la gestione dei fondi di Next Generation in supporto di obiettivi congruenti con il Green Deal europeo, che non sono solo quelli di un PNIEC più sfidante dell’attuale, in quanto dovrà garantire la riduzione del 50-55% delle emissioni climalteranti entro il 2030.

Il Green Deal dovrà infatti essere inclusivo, cioè particolarmente attento alle regioni, alle industrie e ai lavoratori su cui maggiormente graveranno gli effetti delle politiche energetico-climatiche.

Dovendo garantire la contestuale realizzazione di tutti gli obiettivi, la stesura del programma operativo rappresenta di per sé una sfida tutt’altro che banale, tuttavia da vincere, perché la mancata realizzazione degli impegni presi porterebbe alla sospensione dei finanziamenti.

Next Generation dovrebbe presumibilmente decollare nel 2021. Non c’è quindi tempo da perdere. Se non ora, quando? (Fonte: Qualenergia)

Una panoramica sulla transizione energetica dal punto di vista delle grandi aziende italiane del settore

La ripresa economica italiana per il post-Covid-19? Deve passare, necessariamente, per la transizione energetica. A chiederlo sono ormai aziende di settore, stakeholder, governi e un’opinione pubblica sempre più orientata a scelte ‘green’. Negli ultimi sei anni (2015-2020), d’altronde, la transizione energetica è andata avanti secondo quanto emerso dai dati di un recente studio del World Economic Forum (Wef) intitolato ‘Energy Transition Index 2020’. Dal quale emerge che su 115 paesi monitorati, 94 – tra cui l’Italia – hanno migliorato il loro punteggio. I problemi però arrivano ora con il Covid-19 che rischia di bloccare o quanto meno cambiare le priorità del prossimo futuro. Per questo il Wef ha chiesto di non voltarsi indietro e anzi di aumentare l’impegno di ogni paese nella stabilità del contesto e a livello politico, nel clima degli investimenti e accesso al capitale, nell’impegno dei consumatori, nell’adozione e sviluppo di nuove tecnologie: tutte facce di quella stessa medaglia chiamata transizione energetica.

CONFINDUSTRIA ENERGIA E SINDACATI HANNO RACCOLTO LA SFIDA:
A raccogliere la sfida nel nostro paese ci hanno già pensato Confindustria energia e sindacati che in uno studio dal titolo “Infrastrutture energetiche per l’Italia e per il Mediterraneo”, realizzato da Confindustria Energia con il contributo delle Associazioni aderenti e delle Aziende Snam e Terna hanno proposto un tavolo strategico per fare sistema in Italia. Più precisamente un ‘Tavolo strategico congiunto sull’Energia’, in cui Confindustria Energia e organizzazioni sindacali possano approfondire e portare all’attenzione delle istituzioni e dell’opinione pubblica “le priorità industriali e sociali a sostegno della salvaguardia e crescita del settore energetico, indispensabili per assicurare il processo di transizione energetica” nel nostro Paese.

INVESTIMENTI ESSENZIALI PER LA TRANSIZIONE:
Secondo Confindustria Energia e sindacati gli ingenti investimenti nella transizione energetica sono fondamentali per il loro significativo impatto su Pil, occupazione e ricadute ambientali costituiscono una leva importante per favorire la ripartenza del nostro Paese, e per garantire la continuità nella fornitura di Energia, sempre assicurata anche in tutta la fase emergenziale”.

PUNTARE SU FILIERE INNOVATIVE E RICONVERSIONE:
“In questo quadro, il settore dovrà rilanciare gli investimenti volti alla crescita delle filiere innovative e alla riconversione, all’adattamento e alla trasformazione degli asset esistenti, anche nel rispetto dei criteri di economia circolare che assicurano la sostenibilità ambientale e sociale degli interventi – sostengono Confindustria Energia e i sindacati -. I lavoratori saranno parte integrante di questo processo che potrà realizzarsi solamente attraverso la condivisione e l’adeguamento di competenze e di know-how, nella direzione di compiere il percorso di transizione in modo inclusivo. Le Parti condividono che lo scenario che si prospetta nel nostro Paese per i prossimi mesi impone una programmazione seria e lungimirante di interventi straordinari”.

PER ENI LA NEUTRALITÀ CARBONICA SARÀ IL PUNTO DI SVOLTA:
Le grandi aziende italiane hanno già cominciato da tempo a percorrere la strada della transizione energetica. In prima fila c’è Eni che nell’ultimo bilancio di sostenibilità ha fatto il punto sulla sfida che l’attende. A cominciare dalla neutralità carbonica nel lungo termine. L’ad Claudio Descalzi, da poco riconfermato, ha infatti sottolineato che gli impegni presi per portare avanti “il processo di trasformazione sono ancora più forti oggi, così come la nostra determinazione al contrasto del cambiamento climatico”.
E infatti, il Cane a sei zampe ha ricordato i successi di questi ultimi anni a cominciare dall’intensità delle emissioni di gas serra nelle operazioni upstream ridotte del 27% rispetto al 2014 ed è in linea con l’obiettivo al 2025, che prevede una riduzione del 43%. Le emissioni di metano che mostrano un calo del 44% rispetto al 2018 permettendo all’azienda italiana di raggiungere con 6 anni di anticipo i target al 2025 di riduzione dell’80% rispetto al 2014.
Non è tutto. La strategia Eni punta a ottenere la riduzione del 30% al 2035 e dell’80% al 2050 delle emissioni nette (oggi 537 milioni di tonnellate di Co2 ) riferibili all’intero ciclo di vita dei prodotti energetici venduti, che includono emissioni Scope 1, 2 e 3, (oltre la soglia del 70% indicata dalla IEA nello scenario SDS compatibile con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi) e del 55% dell’intensità emissiva rispetto al 2018. Per centrare questi obiettivi Eni ha in programma la progressiva riduzione della produzione di idrocarburi, principalmente nella componente oil, dopo il 2025 e la crescente incidenza delle produzioni gas: il mix produttivo avrà una componente gas del 60% al 2030 e di a circa l’85% al 2050. Il gas viene quindi visto come combustibile di elezione nella fase della decarbonizzazione. Eni prevede anche di focalizzarsi sulla commercializzazione di prodotti equity e una progressiva riduzione della commercializzazione di gas non equity, la conversione delle raffinerie europee in impianti alimentati con cariche bio o alternative, per la produzione di idrogeno, metanolo, biometano e prodotti dal riciclo di materiali di scarto.
Ciò senza dimenticare il settore Ricerca e Sviluppo, attraverso il quale Eni ha depositato 34 nuove domande di brevetto, di cui 15 mirate direttamente allo sviluppo di tecnologie nel settore delle fonti rinnovabili come biocarburanti e solare.
C’è grande attenzione anche per l’economia circolare, settore nel quale la compagnia italiana ha effettuato per la prima volta al mondo la riconversione di una raffineria tradizionale in bioraffineria, a Venezia, attraverso l’utilizzo di tecnologie proprietarie seguita dalla trasformazione ed avviamento ad agosto 2019 di una seconda raffineria tradizionale in bioraffineria a Gela.
Per compensare le emissioni che comunque verranno dal propri idrocarburi, il Cane a sei zampe ha poi previsto lo sviluppo di progetti per la cattura e lo stoccaggio della CO2 per oltre 10 milioni di tonnellate annue al 2050, con un primo progetto allo studio per l’hub di Ravenna in Italia, dove sarà possibile convogliare nei campi a gas ormai esauriti dell’offshore adriatico la CO2 catturata dai limitrofi insediamenti industriali e di generazione elettrica da gas.

ENEL, AVANTI NELLA STRATEGIA DI DECARBONIZZAZIONE E TRANSIZIONE ENERGETICA:
Discorso analogo si può fare anche per l’altra grande azienda energetica italiana, l’Enel: la compagnia guidata dal riconfermato Francesco Starace sta avanzando a grandi passi nella transizione energetica e verso l’obiettivo di una completa decarbonizzazione entro il 2050. Ciò anche grazie ad obiettivi particolarmente ambiziosi come l’uscita dal carbone entro il 2030 e un aumento del peso delle energie rinnovabili a 60GW al 2022.
I primi risultati di questa politica hanno visto già lo scorso anno il sorpasso della generazione da fonti rinnovabili – con il 64% della generazione totale – su quella tradizionale. Mentre negli ultimi giorni il Gruppo ha annunciato due importantissime operazioni per affrancarsi dal carbone, una in Italia a Brindisi, l’altra in Cile, dove ha annunciato la chiusura dell’ultimo impianto a carbone di Bocamina.
Per quanto concerne la centrale Federico II di Brindisi, Enel ha comunicato la chiusura di una parte dell’impianto – il Gruppo 2 – a partire dal 1° gennaio 2021, in particolare della prima delle quattro unità a carbone della centrale pugliese. La società ha anche avviato nei mesi scorsi l’iter di permitting per la riconversione del sito a gas, in vista della chiusura completa dell’impianto a carbone di Brindisi entro il 2025, e sta contemporaneamente sviluppando progetti per l’installazione di capacità fotovoltaica all’interno del sito.
In Cile l’azienda sta accelerando la chiusura dell’impianto a carbone Bocamina, situato a Coronel: l’Unità I verrà chiusa entro il 31 dicembre 2020 e l’Unità II d entro il 31 maggio 2022, anticipando i tempi originarimente previsti (rispettivamente 2023 e 2040). La chiusura dell’impianto Bocamina segue quella di un’unità a carbone da 158 MW presso la centrale elettrica di Tarapacá avvenuta a dicembre 2019.
Al tempo stesso il Gruppo Enel prevede di completare, tramite Enel Green Power Chile, circa 2 GW di capacità rinnovabile nel Paese entro il 2022, metà della quale già in fase di costruzione: Azabache (60,9 MW), un impianto solare combinato con il parco eolico di Valle de los Vientos (90 MW), il progetto solare Campos del Sol (382 MW) e l’ampliamento da 33 MW della centrale geotermica di Cerro Pabellón da 48 MW.

DAL GAS NATURALE ALL’IDROGENO. IL PIANO DI SNAM PER LA TRANSIZIONE ENERGETICA:
Chi sta scommettendo forte sulla transizione energetica è Snam che nel piano 2019-2023 ha confermato i principali target rispetto al piano precedente, rilanciando la sfida della sostenibilità con un mix di maggiori investimenti nel settore, accogliendo le opportunità offerte dalla crescita della domanda globale di gas naturale e dal ruolo da protagonista futuro dell’idrogeno.
L’accelerazione degli impegni nella transizione energetica e l’innovazione da parte dell’azienda guidata dall’amministratore delegato Marco Alverà, prevede investimenti complessivi per il periodo 2019-2023 pari a 6,5 miliardi (+14% circa rispetto al piano precedente) di cui oltre 1,4 miliardi nel progetto SnamTec “Tomorrow’s Energy Company” (+65%): 700 milioni andranno sulla sostenibilità ambientale del core business, inclusa l’elettrificazione di centrali di spinta e stoccaggio, 350 milioni in iniziative per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione degli asset, 400 milioni in nuove linee di business green per accelerarne lo sviluppo (raddoppiando i 200 milioni del piano precedente). Sull’idrogeno la sfida è la creazione di una nuova business unit con un nuovo blending test al 10% entro fine anno.
Sul versante sostenibilità, che in Snam va sotto l’acronimo ESG (Environment, Social e Governance), l’obiettivo è ridurre le emissioni di metano del 40% al 2025 (con base 2016) e quelle dirette di CO2 del 40% al 2030. Per farlo sono in programma una campagna di individuazione e riparazione delle fuoriuscite di metano sulla rete (Leak Detection and Repair), la sostituzione massima di componentistica di rete e centrali, l’adozione delle migliori tecnologie disponibili e l’avvio della conversione delle prime sei centrali in ibride gas-elettrico, che contribuiranno anche alla flessibilità del sistema elettrico, e alle azioni di efficienza energetica sugli edifici. E’ inoltre prevista al 2030 una riduzione del 40% della CO2 da consumi elettrici grazie al maggiore ricorso al fotovoltaico.
Da non dimenticare, infine, il sostegno al progetto ForestaMI del Comune di Milano che prevede la piantumazione di 3 milioni di nuovi alberi nell’area metropolitana entro il 2030 e il programma Snam Plastic Less finalizzato a eliminare dal 2020 la plastica monouso nei distributori di bevande in tutte le sedi aziendali ed entro il 2023 l’utilizzo della plastica negli imballaggi industriali. E le iniziative di Fondazione Snam per lo sviluppo sociale dei territori.

IL PIANO STRATEGICO 2020-2024 DI TERNA CONFERMA IL RUOLO GUIDA NELLA TRANSIZIONE ENERGETICA:
Il Piano strategico 2020-2024 di Terna ha confermato il ruolo guida dell’azienda nel quadro di una transizione energetica sostenibile, fondato su innovazione, competenze e tecnologie distintive a favore di tutti gli stakeholder. Più nel dettaglio, il Piano prevede un “importante contributo del Gruppo finalizzato all’ulteriore sviluppo e integrazione delle fonti energetiche rinnovabili e all’efficienza energetica per un sistema elettrico sempre più decarbonizzato, resiliente, affidabile e sicuro”. Ciò con un occhio particolare alla garanzia di elevati standard di adeguatezza e qualità del servizio, in linea con le disposizioni stabilite nel Piano energia e clima (Pniec) e con gli orientamenti a livello comunitario proposti dal Green deal. Oltre ai progetti in cantier come l’interconnessione con la Francia, la cui entrata in servizio è prevista per il 2021, e il rafforzamento dei collegamenti tra Sardegna, Corsica e la penisola italiana (progetto Sacoi3), è da segnalare il recente accordo con il Politecnico di Bari per lo sviluppo di un Innovation Hub, il quarto sul territorio italiano dopo quelli già operativi a Torino, Milano e Napoli, a servizio della rete elettrica, grazie al lavoro sinergico tra università, centri di ricerca, startup e imprese.
Guardando al futuro, il nuovo piano strategico 2020-2024 prevede 7,3 miliardi di euro di investimenti per la rete elettrica italiana, il livello più alto di sempre, con un incremento di circa il 20% rispetto ai 6,2 miliardi del precedente piano strategico, con l’obiettivo di abilitare la transizione energetica e favorire l’integrazione delle fonti rinnovabili, a supporto delle esigenze di un sistema sempre più articolato, ampio ed estremamente più complesso, in linea con gli obiettivi di decarbonizzazione del Pniec e gli orientamenti del Green New Deal comunitario. (Fonte: Energiaoltre)

Sviluppo tecnologico nello sfruttamento dell’energia marina

Con circa 5 milioni di euro l’anno, l’Italia è al primo posto tra i Paesi mediterranei e al secondo in tutta Europa, subito dopo il Regno Unito, per finanziamenti pubblici all’energia dal mare, cioè gli impianti che producono elettricità dal moto ondoso o dalle maree. A rivelarlo è il primo rapporto del progetto europeo OceanSET 2020, che ha analizzato investimenti e sviluppo tecnologico di 11 Paesi europei. Per l’Italia i dati sono stati raccolti da ENEA.

Le aree del Mediterraneo con il più alto potenziale di energia dalle onde sono le coste occidentali della Sardegna e della Corsica, ma anche il Canale di Sicilia e le aree costiere di Algeria e Tunisia. L’energia dalle maree può essere ‘estratta’ principalmente nello Stretto di Messina, dove la produzione di energia potrebbe arrivare a 125 GW/h l’anno – una quantità sufficiente a soddisfare il fabbisogno energetico di città come Messina.

L’Italia si posizione come il paese più avanzato del bacino mediterraneo per ricerca e sviluppo di dispositivi. In Italia esistono siti di prova che si trovano a Pantelleria, Reggio Calabria, Napoli e in Adriatico.

Secondo il rapporto “Ocean SET 2020”, gli stanziamenti pubblici degli 11 Paesi europei presi in esame nel rapporto solo stati pari a 26,3 milioni di euro, ma solo 6 paesi hanno adottato politiche specifiche per lo sfruttamento dell’energia di maree e moto ondoso a fini energetici (oltre l’Italia, Francia, Irlanda, Portogallo, Regno Unito e Spagna).

Sono stati finanziati 79 progetti di ricerca, di cui 57 per l’energia dalle onde e 22 dalle maree: in Italia i prototipi più promettenti sono 5, di cui 4 per le onde e 1 per le maree. Tra tutte queste iniziative, sono dodici i progetti europei (7 per l’energia dal mare e 4 dalle maree) più promettenti, che hanno raggiunto un livello molto avanzato di sviluppo tecnologico, creando 200 nuovi posti di lavoro.

I sistemi per l’estrazione di energia dalle maree utilizzano come tecnologia principale la turbina ad asse orizzontale, mentre per le onde non esiste un sistema predominante. Le sperimentazioni spaziano da impianti a punti galleggianti fino a quelli a colonna d’acqua oscillante. (Fonte: Ansa)

Sconto in bolletta per le PMI per i mesi di maggio, giugno e luglio

“La rapidità è parte integrante dell’efficacia, se si tratta di mettere a disposizione delle imprese misure a sostegno della ripresa dell’attività”. Con queste parole il presidente dell’ARERAStefano Besseghini, annuncia la nuova riduzione delle bollette elettriche. La misura è stata inserita nel Decreto Rilancio e prevede che per i mesi di maggio,  giugno  e  luglio  2020,  l’Authority riduca  la  spesa  sostenuta dalle piccole imprese italiane. Parliamo di esercizi commerciali, artigiani, bar, ristoranti ma anche laboratori e professionisti con una potenza impegnata superiore a 3 kW.

Nel dettaglio l’articolo in questione prevede, per le utenze elettriche connesse in bassa tensione diverse dagli usi domestici, il taglio delle voci della bolletta identificate come “trasporto e gestione del contatore” e “oneri generali di sistema. Taglio che complessivamente non potrà superare i 600 milioni di euro.

Secondo le disposizioni dell’ARERA, alle piccole imprese verrà dunque azzerata la quota relativa alla potenza e applicata solo una quota fissa di importo ridotto (fissata convenzionalmente a quella corrispondente alla potenza impegnata di 3 kW). Il tutto, ovviamente senza ridurre in alcun modo il servizio effettivo.

La misura dovrebbe interessare 3,7 milioni di clienti non domestici e sarà particolarmente incisiva sulle bollette degli esercizi commerciali ancora chiusi. Per queste realtà, infatti, lo sconto arriverà fino al 70 per cento. Per le imprese che hanno riaperto, invece, il risparmio varierà tra il 20 il 30 per cento della spesa totale.

“Se alla data di entrata in vigore del provvedimento dell’Autorità, fossero già state emesse fatture relative al corrente mese di maggio – si legge nella nota stampa – i conguagli spettanti dovranno essere effettuati entro la seconda fatturazione successiva”.

“L’energia elettrica non è, tuttavia, l’unica voce di costo impattante sulle attività industriali”, spiega Besseghini. “La regolazione consente di garantire analoga ed efficiente allocazione delle risorse anche per gli eventuali provvedimenti normativi che il Governo decidesse di dedicare ai settori dell’acqua e dei rifiuti”. (Fonte: Rinnovabili.it)

Anche per le rinnovabili il 2020 vedrà un calo degli investimenti e dell’occupazione in conseguenza della riduzione dei consumi

La pandemia di Covid-19 ha dato il via al più grande taglio di investimenti nell’energia della storia. E nessun settore, dalle fossili alle rinnovabili, si salverà dalla scure. A fornire le prime previsioni sulla spesa energetica mondiale è oggi la IEA, International, Energy Agency con un report che ha poco di rassicurante. Il documento, intitolato World Energy Investment 2020 rivela come dalle iniziali previsioni di crescita del 2% a oggi, il settore abbia affrontato un completo ribaltamento. Il più 2% si è, infatti, trasformato in un meno 20%, pari a quasi 400 miliardi di dollari persi.

“Lo storico crollo degli investimenti mondiali nell’energia è profondamente preoccupante e per diverse ragioni”, ha spiega Fatih Birol, direttore esecutivo della IEA. “Oggi significa perdita di posti di lavoro e opportunità economiche, e un calo dell’approvvigionamento energetico di cui potremmo aver bisogno domani, una volta recuperata l’economia”.

Entrando nel dettaglio, il documento parte dalla stima delle minori entrate per industria e governo. I blocchi attuati in risposta al Coronavirus, hanno determinato sul settore energetico un triplo effetto: calo della domanda, prezzi più bassi e un aumento di bollette insolute. Questo mix di fattori, secondo la IEA, dovrebbe diminuire di oltre 1.000 miliardi le entrate energetiche. Il petrolio rappresenta la maggior parte di questo calo poiché, per la prima volta, la spesa globale dei consumatori per questo combustibile è scesa al di sotto dell’importo pagato per l’elettricità.

Bilanci indeboliti e prospettive di domanda più incerte stanno a loro volta riducendo gli investimenti nell’energia. Si prevede che le risorse destinate a petrolio e gas caleranno di quasi un terzo nel 2020. L’industria statunitense dello scisto era già sotto pressione e la fiducia degli investitori e l’accesso al capitale si sono prosciugati. Ecco perché per questo segmento si prospetta il colpo più duro: un meno 50% entro la fine dell’anno.

Investimenti nell’energia: le rinnovabili hanno resistito ma il futuro è incerto

La spesa del settore elettrico è destinata invece a diminuire del 10%, “con segnali preoccupanti per lo sviluppo di sistemi energetici più sicuri e sostenibili”. Gli investimenti nelle energie rinnovabili si sono dimostrati più resilienti rispetto le fossili durante la crisi. Tuttavia anche in questo caso i tagli si sono sentiti. Le risorse stanziate per i nuovi progetti eolici e fotovoltaici su scala pubblica, nel primo trimestre 2020, sono tornate a livelli di tre anni fa. Atteso anche un calo del 9% negli investimenti per le reti elettriche, mentre frenano i nuovi impianti a gas e di accumulo a batterie.

In fase di pubblicazione il piano di rilancio green della UE

Secondo alcuni documenti pubblicati da Bloomberg News, l’Unione Europea proporrà un massiccio piano di stimolo economico che contemplerà un bando di energia rinnovabile da 15 gigawatt e aste per l’idrogeno verde. Il piano di recupero UE dovrebbe essere presentato già domani (27 maggio), includendo anche una proposta per il prossimo bilancio dell’UE.

Leggendo i documenti, il piano di recupero UE “Green Deal Recovery” si presenta come una rielaborazione della tabella di marcia prevista dal blocco per raggiungere l’obiettivo delle zero emissioni entro il 2050. Ma l’epidemia di coronavirus e l’incapacità di concordare sul prossimo quadro di spesa settennale dell’UE hanno creato divisione tra alcuni Stati membri, inquieti per le conseguenze economiche del coronavirus.

I punti salienti del documento includono da 60 a 80 miliardi di euro per accelerare le vendite di veicoli elettrici (con un’esenzione dall’IVA sul valore aggiunto), finanziamenti doppi per le reti di ricarica, 91 miliardi di euro all’anno e un piano di mutui verdi a sostegno del retrofit energetico degli immobili, 10 miliardi di euro per finanziare 7,5 gigawatt all’anno di energia solare ed eolica, e fino a 30 miliardi in finanziamenti per l’innovazione sull’idrogeno verde.

Rispetto all’idrogeno, “il piano di recupero UE prevede l’adozione di un sistema di contratto per differenza (CFD) per il carbonio relativo ai progetti di idrogeno verde, che agisce efficacemente come copertura contro l’instabilità dei prezzi del carbonio“, spiega Bloomberg News. Un sistema del genere “darebbe stabilità agli investitori e consentirebbe loro di scavalcare l’attuale fase di abbassamento dei prezzi di CO2″, aggiunge Bloomberg. I prezzi del carbonio in Europa, attualmente intorno a 21 euro per tonnellata, potrebbero infatti aumentare di sette volte entro il 2030.

Nel piano di recupero UE, inoltre, le gare di energia solare ed eolica per 15 GW arrivano in un momento in cui i prezzi dell’energia elettrica all’ingrosso sono bassi. Tuttavia, secondo gli esperti, il piano potrebbe lasciare indietro i paesi che necessitano di maggiore stimolo economico. “Dobbiamo pensare chi beneficerà di questa offerta”, ha detto Lisa Fischer, esperta di E3G. “Andrà tutto all’eolico offshore nel Mare del Nord? Come si può garantire un equilibrio in termini di creazione di posti di lavoro e filiera produttiva?”.

Infatti, le principali compagnie petrolifere e del gas, tra cui Shell e Total, che prevedono di aumentare le loro produzioni rispettivamente del 38% e del 12% dal 2018 al 2030, figurano nell’elenco delle attività finanziate dalla Banca Centrale. Le società inquinanti rappresentano il 63% degli acquisti di beni aziendali dell’istituto, il che potrebbe significare fino a 132 miliardi di euro per i soli acquisti di beni in risposta all’emergenza covid-19.

In risposta, Paul Schreiber, attivista di Reclaim Finance, sottolinea “l’urgenza di porre fine al principio di neutralità del mercato che guida gli acquisti di attività, principio anacronistico in un contesto di emergenza climatica. La BCE deve escludere immediatamente le imprese più inquinanti dai suoi acquisti di attività e richiedere impegni per eliminare gradualmente il carbone e i combustibili fossili”. (Fonte: Rinnovabili.it)

Consumi energetici e tutela dell’ambiente, pro e contro delle modificate abitudini di vita e di lavoro nel periodo Covid

Come cambieranno i nostri comportamenti dopo due mesi di forzata clausura e il graduale sperabile ritorno alla normalità? Come impatteranno sul mondo dell’energia? Come cambieranno le politiche pubbliche, strette tra la necessità di fornire soluzioni adeguate alle classi povere e quella di riprendere la via della sostenibilità con costi che su queste classi gravano soprattutto? Tre le aree maggiormente interessate: mobilità, lavoro, digitale.

Mobilità: è molto plausibile un maggior ricorso all’auto privata rispetto ai mezzi pubblici non solo nelle aree urbane, per più ragioni:

(a) l’impossibilità ad aumentare il numero di mezzi in breve tempo, anche considerando le perdite che le società di trasporto pubblico stanno subendo;

(b) difficoltà a gestire il distanziamento sociale dei passeggeri, non essendo da noi stati avviati sistemi di prenotazione on demand come all’estero;

(c) necessità di sanificare i mezzi, che richiederebbe l’assunzione di molto personale;

(d) imprevedibili tempi degli spostamenti.

Morale: autobus mezzi vuoti e giocoforza auto in gran numero, al punto che in molte città (tra cui Milano) sono stati eliminati molti divieti d’accesso alle aree pedonali e il parcheggio è gratis.

Da noi, comunque niente di nuovo. Semplicemente si consoliderà la tendenza in atto da lungo tempo a preferire i mezzi privati (il ricorso ad auto e moto era già superiore al 60%) su quelli pubblici che contano per nemmeno il 10%. Ed è di poco conforto notare che all’interno del perimetro comunale l’uso dei mezzi privati tendesse a ridursi (52,1%) a favore degli spostamenti a piedi o in bici (39%). Nel caso della mobilità extra-urbana, la tendenza infatti si ribaltava, decretando l’assoluta centralità di auto e moto (84,8%).

Guardando ai dati reali, quella che si è preso a denominare mobilità sostenibile non ha registrato negli ultimi anni alcuna modifica significativa. Governo e amministrazioni locali ritengono che l’aumento delle piste ciclabili porti con sé un maggior ricorso alle biciclette, che se elettriche godranno con il nuovo Decreto Rilancio di un bonus sino a 500 euro così come ai monopattini elettrici (con limiti di velocità di 50 km orari!).

Un tributo alla retorica ambientalista con zero effetti sulla mobilità a discapito delle tasche dei contribuenti e lungi da una pianificazione eco-razionale della mobilità italiana come auspicata nello studio Fondazione Caracciolo, ENEA e CNR.

Per contro, il ricorso al car pooling e car sharing subirà una secca riduzione, per la necessità di continue sanificazioni delle auto. Deloitte prevede un avvallamento nel loro utilizzo che potrà richiedere uno-due anni per tornare sulla precedente traiettoria di crescita.

Seconda area da analizzare è quella del lavoro. La grande sperimentazione che si è fatta durante i due mesi di clausura col ricorso allo smart working e allo studio da remoto ha significato una forte contrazione degli spostamenti con effetti benefici sull’ambiente. Per contro, sono aumentati i consumi di elettricità, sia domestici che degli uffici. Se un impiegato ha continuato a lavorare in ufficio mentre uno è rimasto a casa il consumo di elettricità si è infatti raddoppiato.

Ricerche relative agli Stati Uniti, dove il lockdown è stato molto meno invasivo, hanno rilevato un aumento sensibile degli usi elettrici domestici, pur non tale da controbilanciare il crollo negli altri settori. Mentre normalmente il picco dei consumi domestici lo si ha nel primo mattino, adesso, si è spostato più avanti, non dovendo portare i bimbi a scuola, a quando si prende a lavorare o studiare.

Sull’impatto del teleworking sui consumi di energia, una recente ampia rassegna degli studi sul tema conclude che la maggior parte di questi sostiene ne determini una riduzione netta mentre una parte minoritaria che i consumi possano al contrario aumentare o essere neutrali.

Secondo Martin Wolf, il cambio nelle modalità di lavoro, con un allontanamento dagli uffici ed un maggior ricorso alla tecnologia, sarà permanente. L’impatto d questo fenomeno sui consumi di energia andrà approfondito ulteriormente prima di decretarne il segno.

I numeri di Amazon dopo l’avvento di Covid-19 parlano da soli: aumento delle vendite, apprezzamento del 30% del titolo da inizio anno con una capitalizzazione di 1.170 miliardi dollari, assunzione di 175mila precari solo negli Stati Uniti.

Altro fronte da osservare è quello dei servizi streaming, sia di piacere che di lavoro (con servizi come Skype, Meet o Zoom), che in questi mesi sono cresciuti notevolmente per ben note ragioni. Piattaforme come Netflix e Amazon Prime Video assorbono da sole il 60% dell’intero traffico dati internet che si appoggia su giganti data center che consumano oltre il 2% della domanda elettrica mondiale e immettono nell’atmosfera una quantità di CO2 pari all’intera industria del trasporto aereo.

V’è da presumere che con il telelavoro, l’incerto futuro prossimo di cinema e teatri, il possibile andamento a yo-yo della pandemia (e quindi dei lockdown) il ricorso a questi servizi, già previsti crescere enormemente, subirà un’ulteriore accelerata.

L’accresciuto uso di internet se da un lato ha facilitato l’accesso a servizi a minor intensità carbonica, dall’altra ha comportato un aumento degli usi di elettricità e delle emissioni di anidride carbonica (in funzione delle modalità con cui l’elettricità è prodotta: se a generarla sono rinnovabili, l’impatto carbonico è quasi nullo, se accade in Germania molto elevato perché 4 Kwh su 10 sono prodotti col carbone).

Guardando all’insieme delle misure sinora adottate in Italia mi sembra si sia scelta la via di non scontentare nessuno, dando un “colpo al cerchio (dell’ambiente) ed uno alla botte (delle necessità)”: quindi più biciclette (elettriche) ma anche più auto private in centro, più ecobonus ma anche via la plastic tax per proteggere le imprese che la producono.

In attesa che lo European Green Deal invocato a gran voce, Italia in testa, apra la strada verso un futuro migliore. Possibilmente accompagnato da una pioggia di denari. (Fonte: Startmag)