Disinvestire dagli idrocarburi per spingere la decarbonizzazione, banche e fondi in prima fila

Solo nelle ultime settimane si sono moltiplicati gli annunci di banche o altri istituti finanziari che hanno deciso di puntare sulla sostenibilità a dispetto di petrolio e gas. JP Morgan, ad esempio, si legge sul Wall Street Journal, si è impegnata ad aiutare i clienti ad allineare la loro attività agli obiettivi di emissione dell’Accordo di Parigi. HSBC, scrive Reuters, ha annunciato fino a 1.000 miliardi di dollari di finanziamenti per l’energia verde. Un gruppo di investitori del valore di 20 trilioni di dollari, tra cui il Gruppo AXA e Nikko Asset Management oltre ad altri 137 investitori, ha esortato gli emettitori di Co2 a ‘ripulire’ la loro attività, scrive sempre Reuters. La domanda è: reggerà questa tendenza?

TREND NON NUOVO. GLI USA HANNO COMINCIATO DA TEMPO

Il trend non è nuovo. Le banche statunitensi hanno cominciato a essere riluttanti a concedere prestiti alle compagnie petrolifere e del gas già prima del crollo dei prezzi di quest’anno e della pandemia. Ma quest’anno la tendenza si è notevolmente intensificata grazie anche alla forte spinta ‘green’ impressa dai piani di ripresa post-pandemia. E gli istituti bancari e finanziari hanno cominciato a sentire l’odore delle nuove opportunità.

COSA FA L’UE

L’Unione Europea, ad esempio, ha vincolato la distribuzione del suo fondo per la ripresa dalla pandemia da 750 miliardi di euro al requisito che almeno il 37% del denaro sia utilizzato per progetti di energia verde.

Ma l’Europa non è l’unica che sta compiendo questo salto. Gli investimenti nelle rinnovabili quest’anno si sono dimostrati più resistenti di quelli nei combustibili fossili. C’è stato un calo, è vero, ma è stato inferiore a quello del settore dei combustibili fossili, come mostra un report Aie. Così le banche, che tendenzialmente seguono i movimenti finanziari, hanno cominciato a sganciarsi dal settore di petrolio e gas.

ADDIO AL CARBONE

Intanto negli ultimi anni fondi e istituzioni finanziarie hanno cominciato a sfilarsi dal investimenti nel settore del carbone. Secondo l’analisi del Coal Policy Tool, solo 16 istituzioni finanziarie – tra cui giganti del settore come AXA, Crédit Agricole/Amundi, Crédit Mutuel e l’italiana Unicredit – hanno una solida politica di eliminazione graduale del carbone dai finanziamenti creditizi. La maggior parte delle altre banche rimane ancora troppo debole per impedire un’ulteriore crescita del settore.

UNICREDIT LA PRIMA ISTITUZIONE FINANZIARIA NON FRANCESE AD ADOTTARE UNA POLITICA SUL CARBONE

In Italia la posizione di avanguardia spetta a Unicredit: il gruppo bancario capitanato dall’amministratore delegato Jean-Pierre Mustier ha di recente deciso di adottare una politica che porti progressivamente fino a zero, entro il 2028, qualsiasi finanziamento a progetti e società coinvolte nel business del carbone.

Unicredit ha pubblicato di recente una policy che spiega come la banca intende rispettare l’impegno di uscire dal settore del carbone entro il 2028, come annunciato nell’agosto 2020. Secondo il Coal Policy Tool, la politica prevede sostanziali criteri di esclusione e di impegno che consentiranno alla banca italiana di tagliare efficacemente tutti i servizi per l’espansione del settore del carbone e di eliminare progressivamente la sua esposizione per portarla a zero entro il 2028.

COS’È IL COAL POLICY TOOL

Il “Coal Policy Tool ” è uno strumento online lanciato con Reclaim Finance, Re:Common e altre 24 Ong internazionali tra cui Greenpeace che permette di identificare, valutare e confrontare le politiche adottate dalle istituzioni finanziarie di tutto il mondo per limitare o porre fine ai loro servizi finanziari destinati al settore del carbone. Lo strumento, che sarà aggiornato in tempo reale, copre 214 istituzioni finanziarie in 30 paesi, dall’Australia agli Stati Uniti, passando naturalmente anche per l’Italia.

I COMMENTI DEGLI ANALISTI

“Un disinvestimento diffuso dal petrolio e dal gas sarebbe dannoso per l’industria, ma sarebbe anche dannoso per i nuovi obiettivi delle banche in materia di emissioni”, ha detto a Oilprice.com il presidente della U.S. Petroleum Equipment & Services Association, l’associazione nazionale di categoria dell’industria dei servizi e delle attrezzature per i giacimenti petroliferi.

“La tecnologia delle energie rinnovabili non è completamente sviluppata su larga scala per fornire l’energia di cui il mondo ha bisogno, e anche se lo fosse, il petrolio e il gas naturale sono una parte importante della catena di fornitura di energia rinnovabile”, ha spiegato Leslie Beyer, aggiungendo che la transizione energetica che è attualmente in corso non vuole sostituire una forma di energia con un’altra, ma piuttosto garantire che l’intero ecosistema dell’energia possa lavorare insieme per fornire al mondo un’energia più pulita, affidabile e a prezzi accessibili.

In effetti, il passaggio a un futuro di energia interamente rinnovabile sarà una sfida. “Non descriverei il passaggio alle energie rinnovabili come una ‘tomba’ per l’industria del petrolio e del gas nel suo complesso. Anche se è vero che il passaggio dai combustibili fossili alle energie rinnovabili è iniziato decenni fa, il costo per alimentare il pianeta con la sola energia pulita sarebbe troppo importante”, ha detto Andrew Goldstein, presidente del brokeraggio di materie prime Atlas Commodities. Goldstein ha fatto notare, tuttavia, che nonostante le sfide, le rinnovabili stanno attirando grande attenzione da parte delle compagnie petrolifere – e dalle banche – perché vedono crescere la domanda di tale energia in futuro.

In un certo senso, le aziende di petrolio e gas si stanno muovendo in sintonia con le banche: Mentre le banche spostano i loro investimenti in progetti rinnovabili, coloro che si sono messi in condizione di capitalizzare su questi progetti ne trarranno beneficio”, ha detto Goldstein a Oilprice.com.

Ma c’è qualcos’altro sulla transizione energetica che sembra essere ignorato: non accadrà in un lampo. E se le banche lo ignorano, rischiano di essere bruciate dall’abbraccio entusiasta delle energie rinnovabili e dalla rinuncia al petrolio e al gas.

“Molto rumore si genera intorno alla transizione energetica, ma bisogna capire che la transizione è proprio questo – e non accadrà da un giorno all’altro”, ha detto Paul Stockley, Head of Oil and Gas dello studio legale inglese Fieldfisher. “C’è il pericolo che le banche e gli altri saltino sul carro troppo facilmente e che il ruolo del petrolio e del gas si perda nella frenesia”. Non solo. “Le banche che si allontanano dal petrolio e dal gas potrebbero perdere opportunità di business come risultato, comprese le opportunità di transizione energetica se basano le loro decisioni di prestito su un settore piuttosto che sulla tecnologia”, ha detto a Oilprice.com.

L’INDUSTRIA DEL PETROLIO E DEL GAS PUO’ AIUTARE LA TRANSIZIONE

Un aspetto che si tende invece a trascurare è il fatto che l’industria del petrolio e del gas è in una buona posizione per aiutare la transizione energetica. “Un miliardo di persone non ha accesso all’elettricità in tutto il mondo. La domanda di energia aumenterà del 25% entro il 2040. Questo significa che la scala e le infrastrutture sono importanti”, ha detto Leslie Beyer di PESA (Petroleum Equipment & Services Association) a Oilprice.com. “Abbiamo bisogno della competenza tecnologica degli uomini e delle donne dell’industria del petrolio e del gas, che hanno fornito energia al mondo nel corso degli anni, per contribuire a fornire le soluzioni di cui abbiamo bisogno per il futuro. Escluderci sarebbe miope e poco saggio”.

Ad essere onesti, le banche non stanno voltando le spalle al petrolio e al gas da sole. Sono guidate in questa direzione dall’aumento dell’appetito degli investitori ESG e dalla pressione degli investitori a favore di prestiti a basse emissioni, oltre che da nuove normative volte a far avanzare l’agenda dell’Accordo di Parigi. Va notato, tuttavia, che anche l’Agenzia Internazionale per l’Energia, sostenitrice della transizione verso l’energia verde, si aspetta che il petrolio e il gas restino in circolazione per un lungo periodo e forniscano energia al crescente numero di persone che ne hanno bisogno, dato che la popolazione globale continua a crescere.

Eppure, nell’improbabile eventualità che le banche escludano completamente le compagnie petrolifere e del gas dalla loro lista di clienti, l’industria avrà ancora delle alternative. I trader di materie prime sono una di queste alternative, secondo Oliver Abel Smith, partner bancario di Fieldfisher. Un’altra è rappresentata dai fondi di debito privati e un’altra ancora dai prestiti legati alla sostenibilità. Questi non sono ancora disponibili sul mercato degli strumenti di debito, ma sarebbero un naturale sviluppo delle tendenze attuali.

COSA SUCCEDE NELL’ARTICO

Nell’ultimo anno, cinque delle maggiori banche statunitensi si sono impegnate a interrompere i finanziamenti per le trivellazioni di petrolio e gas nell’Artico, ricorda il Wsj. La notizia non è stata certamente accolta con favore dall’industria, ma è opportuno sottolineare che l’impegno è stato specifico e si è concentrato su un’area di perforazione che non è esattamente una priorità per i perforatori. Le trivellazioni nell’Artico sono costose, l’esito è, come sempre, incerto e una pandemia non è sicuramente il momento migliore.

Tuttavia, non è detto che gli istituti finanziari abbiano abbandonato completamente petrolio e gas: rappresentano pur sempre delle aziende pragmatiche e in quanto tali è improbabile che voltino completamente le spalle agli idrocarburi. Alcuni potrebbero tuttavia ridurre al minimo la loro esposizione all’industria, alla ricerca di nuovi investimenti più verdi. (Fonte: energiaoltre)

Idrogeno azzurro e idrogeno verde a guidare la transizione energetica

Il settore delle rinnovabili si è mostrato particolarmente frizzante negli ultimi tempi con proiezioni rialziste (ma non solo) in particolare a Wall Street dove si comincia ad assaporare una possibile vittoria di Joe Biden alla presidenziali, visto come un alfiere dell’energia pulita. Ma c’è un altro settore di mercato che sta attirando le luci della ribalta, l’idrogeno.

Da escluso di Wall Street, considerato bisognoso di troppe sfide per diventare una fonte di energia pratica, è diventato improvvisamente un nuovo faro di speranza tanto che grandi utility come Nextera Energy e Dominion Energy hanno già tracciato roadmap altamente ambiziose per l’idrogeno.

COSA DICE BANK OF AMERICA SULL’IDROGENO

Bank of America ha affermato che l’idrogeno potrebbe rifornire il nostro vasto fabbisogno energetico, alimentare le nostre auto, riscaldare le nostre case e anche aiutare a combattere il cambiamento climatico. L’istituto ha sottolineato che il mondo ha ormai raggiunto il punto di svolta per sfruttare questo elemento in modo efficace ed economico e prevede che il mercato dell’idrogeno raggiungerà l’incredibile cifra di 11 trilioni di dollari entro il 2050.

Non sorprende quindi che il boom dell’idrogeno possa fornire una spinta significativa alle energie rinnovabili in una sorta di ciclo virtuoso, creando notevoli opportunità di investimento per l’energia solare ed eolica, il cui ridimensionamento potrebbe abbassare ulteriormente i costi di produzione dell’idrogeno stesso.

In realtà Mark Lewis, Chief Sustainability Strategist di BNP Paribas Asset Management, ha dichiarato alla CNBC che lo sviluppo dell’energia verde creerà maggiori opportunità di investimento per le energie rinnovabili e non per le infrastrutture dell’idrogeno come potremmo essere tentati di pensare.

GRANDI AZIENDE GIA’ IN CORSA

Per il momento, decine di pesi massimi energetici globali, tra cui BP, Siemens Energy, Repsol e Orsted, hanno già delineato le loro strategie per l’idrogeno verde.

Plug Power con sede negli Stati Uniti ha raggiunto un accordo con Apex Clean Energy per sviluppare una rete di idrogeno verde utilizzando l’energia eolica che offre la possibilità di attingere a energia rinnovabile “a bassissimo costo” e aiutare ad accelerare il passaggio all’energia pulita. Plug Power ha l’obiettivo di generare oltre il 50% delle sue forniture di idrogeno da risorse rinnovabili entro il 2024.

COSA FA L’ITALIA

In Italia, tra Recovery Plan e legge di bilancio il Governo è pronto a mettere sul piatto 3 miliardi per realizzare la via italiana per l’idrogeno. In base al documento consegnato dal MISE, fra le progettualità indicate per la definizione del Piano nazionale di ripresa e resilienza – Recovery Plan una fetta di risorse, pari a 1 miliardo di euro, dovrebbe andare alla strategia per l’idrogeno. Intervenendo all’assemblea di Confindustria, il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli ha fatto sapere che il Governo ha intenzione di arrivare a 3 miliardi per “fare dell’Italia l’hub del Mediterraneo”.

Eni scommette soprattutto sul cosiddetto idrogeno blu, basato su combustibili fossili con cattura del carbonio. L’azienda ha già in cantiere un progetto di cattura, uso e stoccaggio della Co2 a Ravenna, con cui “dar vita alla produzione di energia elettrica decarbonizzata e produrre idrogeno blu”, ha sottolineato Lapo Pistelli, direttore Public affairs di Eni in audizione alla Camera.

Enel è pronta a lanciarsi nel settore dell’idrogeno verde accelerando i piani per diventare un produttore di energia a zero emissioni entro il 2050, nei mercati di Stati Uniti, Cile e Spagna. In Italia ha presentato un progetto per fornire energia da idrogeno all’acciaieria di Taranto.

Da tempo è invece Snam a dettare legge in Italia: A giugno ha annunciato l’accordo con Alstom, azienda leader a livello globale nelle soluzioni integrate per la mobilità sostenibile, per sviluppare i treni a idrogeno in Italia. A settembre ha firmato un’intesa con Saipem, per dare vita a una collaborazione focalizzata sullo sviluppo della tecnologia di elettrolisi dell’acqua, processo che permette di azzerare le emissioni di CO2 nella produzione di idrogeno verde contrastando efficacemente il riscaldamento globale.

L’IDROGENO VERDE

La linea italiana è direttamente collegata agli sforzi a livello europeo per promuovere il vettore. Tre mesi fa, l’Unione Europea ha definito la sua nuova strategia sull’idrogeno come parte del suo obiettivo per raggiungere la neutralità del carbonio per tutte le sue industrie entro il 2050.

L’Ue ha delineato un obiettivo estremamente ambizioso per costruire almeno 40 gigawatt di elettrolizzatori entro il 2030, ovvero 160 volte l’attuale capacità globale di 250 MW. L’Ue prevede inoltre di sostenere lo sviluppo di altri 40 gigawatt di idrogeno verde nei paesi vicini per l’export. Ma soprattutto intende disporre di 6 GW di idrogeno verde prodotto da energia rinnovabile entro il 2024.

Il mondo attualmente produce circa 70 milioni di tonnellate metriche di idrogeno all’anno, di cui solo il 4% circa è generato da energia rinnovabile secondo il World Energy Council.

Questo perché l’idrogeno verde è attualmente la fonte di idrogeno più costosa, con l’idrogeno grigio prodotto da combustibili fossili tramite Steam Methane Reforming (SMR) e la gassificazione del carbone che rappresentano soluzioni più economiche. Ma l’Ue non sembra preoccupata dei costi al momento, con l’obiettivo di diventare carbon neutral entro il 2050.

Quindi, cosa significa l’obiettivo dell’idrogeno verde dell’Ue per il settore delle energie rinnovabili? Secondo Lewis di BNP Paribas Asset Management, lo sviluppo di questi impegni per l’idrogeno verde richiederà circa 400 miliardi di dollari di stanziamenti, la metà dei quali andrà allo sviluppo di nuova capacità di energia rinnovabile, aumentando così le opportunità di crescita di un settore che è già bollente. Si tratta di un aumento di 200 miliardi di dollari per il settore rinnovabile globale, o quasi il quadruplo dei 55 miliardi di investimenti dell’Ue in energia pulita nel 2019.

(Fonte: energiaoltre)

Il World Energy Outlook 2020, il nuovo documento dell’IEA, si focalizza sui prossimi 10 anni e sui possibili percorsi da intraprendere per uscire dalla crisi energetica

La pandemia del nuovo coronavirus ha causato più ferite sociali ed economiche di qualsiasi altro evento della storia recente, ferite che impiegheranno molti anni a rimarginarsi e che lasceranno profonde cicatrici sul tessuto della collettività. Ma se questi sconvolgimenti risulteranno di aiuto o di ostacola agli sforzi per accelerare le transizioni energetica verso la decarbonizzazione negli anni a venire dipenderà da come i governi risponderanno alle sfide di oggi.

È questo, in sintesi, il senso del World Energy Outlook 2020, il documento di punta dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (AiE o IEA), pubblicato oggi (link in basso) e focalizzato sul periodo cruciale dei prossimi 10 anni e sull’esplorazione dei possibili percorsiper uscire dalla crisi.

L’ombra della pandemia incombe

Nello scenario delle politiche dichiarate, che riflette le intenzioni e gli obiettivi politici annunciati ad oggi, la domanda globale di energia tornerà ai livelli precedenti la crisi all’inizio del 2023, dice la IEA.

Tuttavia, nel caso di una pandemia prolungata e di un crollo più profondo, il riallineamento ai livelli pre-Covid avverrà solo nel 2025, come mostrato nello senario di recupero ritardato, in arancione nell’illustrazione.

Una crescita più lenta della domanda riduce le prospettive dei prezzi del petrolio e del gas rispetto alle tendenze pre-crisi. E i forti cali degli investimenti nel settore degli idrocarburi aumentano il rischio di volatilità futura del mercato.

Gli effetti peggiori della crisi si fanno sentire tra i paesi più vulnerabili, secondo il rapporto. La pandemia ha invertito diversi anni di tendenza positiva all’aumento del numero di persone nell’Africa subsahariana con  accesso all’elettricità. Per contro, l’aumento della povertà potrebbe aver reso inaccessibili i servizi elettrici di base per più di 100 milioni di persone in tutto il mondo che prima vi avevano invece accesso.

Fotovoltaico nuovo re dell’elettricità

Le energie rinnovabili sono protagoniste in tutti gli scenari dell’AIE, con il fotovoltaico al centro della scena. Le politiche di sostegno e le tecnologie mature consentono un accesso molto economico al capitale nei mercati trainanti. Il fotovoltaico è ora costantemente più economico delle nuove centrali a carbone o a gas nella maggior parte dei paesi, e gli impianti fotovoltaici utility scale offrono attualmente alcuni dei più bassi costiper l’elettricità mai visti.

Nello scenario delle politiche dichiarate, le rinnovabili soddisfano l’80% della crescita della domanda globale di elettricità nel prossimo decennio, secondo il rapporto. L’energia idroelettrica rimane la più grande fonte rinnovabile, ma il fotovoltaico rappresenta la principale fonte di crescita per le rinnovabili, seguito dall’eolico onshore e offshore.

“Vedo il solare diventare il nuovo re dei mercati elettrici mondiali. Sulla base della politica attuale, è sulla buona strada per stabilire nuovi record di diffusione in ciascun anno dopo il 2022“, ha detto il dottor Fatih Birol, Direttore Esecutivo dell’AIE e autore principale del rapporto.

“Se i governi e gli investitori intensificheranno i loro sforzi per l’energia pulita in linea con il nostro scenario di sviluppo sostenibile, la crescita sia del fotovoltaico che dell’eolico sarà ancora più spettacolare– ed estremamente incoraggiante per superare la sfida climatica mondiale”.

Il WEO-2020 dimostra che la forte crescita delle energie rinnovabili deve essere accompagnata da forti investimenti nelle reti elettriche. Senza investimenti sufficienti, le reti si riveleranno un anello debole nella trasformazione del settore energetico, con implicazioni per l’affidabilità e la sicurezza dell’approvvigionamento elettrico.

Cosa riserva il futuro ai combustibili fossili?

I combustibili fossili devono affrontare varie sfide, indica l’AIE. La domanda di carbone non ritornerà più ai livelli pre-crisi nello scenario delle politiche dichiarate, con la sua quota nel mix energetico al 2040 che per la prima volta dalla Rivoluzione Industriale è destinata a scendere sotto il 20%. Ma la domanda di gas naturale crescerà in modo significativo, soprattutto in Asia, mentre il petrolio rimarrà vulnerabile alle grandi incertezze economiche derivanti dalla pandemia.

“L’era della crescita della domanda globale di petrolio terminerà nel prossimo decennio“, ha affermato il Birol. “Ma senza un grande cambiamento nelle politiche governative, non c’è segno di un rapido declino. Sulla base delle politiche odierne, un rimbalzo dell’economia globale riporterebbe presto la domanda di petrolio ai livelli precedenti la crisi”, come si può vedere nell’illustrazione.

Il gas naturale va meglio degli altri combustibili fossili, ma i contesti politici diversi possono produrre fortivariazioni. Nello scenario delle politiche dichiarate, un aumento del 30% della domanda globale di gas naturale entro il 2040 si concentrerebbe nel Sud e nell’Est asiatico. Al contrario, questo è il primo World Energy Outlook in cui le proiezioni dello scenario delle politiche dichiarate mostrano che la domanda di gas nelle economie avanzate calerà leggermente entro il 2040.

Un percorso sostenibile per uscire dalla crisi

Le emissioni globali sono destinate a rimbalzare più lentamente che dopo la crisi finanziaria del 2008-2009, ma il mondo è ancora molto lontano da una ripresa sostenibile, dice il rapporto. Un cambiamento radicale negli investimenti in energia pulita offre un modo per stimolare la crescita economica, creare posti di lavoro e ridurre le emissioni. Questo approccio non ha ancora avuto un ruolo di rilievo nei piani finora proposti, tranne che nell’Unione Europea, nel Regno Unito, in Canada, in Corea, in Nuova Zelanda e in una manciata di altri Paesi.

Nello scenario dello sviluppo sostenibile, che indica come mettere il mondo sulla strada giusta per raggiungere pienamente gli obiettivi di sostenibilità, la completa attuazione del Piano di Ripresa Sostenibile dell’AIE sposta l’economia energetica globale su un diverso percorso post-crisi. Accanto alla rapida crescita delle tecnologie solari, eoliche e di efficienza energetica, i prossimi 10 anni vedrebbero un notevole aumento della cattura, dell’utilizzo e dello stoccaggio dell’idrogeno e del carbonio, oltre a un nuovo slancio dell’energia nucleare, secondo il rapporto.

(Fonte: qualenergia)

I cambiamenti climatici vengono accelerati dallo scioglimento dei ghiacci

Il disgelo del permafrostsconvolgerà la geografia delle regioni artiche. Entro la fine del secolo rischiano di scomparire tutte le tipiche morfologie del suolo tipiche dell’area artica. Lo rivela uno studio condotto da ricercatori dell’università di Oulu e pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Research Letters.

Le morfologie uniche in un’area di permafrost sono il risultato dell’accumulo di ghiaccio nel suolo per un periodo di migliaia di anni. Queste morfologie sono sensibili al riscaldamento globale, poiché il ghiaccio che contengono si trova vicino alla superficie del suolo. Man mano che l’area del disgelo estivo si espande, le morfologie collassano e lentamente svaniscono dal paesaggio. Spariranno così i ‘pingo’, dei tumuli di ghiaccio alti anche alcune decine di metri e ricoperti di terra, ma anche i cunei di ghiaccio poligonali, entrambi forme di suolo periglaciali.

Con un impatto importante sull’ambiente circostante, ma anche sul clima. Lo scioglimento del ghiaccio contenuto in queste strutture del suolo, infatti, ha un effetto importante sui cicli dell’acqua e del carbonio all’interno degli ecosistemi artici. Le emissioni di gas serra rilasciate nell’atmosfera dal disgelo del permafrost accelereranno il riscaldamento globale in questo secolo. Difficile riuscire a quantificare esattamente questo impatto. Uno studio dell’università del Michigan pubblicato lo scorso giugno sosteneva, dati alla mano, che finora le emissioni legate al disgelo artico sono state sottovalutate ben del 14%.

Una variabilità che rende complesso comprendere quali saranno esattamente i cambiamenti morfologici a livello locale. Le caratteristiche locali del suolo e della vegetazione determinano la presenza di morfologie tipiche e una specifica sensibilità climatica. Olli Karjalainen, primo autore dello studio, spiega che “gli ecosistemi reagiscono ai cambiamenti climatici in modi diversi. Ad esempio, uno spesso letto di torba può proteggere efficacemente il ghiaccio dal calore estivo e ritardare il processo di scongelamento. Tuttavia, il permafrost contenuto nelle collinette di palsa trovate nelle torbiere della Lapponia settentrionale, ad esempio, si è scoperto che si sta scongelando rapidamente “. Di certo, spiegano i ricercatori dell’università finlandese, la geodiversità ha un impatto sulla biodiversità: sparendo i suoli artici con il disgelo del permafrost ci sono ricadute anche sulle specie animali che vivono in questi habitat. (Fonte: rinnovabili.it)

I consumi elettrici di settembre 2020 sono in linea con quelli del 2019, segnale di una ripresa auspicata

Nel mese di settembre 2020 i consumi elettrici italiani sono tornati sui valori di un anno fa, dopo sei mesi di forte contrazione per l’emergenza sanitaria da Covid-19.

Terna, la società che gestisce la rete elettrica nazionale ad alta e altissima tensione, ha registrato una richiesta di energia pari a 26,6 miliardi di kWh, un dato in linea con quello di settembre del 2019.

Le fonti rinnovabili hanno coperto il 36% della domanda, rispetto al 33% del settembre di un anno fa.

Nel mese di settembre 2020 la domanda di energia elettrica è stata soddisfatta per il 92,2% con produzione nazionale e per la quota restante (7,8%) dal saldo dell’energia scambiata con l’estero.

In dettaglio, la produzione nazionale netta (24,7 miliardi di kWh) è risultata in aumento del 3% rispetto a settembre del 2019.

In crescita le fonti di produzione eolica (+16,3%), idrica (+12,3) e fotovoltaica (+5,1%). In flessione la fonte di produzione geotermica (-3,2), sostanzialmente stazionaria quella termica (-0,1%).

I consumi di energia elettrica in Italia

A livello territoriale, la variazione tendenziale di settembre 2020 è risultata negativa al Nord (-1,2%) e positiva sia al Centro (+1,2%) sia al Sud e nelle Isole (+1,6%).

Terna ha elaborato per la prima volta un indice settimanale (Imcei) che prende in esame e monitora in maniera diretta i consumi industriali di circa 530 clienti cosiddetti energivori connessi alla rete di trasmissione elettrica nazionale.

Si tratta di grandi industrie dei settori cemento, calce e gesso, siderurgia, chimica, meccanica, mezzi di trasporto, alimentari, cartaria, ceramica e vetraria, metalli non ferrosi.

Analizzando le misure di Terna, nel mese di settembre l’Imcei continua a registrare un recupero graduale iniziato già nei mesi estivi, rispetto alle variazioni negative a due cifre che avevano interessato i mesi del lockdown.

Il campione dei consumi dei clienti industriali monitorato da Terna, pur facendo registrare una flessione rispetto a settembre dello scorso anno, appare infatti in ripresa rispetto ai mesi precedenti.

Il recupero è stato guidato da raffinerie e cockerie (+42,4%), cartiere (+29,6%), imprese produttrici di materiali da costruzione (+9,7%) e chimiche (+1,5%), mentre sul dato complessivo ha influito negativamente il comparto siderurgico (-9%).

Nei primi 9 mesi del 2020 la domanda elettrica risulta ancora in flessione (-6,9%) rispetto al corrispondente periodo del 2019 (in termini rettificati è -6,8%).

Da gennaio a settembre le fonti rinnovabilihanno coperto il 40% della domanda elettrica (36% nel 2019).

In termini congiunturali, il valore destagionalizzato e corretto dagli effetti di calendario e temperatura dell’energia elettrica richiesta a settembre 2020 non ha registrato variazioni rispetto ad agosto, portando il profilo del trend su un andamento stazionario.

Il terzo trimestre ha fatto registrare un rimbalzo dell’11,8% rispetto al trimestre precedente, dopo i primi due trimestri dell’anno in flessione.

L’analisi dettagliata della domanda elettrica mensile provvisoria del 2019 e del 2020 è disponibile nella pubblicazione Rapporto Mensile sul Sistema Elettrico, consultabile alla voce Sistema elettrico – Dispacciamento – Dati esercizio.

(Fonte: greenplanner)

 

 

La tecnologia multigiunsione per superare il imiti di efficienza del silicio nel fotovoltaico

L’aumento d’efficienza dei pannelli solari è una leva fondamentale per ridurre i costi complessivi dei sistemi fotovoltaici, in particolare in aree che presentato limiti all’installazione. Uno dei percorsi più promettenti per incrementare la produzione- quando non è possibile applicare sistemi di tracciamento solare o dispositivi di concentrazione ottica – è la “stratificazione” di materiali avanzati sopra al tradizionale silicio.

L’ultimo progresso raggiunto in questo campo arriva da un gruppo di ricercatori dell’Università dell’Illinois Urbana-Champaign. Il team, guidato dall’ingegnere Minjoo Larry Lee, ha messo a punto un processo di fabbricazione controllato con precisione, capace di innalzare l’efficienza dei pannelli solari multistrato di 1,5 volte. “Il fotovoltaico in silicio è il più diffuso sul mercato perché è economico e può convertire poco più del 20% della luce solare in elettricità utilizzabile”, ha spiegato Lee, professore di ingegneria elettrica e informatica. “Tuttavia, proprio come i chip al silicio dei computer”, anche le celle solari a base di questo semiconduttore “stanno raggiungendo il limite delle loro capacità; quindi trovare un modo per aumentare l’efficienza è interessante per i fornitori di energia e i consumatori”.

Il gruppo di Lee ha lavorato per stratificare il fosfuro di arseniuro di gallio – più comunemente noto con la sigla GaAsPsul silicio, in maniera tale che i due materiali si completassero a vicenda in termini prestazionali. Entrambi assorbono la luce visibile, ma il GaAsP lo fa generando meno calore di scarto. Al contempo, il silicio eccelle nel convertire l’energia dalla parte infrarossa dello spettro solare.

“È come una squadra sportiva. Avrai alcuni giocatori veloci, alcuni forti e altri con grandi capacità difensive”, ha affermato lo scienziato. “In modo simile, le celle solari in tandem lavorano come una squadra e sfruttano le migliori proprietà di entrambi i materiali per creare un unico dispositivo più efficiente”.

La tecnologia multigiunzione non è ovviamente una novità, ma la produzione di celle che mantengano anche nella pratica l’efficienza teorica non è un passaggio così scontato. Nel caso del mix Si-GaAsP, durante la fabbricazione possono crearsi importanti difetti all’interfaccia tra i due semiconduttori. Piccole imperfezioni si formano, infatti, ogni volta che materiali con struttura atomica diversa vengono stratificati sul silicio, compromettendo sia le prestazioni che l’affidabilità. “Ogni volta che si passa da un materiale all’altro, c’è sempre il rischio di creare qualche disordine nella transizione”, ha aggiunto Lee. “Shizhao Fan, l’autore principale dello studio, ha sviluppato un processo per formare interfacce incontaminate nella cella al GaAsP, che ha portato a un grande miglioramento rispetto al nostro lavoro precedente in questo settore”.

“Alla fine, una società di servizi pubblici potrebbe utilizzare questa tecnologia per ottenere 1,5 volte più energia dalla stessa quantità di terreno con i sui impianti fotovoltaici, oppure un consumatore potrebbe sfruttare 1,5 volte meno spazio per i pannelli solari sul tetto”. Gli scienziati dovranno risolvere alcuni nodi prima di poter puntare alla commercializzazione, ma sono convinti che il settore ne possa intuire fin da subito i benefici. La ricerca è stata pubblicata su Cell Reports Physical Science (testo in inglese). (Fonte: rinnovabili.it)

Nuova strategia sull’idrogeno, la Spagna presenta la sua tabella di marcia

Anche la Spagna intende ritagliarsi un posto di riguardo nell’ormai prossima economia dell’idrogeno europea. E in linea con i passi compiuti da Paesi quali Francia e Germania, ha presentato oggi la sua Hoja de Ruta del Hidrógeno, la strategia nazionale dedicata al celebre vettore. Redatto dal Ministero per la Transizione Ecologica, il documento offre una tabella di marcia per lo sviluppo del settore, con obiettivi a breve e medio termine e valutazioni climatiche dedicate. Nel dettaglio, comprende 60 misure e tre macro-target in linea con la Strategia europea sull’idrogeno, riguardanti la capacità produttiva, l’utilizzo del carburante a livello industriale e nel settore dei trasporti.

  • Produzione: il piano spagnolo fissa un obiettivo 2030 di 4 GW di elettrolizzatori, pari al 10% della potenza proposta dalla Commissione Europea per l’intera UE. E stabilisce anche una fase intermedia di sviluppo impiantistico, mirando a realizzare entro il 2024 i primi 300-600 MW
  • Industria: Il settore industriale è il più grande consumatore nazionale di questo carburante, attualmente prodotto per lo più attraverso il reforming del gas naturale. La tabella di marcia prevede che il 25% del consumo di idrogeno industriale sarà di origine rinnovabile nel 2030.
  • Mobilità: il Paese intende mettere su strada entro il 2030 una flotta a fuel cell di almeno 150 autobus, 5.000 veicoli leggeri e pesanti e 2 linee di treni commerciali. Reti a idrogeno saranno sviluppate anche presso porti ed aeroporti.

Nel complesso il raggiungimento degli obiettivi 2030 dovrebbe consentire alla Spagna di ridurre le emissioni di gas serra di 4,6 milioni di tonnellate di CO2 eq (stime governative).

Nel pacchetto di 60 misure stilate dal Ministero è compresa la progettazione di strumenti finanziari a sostegno dell’industria per adattare processi e infrastrutture al vettore; la creazione di “valli dell’idrogeno ”; lo sviluppo nazionale di elettrolizzatori di elevata potenza (100 MW) e la loro fabbricazione in serie; la promozione delle attività di  la promozione della Ricerca e Sviluppo.

Inoltre saranno promossi nuovi nuclei energetici per la produzione di idrogeno rinnovabile per “aiutare a prevenire lo spopolamento rurale e raggiungere gli obiettivi della sfida demografica“; riservando particolare attenzione alle regioni storicamente legate alle fossili. (Fonte: rinnovabili.it)

Nel link, la presentazione del nuovo libro di Nicola Armaroli

Per 69 giorni, dal 9 marzo al 18 maggio di quest’anno, l’Italia di è fermata mettendo in atto l’unica difesa allora possibile contro la pandemia di Covid 19. Aiutato dal silenzio e dalla forzata pausa di riflessione, Nicola Armaroli ha scritto un libro sottile ma denso: “Emergenza energia. Non abbiamo più tempo” (Edizioni Dedalo, 96 pagine, 11,50 euro. Ne parleremo al Festival della Scienza di Genova, ore 15, Palazzo Ducale, il 31 ottobre.

Sull’auto elettrica 
Laurea e dottorato in chimica all’Università di Bologna, 54 anni, Armaroli è dirigente di ricerca al CNR, dove studia nuovi materiali per la conversione in elettricità dell’energia solare. Autore di 200 articoli scientifici, ha diretto gruppi di scienziati a livello internazionale ed è tra i revisori di importanti riviste del settore chimico-energetico. Molto attivo nella divulgazione scientifica, nel 2009 ha vinto il Premio Galileo e dal 2014 dirige la gloriosa rivista “Sapere”, fondata nel 1935. Notizia privata ma con un messaggio pubblico: da due anni guida un’auto elettrica e, conti alla mano, ti dimostra che, nonostante l’investimento iniziale più impegnativo, ci guadagna economicamente, oltre a fare bene all’ambiente.

Se la luce non si accende 
L’energia è la linfa vitale del mondo moderno. Nelle prime pagine Armaroli descrive una giornata senza elettricità: sarebbe una catastrofe, il collasso della civiltà. L’aumento della popolazione mondiale, e ancora di più il miglioramento della qualità della vita a cui giustamente aspirano i paesi in via di sviluppo, pongono il problema di produrre una quantità di energia adeguata, ma senza danneggiare ulteriormente l’ambiente, ormai vicino a una crisi senza ritorno. In sostanza oggi il mondo funziona ancora a combustibili fossili. Petrolio, carbone e metano forniscono l’80% del consumo energetico primario, pari a 17 miliardi di tonnellate l’anno: 9 di carbone, 5 di petrolio e 3 di gas. Sia pure in misura e modi diversi, queste fonti di energia fossile sono le più inquinanti e le principali imputate del cambiamento climatico.

Due secoli bruciati in un anno 

Ogni giorno che passa la tecnologia migliora l’efficienza dei metodi di ricerca e di estrazione dei fossili, ma è chiaro che stiamo parlando di risorse non illimitate, accumulate nel corso di ere geologiche e consumate a un ritmo centinaia di volte più veloce. In un anno, ci ricorda Armaroli, bruciamo due secoli di fotosintesi clorofilliana del Giurassico. La combustione dei fossili libera nell’aria enormi quantità di anidride carbonica, il gas responsabile di circa metà dell’effetto serra. Dall’inizio dell’era industriale ad oggi l’anidride carbonica è passata da 290 a 410 parti per milione e il riscaldamento globale è stato di circa 1 grado. Sarà come minimo di 2-3 gradi nel 2100. Per la fusione dei ghiacci polari e la dilatazione termica dell’acqua, il livello dei mari salirà di circa un metro mettendo nei guai grandi città e patrimoni artistici come quello di Venezia.Viva la fotosintesi 
L’anidride carbonica, il metano e altri gas-serra “chiudono” il sistema energetico della Terra con un muro invisibile che blocca la restituzione allo spazio della radiazione infrarossa, cioè quella “termica”. Ma c’è una buona notizia. Da un altro punto di vista, la Terra è un sistema energetico aperto grazie al fatto che in esso entra luce solare in abbondanza, cioè onde elettromagnetiche a frequenza molto più alta di quelle termiche. Non a caso l’evoluzione biologica ha sviluppato la fotosintesi, che utilizza precise frequenze della luce visibile, e il 97 per cento della biomassa è sotto forma vegetale. Le piante chiudono il ciclo del carbonio e forniscono nutrimento al restante 3% di biomassa animale. La sfida energetica dell’umanità trova dunque nella natura un suggerimento prezioso.

Il re Sole 
All’origine delle energie rinnovabili c’è sempre il Sole, la nostra stella da 4,5 miliardi di anni. E’ la sua energia a sostenere il ciclo dell’acqua da cui si trae elettricità pulita, a mettere in moto le pale eoliche e a far funzionare i pannelli fotovoltaici. Quest’ultima tecnologia, inventata nel 1954 e giunta a maturazione mezzo secolo dopo, è la vera candidata a risolvere in modo definitivo il problema di dare energia al nostro pianeta. I progressi sono stati formidabili. L’efficienza di conversione dei pannelli fotovoltaici ha raggiunto il 20 per cento e si lavora per avvicinarli al limite teorico del 32 per cento. L’efficienza della fotosintesi clorofilliana è inferiore all’uno per cento: in pochi decenni abbiamo imparato a fare venti volte meglio, mentre il costo del kW fotovoltaico è diminuito di 20 volte in 20 anni.

Cinquemila volte il fabbisogno 
Rimangono questioni parzialmente irrisolte, per esempio l’accumulo dell’elettricità prodotta ma non immediatamente consumata e la disponibilità di superfici da coprire di pannelli. In Italia abbiamo 800 chilometri quadrati di tetti e altre aree utilizzabili: basterebbero a soddisfare il 40% del fabbisogno elettrico (oggi il fotovoltaico è all’8%). L’energia che il Sole invia al suolo è cinquemila volte maggiore degli attuali consumi globali, è gratuita e non ha costi “esterni” come i fossili. Anche lo smaltimento dei pannelli usurati non è un problema.

Rischio shale oil 
Le pagine di Armaroli toccano molti altri temi, dalla geopolitica delle fonti fossili alla fusione dei ghiacciai che certifica il rapido cambiamento climatico in atto (+1 grado centigrado nell’ultimo secolo con prospettiva + 2 o 3 °C al 2100), ai danni dei fossili non convenzionali (shale gas e shale oil) che hanno restituito agli Stati Uniti l’autosufficienza energetica. Mi limiterò a segnalare due punti inusuali nella letteratura sull’energia.

Chiudere un periodo storico 
Primo. E’ sbagliato demonizzare carbone, petrolio e gas in modo assoluto come fanno certi ambientalisti: bisogna riconoscere che, fornendo energia comoda e abbondante per più di un secolo, i combustibili fossili hanno permesso lo sviluppo scientifico, culturale e sociale, con la conquista delle conoscenze che ora ci permettono di superare le fonti di energia fossile e i loro guasti. Occorre però maturare una prospettiva storica che circoscriva i fossili in una precisa epoca tecnologica e sociopolitica dell’umanità. Un’epoca che ora, con un atto di responsabilità, siamo chiamati a chiudere nell’interesse comune.

Il lato buono del Coronavirus 
Secondo. Esistono fattori imprevedibili che rendono pericolosamente instabile il sistema energetico fondato sulle riserve fossili. Mentre per decenni si è agitata la minaccia del loro esaurimento, ora sappiamo che le scorte sono ancora enormi ma hanno un costo esiziale per l’ambiente del nostro pianeta. Armaroli riporta le oscillazioni del prezzo del petrolio e dimostra come avvengano in rapporto a eventi del tutto fuori controllo: guerre, terrorismo, accordi e litigi tra i paesi produttori, incidenti nell’estrazione, e infine una pandemia come il Covid 19, che per qualche giorno ha addirittura mandato sotto zero il prezzo del petrolio (-37 dollari al barile nell’aprile 2020: i venditori pagavano i compratori pur di liberarsi del petrolio in eccesso che aveva saturato i depositi mentre i pozzi continuavano a produrre). Eppure nell’estate 2008 il barile aveva toccato i 150 dollari… E’ evidente che una economia così non è governabile. Se il Covid darà la spinta decisiva verso la transizione energetica, almeno una cosa buona l’avrà fatta.  (Fonte: lastampa.it)

Entro il 2030 ameno il il 30% di terre e mari sarà protetto

Nuovi impegni e ambizioni più alte per la tutela della biodiversità a livello globale. Martedì 29 settembre Gran Bretagna e Canada hanno adeguato i loro obiettivi sulla protezione delle terre e dei mari a quelli dell’Unione Europea. Una mossa pensata per indurre anche altri paesi ad allinearsi, in vista della COP15 di Kunming che si preannuncia cruciale. Nella città cinese, il prossimo maggio, più di 200 paesi dovranno riscrivere le regole globali per la tutela della biodiversità, minacciata dai cambiamenti climatici e dall’estinzione di specie animali a ritmo sempre più accelerato.

Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli studi scientifici che suonano il campanello d’allarme sui pericoli di una perdita di biodiversità totalmente fuori controllo. Allo scorso mese risale un report di The Nature Conservancydove gli autori evidenziano che, senza alcuna azione da parte della comunità internazionale, entro la metà del secolo tra il 30 e il 50% di tutte le specie animali esistenti potrebbe estinguersi. Con conseguenze pesantissime anche per le società umane, ovviamente. Solo la perdita di impollinatori, calcolano, causerebbe un crollo pari a oltre 200 miliardi di dollari della produzione agricola.

Per evitare questo scenario, il consenso scientifico si sta coagulando attorno all’obiettivo di proteggere almeno il 30% della superficie del pianeta entro il 2050. Un orizzonte che, al momento, è incastonato nella bozza di risoluzione in vista della COP15 di Kunming. Ma che rischia di essere presto diluito e stravolto al ribasso se non si riuscirà ad avere una maggioranza sufficientemente larga di paesi decisi a raggiungerlo con le singole politiche nazionali.

La Commissione Europea ha proposto di rendere legalmente vincolante per i 27 paesi membri l’obiettivo di proteggere almeno il 30% delle terre e dei mari entro il 2030. Si tratterebbe di un aumento, rispettivamente, del 4% e del 19% in confronto alla superficie oggi protetta da vincoli e regolamenti speciali. Uno sforzo che, secondo un report pubblicato a luglio di The Campaign of Nature, una rete globale di organizzazioni per la tutela della biodiversità, sarebbe ampiamente ripagato. L’espansione delle zone protette si tradurrebbe in un guadagno di almeno 5 dollari per ogni singolo dollaro speso. (Fonte: rinnovabili.it)