In salita il vertice di preparazione al cop26

La ventiseiesima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite, la Cop 26 in programma a Glasgow nel prossimo mese di novembre, rischia di partire con il piede sbagliato. Dopo tre settimane di riunioni quotidiane in videoconferenza, i negoziati pre-summit che si sono tenuti a cavallo tra maggio e giugno si sono conclusi con l’ennesimo, sostanziale fallimento.

Finanziamenti, trasparenza e carbon market bloccano i negoziati pre-Cop 26

“Non posso dire che ci siano stati grandi passi in avanti”, ha ammesso nel corso di una conferenza stampa Patricia Espinosa, segretaria generale dell’Unfccc, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che organizza le Cop. “È necessario – ha aggiunto – ottenere delle indicazioni a livello politico”. Un commento che appare più sincero rispetto al comunicato ufficiale, nel quale la dirigente parla di “molto lavoro da fare” ma anche di “giudizio complessivamente positivo”.
I problemi che sono risultati di fatto insormontabili nel corso della sessione di lavori preparatori sono stati in particolare tre. In primo luogo quelli legati ai finanziamentiche dovranno essere concessi per le politiche di mitigazione e di adattamento ai cambiamenti climatici. Può apparire incredibile, ma ancora si discute sui 100 miliardi di dollari all’anno che avrebbero dovuto essere concessi dalle nazioni ricche del mondo a quelle più povere e vulnerabili. Un impegno che era stato assunto alla Cop15 di Copenaghen, nel 2009, e che non è mai stato rispettato, se non parzialmente.

Il presidente della Cop 26 Alok Sharma convoca una nuova riunione

In secondo luogo, le discussioni si sono arenate sul tema della trasparenza. Ai governi viene infatti chiesto di poter monitorare gli sforzi effettuati per ridurre le emissioni di gas ad effetto serra, anche in relazione al calendario fissato. Infine, non c’è accordo sui termini del cosiddetto carbon market. Si tratta dello stesso tema che ha bloccato per la sua intera durata la Cop25 di Madrid, nel 2019.

Al centro della disputa c’è l’articolo 6 dell’Accordo: quello che avrebbe dovuto indicare le regole che governeranno il nuovo sistema per lo scambio delle quote di emissioni di CO2. Di fronte all’impossibilità di trovare un compromesso tra le nazioni, tutto era stato rimandato proprio alle successive sessioni di negoziati.

Se non si troveranno punti di incontro su tali questioni, sarà difficile – se non impossibile – rendere operativo l’Accordo di Parigi, raggiunto ormai cinque anni e mezzo fa nella capitale francese. Anche per questo il presidente della Cop 26, Alok Sharma, ha convocato una riunione ristretta, per il 25 e 26 luglio, che si terrà a Londra. Un incontro di “delegati rappresentanti dei ministri di più di 40 nazioni”, che dovrà “avanzare sul lavoro tecnico” a partire dagli ultimi negoziati.

Perché occorre forzare la mano per superare le reticenze sul clima

Sharma ha aggiunto che “occorre accelerare avvicinandoci alla Cop 26 e mantenere l’obiettivo degli 1,5 gradi centigradi” di limitazione della crescita della temperatura media globale, entro il 2100, rispetto ai livelli pre-industriali. Per farlo, però, servirà anche forzare la mano dei governi reticenti. La diplomazia britannica dovrà replicare il successo che ottenne quella francese nel 2015. All’epoca, però, il sistema politico mondiale non era quello di oggi. E non c’era una pandemia alle spalle, che in troppi vorrebbero superare “a qualunque costo”.
(Fonte: lifegate)

 

In aumento gli investimenti per il settore idrico e la conservazione dell’acqua, elemento sempre più prezioso per il contrasto ai cambiamenti climatici

Gli investimenti per l’acqua sono in crescita del 17% rispetto al 2017, e riguardano soprattutto interventi per le perdite di rete e la depurazione. E anche se il quadro del settore idrico in Italia mostra ancora un divario troppo elevato sia tra aree del Paese che tra gestioni industriali e comunali (‘in economia’), l’auspicio è che venga colta l’importanza del Piano nazionale di ripresa e resilienza, oltre alla spinta sulla digitalizzazione che l’emergenza coronavirus ha accelerato. Sono questi gli elementi che compongono il nuovo Blue book, la monografia completa sui dati del servizio idrico integrato, realizzato dalla Fondazione Utilitatis, e presentato nel corso del Festival dell’acqua promosso e organizzato da Utilitalia, la Federazione delle imprese idriche, ambientali ed energetiche.

Grazie al trasferimento delle competenze di regolazione e controllo all’Arera, “dopo anni di instabilità – viene raccontato – gli investimenti realizzati hanno registrato una crescita costante a partire dal 2012. Nel 2019 si sono attestati ad un valore pro capite di 46 euro (più 17% rispetto al 2017 quando erano a 38,7 euro)”. Gli investimenti hanno obiettivo prioritario il contenimento dei livelli di perdite idriche che assorbe circa un quarto degli investimenti programmati (25%); seguono, gli investimenti per il miglioramento della qualità dell’acqua depurata (20%) e quelli per l’adeguamento del sistema fognario con il 15%. Molte ancora le differenze nel Paese, dove ci sono “gestioni industriali e ‘in economia’: sono 9 milioni le persone residenti in comuni in cui almeno un servizio (acquedotto, fognatura e depurazione) è gestito direttamente dall’ente locale; in questa tipologia di gestione, gli investimenti si attestano in media a 8 euro per abitante all’anno”.

“Il Piano nazionale di ripresa e resilienza rappresenta una grande occasione per il comparto idrico, ma le risorse stanziate devono essere accompagnate da alcune riforme – afferma Michaela Castelli, presidente di Utilitalia – occorre agire rapidamente sulla governance favorendo la presenza di operatori industriali al Sud”.

I dati sull’acqua potabile

Secondo gli ultimi dati disponibili a livello nazionale il prelievo di acqua potabile ha subito una riduzione dal 2015 al 2018, passando da 9,4 milioni di metri cubi a 9,2 milioni di metri cubi. Questo è “il primo calo negli ultimi 20 anni”. Anche il consumo di acqua potabile pro-capite è in calo, seppur di poco: si attesta intorno ai 215 litri per abitante al giorno, rispetto ai 220 litri del 2015. Ma “nonostante i valori si siano ridotti, il consumo idrico nazionale è comunque elevato se si considera che la media dei Paesi europei ruota intorno ai 125 litri per abitante al giorno”.

Sul fronte fognatura e depurazione, ci sono “ancora alcune criticità rispetto al livello di adeguatezza del sistema alla normativa settoriale: le procedure di infrazione per la mancata o inadeguata attuazione della direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane interessano ancora 939 agglomerati urbani per 29,7 milioni di abitanti. Il 73% delle procedure d’infrazione si concentra soprattutto nel Mezzogiorno, dove in larga parte il servizio è gestito direttamente dai comuni“. Inoltre, “la dispersione di acqua dalle reti rimane consistente” con una media nazionale del 42%; ma in generale “nell’ultimo biennio di rilevazione le perdite idriche risultano in diminuzione” e, contemporaneamente“aumenta l’efficacia dei sistemi di depurazione”.

Secondo l’Ocse – viene spiegato dallo studio – il 70% dell’acqua consumata a livello mondiale è destinata all’agricoltura, il 20% all’industria e il 10% consumo civile. Dati che sono differenti nei vari Paesi: nel caso dell’Italia, per esempio, il 54% dell’uso idrico è destinato all’agricoltura, il 21% all’uso industriale, il 20% all’uso civile e il 5% all’uso energetico. E sempre a detta dell’Ocse la domanda globale d’acqua crescerà del 55% tra il 2000 e il 2050. Per Utilitalia “il ciclo di gestione dell’acqua rappresenta pienamente il paradigma dell’economia circolare. Il settore è in continua evoluzione per migliorare la salvaguardia della risorsa idrica e garantirne il riuso grazie anche al ricorso alle nuove tecnologie”.

Il peso dei cambiamenti climatici sul settore idrico

La lotta ai cambiamenti climatici ha un peso sempre maggiore sulla gestione dell’acqua. In base a un’analisi messa a punto da Utilitalia – fatta incrociando le linee di investimento previste dal Recovery plan con i progetti delle aziende associate che possono rientrare tra quelli da finanziare – “i fondi assegnati nel Piano nazionale di ripresa e resilienza che riguardano le aziende del servizio idrico sono pari a 3,5 miliardi di euro”. Ma “i progetti del settore ritenuti candidabili a essere inclusi nel Piano” arrivano a “un valore” che sfiora i 14 miliardi, per la precisione 13,9 miliardi, “pari cioè a circa 4 volte l’ammontare” delle risorse previste. La discrepanza, tra quello che viene messo in campo e quanto dovrebbe essere investito, di circa 10,5 miliardi.

E soltanto per combattere i cambiamenti climatici “le aziende italiane del settore idrico sono pronte a mettere in campo investimenti per quasi 11 miliardi nei prossimi 5 anni”: 7,8 miliardi dovrebbero essere destinati ad interventi per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento idrico delle città e una maggiore resilienza delle infrastrutture; altri 3,1 miliardi sono stimati per interventi sulle perdite di rete. Per un totale di quasi 11 miliardi per progetti dedicati al clima, con “un potenziale impatto sull’occupazione pari a 133mila nuovi posti di lavoro”. A questi vanno aggiunti anche i 3 miliardi di investimenti per la fognatura e la depurazione.

“Gli eventi siccitosi e quelli alluvionali – spiega il direttore generale di Utilitalia, Giordano Colarullo – non possono più essere considerati eccezionali ma eventi dalla ricorrenza ciclica; devono essere affrontati con processi strutturali sostenibili nel lungo periodo. Serve un massiccio piano di investimenti. Su questo fronte molto bisognerà fare, puntando sull’opportunità storica offerta dal Next Generation EU, e sulla sua capacità di sostenere la ripresa economica in chiave di sostenibilità”.

(Fonte: Rinnovavili.it)

 

Nucleare si, nucleare no. La posizione tedesca

“La Germania appartiene alla cerchia dei Paesi Ue contrari al nucleare. Abbiamo deciso di uscire dall’energia atomica e la maggioranza dei tedeschi ci sostiene. È una forma di energia estremamente costosa oltre che enormemente rischiosa”. Così Svenja Schulze, ministra dell’Ambiente tedesca, in un’intervista a ‘La Stampa’ parla delle politiche ambientali in Germania.

“Lo smantellamento di una centrale nucleare costa circa 1 miliardo di euro. Per lo stoccaggio intermedio delle scorie ne servono 24. E ora dobbiamo trovare un deposito definitivo sicuro. È un processo lungo e costoso. Confrontatelo con l’ energia solare ed eolica e capirete che il nucleare non è più competitivo”, aggiunge. E poi sulla Francia che vorrebbe classificare l’energia nucleare come pulita e verde la ministra tedesca spiega che “noi abbiamo una posizione diversa, un’energia che carica sulle spalle delle nuove generazioni rischi e costi altissimi non può essere considerata sostenibile”. La tassonomia che la Ue sta definendo su quali attività economiche possono essere considerate sostenibili e rispettose dell’ambiente e del clima “deve escludere il nucleare – osserva – ma il dibattito è ancora in pieno svolgimento. Fra le istituzioni finanziarie invece c’è maggior chiarezza: per Commerzbank e Union Invest gli investimenti nel nucleare non sono sostenibili a causa dei loro rischi e degli enormi costi di gestione”.

Infine, sul dare un prezzo alla CO2 secondo la ministra tedesca “è necessario riuscire a dare un prezzo. Sono ancora troppo pochi i Paesi fuori dall’Ue con un sistema di scambio di emissioni, che noi europei abbiamo introdotto nel 2005. Per questo in Europa stiamo discutendo di una Carbon border tax che potrebbe scattare quando certi prodotti sono importati nell’Ue”. (Fonte: Ansa)

Oggi, 15 giugno, giornata mondiale del vento

Non si può vedere perché è solo aria in movimento, ma si possono notare i suoi effetti. Oggi 15 giugno è la Giornata Mondiale del Vento, un evento mondialeche si svolge ogni anno per conoscere l’energia eolica, la sua potenza e le possibilità che offre come fonte pulita, rinnovabile ed inesauribile.

L’energia eolica rappresenta un’opzione per rimodellare i sistemi energetici e decarbonizzare le economie. Per questo motivo è vista come “l’energia del futuro”, proprio perché lo sfruttamento del vento riduce la produzione di CO2 e di altri inquinanti e rappresenta un importante contributo alla lotta al cambiamento climatico.

L’utilizzo di fonti rinnovabili come l’eolico consente anche di aumentare la sicurezza energetica e di ridurre la dipendenza e le importazioni dall’estero. Secondo l’Associazione Nazionale Energia del Vento (ANEV), l’Italia è importatrice di energia elettrica per oltre il 13% del proprio fabbisogno e importa più del 80% delle materie prime per la produzione di energia. Un aumento dell’eolico implicherebbe la diminuzione di questi dati, molto elevati se si comparano con la media mondiale.

L’eolico in Europa

La produzione di eolico è in continua crescita. Mentre la capacità installata in Europa nel 1993 era praticamente nulla, nel 2019 essa si situa nei 200.000 MW. Solo in Italia sono stati prodotti 20,06 TWh da eolico nel 2019, che equivalgono al fabbisogno di circa 20 milioni di persone e ad un risparmio di circa 12 milioni di tonnellate di emissioni di CO2 e di 25 milioni di barili di petrolio.

L’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile nº7 è garantire l’accesso all’energia affidabile, sostenibile, moderna e a prezzo accessibile. In questo senso, entro il 2030 si vuole aumentare considerevolmente la quota di energie rinnovabili -tra cui l’eolico- nel consumo totale e raddoppiare il tasso di miglioramento dell’efficienza energetica.

Protezione della biodiversità

L’eolico è una valida risposta alle minacce ambientali provocate dalle emissioni di gas serra, ma bisogna pianificare le istallazioni in modo da poter evitare possibili ripercussioni sull’ambiente circostante e sulla biodiversità locale e regionale.

I principali effetti degli impianti eolici sulla flora e la fauna riguardano il possibile impatto degli uccelli con il rotore delle macchine. Nonostante questo, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) sostiene che il numero di uccelli che muoiono in queste situazioni è comunque inferiore a quello dovuto al traffico automobilistico, ai pali della luce o al telefono.

Così sostiene anche la Society for the Protection of Birds (RSPB), che dà supporto alla crescita della produzione di energia eolica dato che la più grande minaccia per i volatili è il cambiamento climatico e non la creazione di impianti. (Fonte: ehabitat.it)

Le batterie a flusso, vantaggi della tecnologia in fase di sviluppo

L’approfondimento di Luca Longo

 

Produrre energia dal Sole, dalle maree, dal vento o anche dagli scarti agricoli è bello e molto green, ma cosa succede quando è notte, non c’è la marea, non soffia il vento o non è stagione di mietitura?

Altro problema: sicuramente, la forma di energia più utile di cui disponiamo è l’energia elettrica: la possiamo usare per muoverci, illuminare, scaldarci, cucinare e far funzionare tutti i dispositivi elettrici o elettronici che ci circondano. Ma l’elettricità non è facilmente disponibile in natura: dobbiamo produrla apposta partendo da altre forme di energia. Per giunta, se quando l’abbiamo generata non troviamo modo di usarla immediatamente, la perdiamo per sempre.

Visto che non possiamo stare al buio — e tantomeno possiamo permetterci di restare dieci minuti senza aggiornare i nostri profili social — dobbiamo trovare un modo per avere energia proprio quando ci serve. Per questo, tutti gli impianti per la produzione di energia rinnovabile oggi esistenti sono collegati ad un sistema di accumulo o a una rete elettrica. Quando splende il Sole o soffia il vento, gli impianti isolati raccolgono l’energia che non viene utilizzata proprio in quel momento e la conservano per quando servirà.

Gli impianti connessi alla rete elettrica, invece, si limitano a trasmettere l’energia in eccesso alla rete stessa (in giro da qualche parte ci sarà pure qualcuno che ne avrà bisogno) per poi andare a riprenderla da lì quando serve proprio a noi.

Chi gestisce le reti (spesso grandi come Paesi o continenti) fa la stessa cosa. Di solito l’energia elettrica in eccesso viene accumulata come energia idraulica: si usa la corrente che avanza per prendere l’acqua dal mare o da qualche lago a bassa quota e pomparla in un lago ad alta quota. Quando invece c’è bisogno di energia, si riporta giù l’acqua facendola precipitare lungo una condotta forzata fino a una turbina che genera nuova elettricità. Se c’è un picco nella domanda di energia e non c’è modo di trovarla all’interno della rete, allora la si compra dall’estero oppure, alla peggio, si mettono in funzione le centrali termoelettriche che bruciano combustibili fossili per produrre energia elettrica.

Per questo, poter accumulare e conservare l’energia elettrica serve per migliorare l’efficienza nell’uso delle risorse rinnovabili e fossili, per bilanciare la discontinuità delle fonti con la variabilità della domanda di energia industriale e civile e anche per migliorare la stabilità, flessibilità e affidabilità delle griglie di distribuzione. Le batterie, quindi, sono uno strumento fondamentale per l’accesso all’energia, ma permettono un uso più intelligente delle risorse a minor impatto ambientale e quindi una diminuzione delle emissioni di CO2.

Le batterie possono avere dimensioni estremamente diverse, ciascuna è adatta ad un certo uso. Si va dalla batteria dell’orologio a quella dei telefoni e notebook agli accumulatori collegati all’impianto fotovoltaico di casa fino a quelli utilizzati da grandi infrastrutture accoppiate con le centrali elettriche.

Ma i tipi di batteria variano anche in funzione dell’uso, il cosiddetto tempo medio di stoccaggio: dalla batteria del nostro smartphone (deve durare almeno un giorno o siamo perduti!), fino a quelle dei grandi impianti, che devono compensare le variazioni di domanda e offerta di energia fra il giorno e la notte. I più grandi devono gestire le oscillazioni di intere stagioni.

Se ci pensiamo, i limiti principali di tutti i dispositivi mobili, dallo smartphone fino all’auto elettrica, sono dovuti al peso, al costo di produzione (e di smaltimento) ed alla bassa capacità della batteria che li alimenta. Lo stesso problema si pone per i sistemi più grandi – dalle auto elettriche ai grandi impianti — se ci illudiamo di risolvere il problema semplicemente costruendo batterie più grosse.

Per questo, in tutto il mondo si cercano nuove soluzioni. E anche in Italia si conducono ricerche all’avanguardia: per esempio gli elettrolizzatori – che sfruttano l’elettricità in eccesso per produrre idrogeno dall’acqua in una cella elettrolitica per poi farla funzionare al contrario quando si vuole riottenere energia elettrica consumando l’idrogeno accumulato.

Eni sta sviluppando anche la batteria a flusso: si tratta di una cella elettrochimica collegata a due serbatoi contenenti due diversi elettroliti disciolti in soluzione. Nella cella, gli elettroliti vengono a contatto attraverso una speciale barriera semipermeabile dove avviene una reazione di ossidoriduzione. Questa trasforma l’energia chimica immagazzinata nei due fluidi in energia elettrica che può essere portata fuori dalla cella e utilizzata. Quando, viceversa, abbiamo a portata di mano una fonte rinnovabile – ad esempio un impianto fotovoltaico in una bella giornata di Sole – l’energia elettrica prodotta dall’impianto va nella cella elettrochimica e viene utilizzata per far avvenire la stessa reazione di ossidoriduzione, ma in senso inverso. Così i due fluidi possono tornare a immagazzinare energia chimica pronta all’uso quando servirà.

La tecnologia delle batterie a flusso è tra le più promettenti sia per il livello di sviluppo attuale (esistono già installazioni industriali), ma anche per le sue potenzialità (la ricerca è in continua evoluzione). Inoltre, da la possibilità di separare facilmente la componente di potenza (le dimensioni della cella) dalla componente di accumulo dell’energia (il volume dei serbatoi).

Questo disaccoppiamento permette di eliminare il fenomeno dell’autoscarica (avete presente quando prendete una batteria che avevate ricaricato tempo fa e – anche se non l’avete mai usata – ve la ritrovate già a zero?) e offre la possibilità di costruire batterie su misura per le esigenze di potenza e di accumulo che si desiderano.

Infine, a fine vita le batterie a flusso sono riciclabili molto più semplicemente degli altri tipi di batteria: gli elettroliti – che costituiscono la maggior parte dell’impianto – possono essere recuperati e purificati, e il resto del sistema è costituito da leghe metalliche, plastiche ed elettronica commerciale; anch’essi separabili e recuperabili.

Finché gli studi sulle batterie a flusso non porteranno a impianti industriali, lo sviluppo delle rinnovabili non potrà dispiegarsi in tutte le sue potenzialità: perciò, avanti tutta anche con la ricerca sulle batterie. (Fonte: startmag)

 

La Danimarca accelera sull’eolico off shore

Il governo danese ha dato il suo consenso alla realizzazione di due isole artificiali che ospiteranno 200 turbine eoliche: sfruttando il vento in mare aperto, alimenteranno 3 milioni di famiglie.
Il progetto infrastrutturale più grande e ambizioso della storia della Danimarca, uno dei primi paesi a sfruttare l’energia eolica, fa parte del programma avviato già da molti anni per ridurre le emissioni inquinanti e raggiungere la cosiddetta neutralità climatica entro il 2050. Delle due isole per l’energia in progetto, una sarà costruita vicino all’isola di Bornholm, nel mar Baltico, a circa 40 km dalle coste svedesi, l’altra sarà costruita nel mare del Nord, a ovest della penisola dello Jutland, all’altezza della città di Thorsminde, a circa 60 km dalle coste e sarà grande 120 mila metri quadrati e produrrà energia grazie a 200 turbine eoliche giganti.

La Danimarca è stato uno dei primi paesi nell’Unione Europea a sfruttare l’energia eolica e a sviluppare il settore in maniera ampia e solida con una produzione di energia elettrica da fonti eoliche installate a distanza dalle coste, di circa 1,7 gigawatt. L’isola per l’energia di Bornholm dovrebbe produrre circa 2 gigawatt, mentre quella del mare del Nord, nel tempo, dovrebbe raggiungere una produzione di 10 gigawatt permettendo alla Danimarca di godere di una posizione avanguardista nel settore dell’eolico offshore.

Gli studi e i progetti per la realizzazione degli impianti dovrebbero essere completati nel 2024 per entrare in funzione nel 2030.

La Danimarca si era impegnata a ridurre le proprie emissioni inquinanti già dal 1990, mentre nel 2019 aveva approvato una legge sul clima che prevedeva di ridurle del 70% entro il 2030. Il governo punta inoltre a raggiungere entro il 2050 la cosiddetta neutralità climatica o emissioni zero, cioè l’equilibrio tra emissioni e assorbimento di anidride carbonica e il suo impegno per la tutela dell’ambiente è stato confermato dalla mancata approvazione di nuove concessioni per la ricerca di giacimenti di petrolio e di gas naturale nel mare del Nord: dal 2050 non estrarrà più idrocarburi dai fondali marini. Una notizia rilevante e una iniziativa sicuramente innovativa che speriamo serva a convincere altri paesi.

Il governo scandinavo ha messo i temi ambientali al centro della propria politica con un obiettivo di riduzione delle emissioni tra i più ambiziosi d’Europa. La società di Stato dell’energia si è riconvertita, diventando il più grande produttore mondiale di eolico offshore.

La scelta della Danimarca è esemplare e la volontà di rinunciare al petrolio unica nel suo genere, ma c’è da riflettere sul fatto che il mondo del greggio è molto complesso: contratti in essere non revocabili, investimenti sul lungo periodo e cambiamenti difficilmente attuabili.

Certamente l’impatto maggiore è quello di creare un precedente, importante perché evidenzia la necessità di politiche che riducano le estrazioni di combustibili fossili.

Le politiche climatiche sono prevalentemente concentrate sull’incentivazione di alternative verdi, auto elettriche ad esempio, o sulla tassazione delle emissioni di CO2. Certamente strumenti fondamentali che vanno accompagnati da strategie che vanno alla radice del problema per non rivelarsi solo parzialmente efficaci.

L’evoluzione dell’eolico è sicuramente l’offshore, ovvero posizionare le pale eoliche lontano dalle coste per andare a cercare il vento dove soffia più forte e per non incorrere nell’opposizione dei comitati locali e delle associazioni ambientaliste. La base che sorregge le lunghe torri diventa una piattaforma galleggiante ancorata al fondo. Va bene in tutti i mari del mondo, ma ancor di più nel Mediterraneo dove i venti non sono costanti, considerazioni fatte anche dal nostro Governo.

Due i progetti già in fase avanzata in Italia: uno al largo delle Egadi e uno nel Canale di Sicilia.

Un’attenzione particolare è posta alle valutazioni di impatto ambientale con il diretto coinvolgimento delle amministrazioni locali, della guardia costiera e delle associazioni ambientaliste: da ognuna delle parti sono state raccolte osservazioni e suggerimenti. La posizione è stata individuata perché non ostacola il traffico marittimo né turistico, non disturba le rotte migratorie degli uccelli ed è stata prevista anche l’installazione di rivelatori per monitorare i cetacei con la raccolta di dati che potranno servire al loro studio.

Altra considerazione è che per raggiungere gli obiettivi che l’Italia si è data nel Piano Nazionale per l’energia e il clima per il 2030, l’apporto dell’eolico dovrebbe essere di circa cinque volte l’attuale quota installata difficilmente raggiungibile con impianti di nuova realizzazione sulla terraferma dove i siti migliori sono già stati occupati.

Le tecnologie per sviluppare soluzioni innovative nel campo della transizione energetica esistono, l’attenzione alla tutela ambientale è sempre possibile, i fondi, quando c’è una visione moderna e globale, si trovano, la Danimarca ha approvato un investimento di 28 miliardi di euro, e allora perché progetti simili non vengono sviluppati in ogni paese costiero del mondo?

È necessaria la volontà di tutte le parti per compiere grandi passi e trasformare in realtà la visione futura di un mondo dall’energia pulita. (Fonte: adrianlive.it)

 

Biden vara il piano per le batterie made in USA

17 miliardi di dollari per finanziare lo sviluppo delle batterie. E della loro filiera.

Joe Biden ha le idee chiare: in nome della lotta al cambiamento climatico e della competizione con la Cina, due pilastri della politica americana dell’inquilino della Casa Bainca, gli Usa punteranno alle batterie al litio, provando a smarcarsi dalla supremazia nel settore dei produttori asiatici.

Washington punterà anche al riciclo delle batterie, cercando di recuperare quelle materie prime di cui c’è poca disponibilità. Tutti i dettagli.

250 MILIARDI PER LO SVILUPPO DEGLI USA

Partiamo dal principio. Martedì 8 giugno, il Senato Usa ha approvato, a larga maggioranza (68 voti contro 32), un disegno di legge che prevede investimenti per 250 miliardi di dollari per alcuni settori tecnologici e militari.

L’obiettivo è quello di contrastare la minaccia economica della Cina e il suo modello “autoritario”. In particolare, sono previsti fino a 190 miliardi di dollari per rafforzare la tecnologia e la ricerca e lo sviluppo in settori chiave come l’intelligenza artificiale e la scienza quantistica.

IL PIANO DI BIDEN SULLE BATTERIE

17, invece, sono i miliardi messi in campo per lo sviluppo di una filiera delle batterie al litio. Il Dipartimento all’Energia dovrà realizzare un piano nazionale decennale per costituire una catena di approvvigionamento nazionale nel settore, provando a ridurre anche la dipendenza dall’import di litio e terre rare.

PASSO FONDAMENTALE PER DECARBONIZZARE ECONOMIA

“Avremo bisogno di un aumento significativo della produzione di batterie per potenziare il futuro dell’energia pulita dell’America, il che significa che abbiamo urgente bisogno di aumentare la nostra capacità di ricerca, sviluppo, produzione e commercializzazione di batterie proprio qui a casa”, ha affermato il Segretario dell’Energia Jennifer M. Granholm.

“Rafforzare la nostra catena di approvvigionamento nazionale accelererà i nostri sforzi per decarbonizzare l’economia, contribuendo ad alimentare i veicoli elettrici e aumentare lo stoccaggio e la resilienza della rete. Dobbiamo cogliere l’opportunità per gli Stati Uniti di guidare un’industria globale emergente per creare posti di lavoro ben retribuiti per i lavoratori americani che saranno richiesti nei decenni a venire”.

GLI OBIETTIVI

Il denaro messo sul piatto servirà per raggiungere 5 diversi obiettivi, come da programma del Consorzio federale per le batterie: accesso sicuro a materie prime e raffinate; trasformazione delle materie prime in house per soddisfare la domanda di produzione domestica, stimolare gli investimenti nel manifatturiero; consentire il riciclo delle batterie, mantenere e far progredire la leadership Usa nella tecnologia delle batterie negli Stati Uniti.

LA STRATEGIA

Quale la strategia per raggiungere i target? I passi sono ancora tutti da definire. Lunedì 14 giugno, il Segretario all’Energia Jennifer M. Granholm terrà un incontro virtuale con i membri dell’industria delle batterie al litio per discutere i piani da attuare.

LA VIA DEL RICICLO

Certo è che per assicurare una quantità sufficiente di cobalto, litio e altre materie prime per produrre batterie per veicoli elettrici, gli Usa opteranno per il riciclo delle batterie. Un impianto destinato al riciclo sta sorgendo in Messico, ma Washington auspica la nascita di nuovi impianti.

LA SUPREMAZIA CINESE

Il piano Biden rivoluzionerà il mercato? Forse. Per ora questo è dominato dalla Cina, che oltre al manifatturiero controlla, secondo l’US Geological Survey, anche il mercato dei materiali e metalli rari, i componenti principali per la produzione di batterie ricaricabili.

Pechino, scrive su Start Magazine Giuseppe Gagliano, “controlla quasi tutto questo mercato. Delle 170.000 tonnellate prodotte lo scorso anno, il 71% (120.000 tonnellate) sono state prodotte da quest’ultima. Gli altri produttori: Australia (20.000 tonnellate) e Stati Uniti (15.000 tonnellate) sono molto indietro”. (Fonte: startmag)

 

La UE stanzia 17,5 miliardi di euro per la transizione energetica sui bilanci 2021-2027

Il Consiglio Ue ha adottato oggi il regolamento che istituisce il Fondo per una Transizione Giusta (Just Transition Fund) da 17,5 miliardi di euro. Il fondo è parte del meccanismo europeo dedicato alle regioni e ai territori europei più indietro nella transizione ecologica. L’importo totale è la somma di 7,5 miliardi disponibili dal bilancio Ue 2021-2027 e di 10 miliardi dal fondo per la ripresa (Next Generation EU) per gli anni 2021, 2022 e 2023. Per l’Italia, le risorse dal quadro ammontano a quasi un miliardo, per la precisione 937 milioni. I principali Paesi beneficiari del Fondo per un’Equa Transizione, risultano essere la Polonia (3,5 miliardi), la Germania (2,3 miliardi) e la Romania (quasi 2 miliardi).

“Il successo del Green Deal europeo dipende dalla nostra capacità di mitigare le conseguenze per coloro che sono più colpiti dalla decarbonizzazione economica”, spiega Nelson de Souza, ministro portoghese della pianificazione, e alla presidenza del Consiglio. “Il Fondo per una Transizione Giusta fornirà il sostegno necessario alle imprese e ai lavoratori a livello locale, in modo da poter combattere insieme il cambiamento climatico come Unione. Senza lasciare indietro nessuno”.

Ma ci sono anche altre novità sul fronte clima che arrivano dall’Europa.

La Commissione Europea ha avviato una consultazione pubblica sulla proposta di revisione della disciplina degli aiuti di Stato per la tutela dell’ambiente e dell’energia. Per tener conto della maggiore importanza della protezione del clima, gli orientamenti rivisti prenderanno il nome di orientamenti sugli aiuti di Stato per il clima, l’energia e l’ambiente. Comprendono anche regole di compatibilità per aree fondamentali come le infrastrutture per la mobilità pulita e la biodiversità, l’efficienza delle risorse per sostenere la transizione verso un’economia circolare. Chi è interessato può rispondere alla consultazione di qui a otto settimane (fino al 2 agosto 2021).

Secondo la vicepresidente esecutiva della commissione Ue Margrethe Vestager“l’Europa avrà bisogno di una notevole quantità di investimenti sostenibili. Sebbene una quota significativa proverrà dal settore privato, il sostegno pubblico svolgerà un ruolo nell’assicurare che la transizione verde avvenga rapidamente. Quindi vogliamo assicurarci che le nostre norme sugli aiuti di Stato per il clima, l’energia e l’ambiente siano pronte e adatte alla transizione verde”. Le indicazioni sugli aiuti di Stato per l’energia e l’ambiente consentono agli Stati membri di sostenere progetti per la protezione dell’ambiente (compresa la lotta ai cambiamenti climatici e la produzione di energia verde) e misure per garantire l’adeguatezza della produzione di energia.

Recentemente l’esecutivo UE è arrivato alla conclusione che “le attuali disposizioni degli orientamenti funzionano bene, sono complessivamente adatte allo scopo e costituiscono uno strumento efficace quando si tratta di sostenere il raggiungimento degli obiettivi ambientali e climatici, limitando nel contempo le distorsioni indebite nel mercato unico“. Ma contemporaneamente pensa siano “necessari alcuni adeguamenti, tra cui la semplificazione e l’aggiornamento di alcune disposizioni e l’estensione del campo di applicazione degli orientamenti per coprire nuovi settori come la mobilità pulita e la decarbonizzazione”.

Inoltre, le attuali regole dovrebbero essere allineate con le priorità strategiche dell’Ue, e in particolare quelle del Green deal europeo, e con altre recenti modifiche normative in materia di energia e ambiente. Ecco allora il pacchetto con le proposte di modifica. Come per esempio ampliare l’ambito delle linee guida per consentire il sostegno in nuovi settori (mobilità pulita, efficienza energetica negli edifici, circolarità e biodiversità) e a tutte le tecnologie in grado di realizzare il Green deal, compreso il sostegno alle energie rinnovabili. Le norme riviste consentirebbero aiuti che coprano fino al 100% del deficit di finanziamento e di introdurre nuovi strumenti, come i ‘contratti sulla differenza di carbonio’ (grazie ai quali un’amministrazione pubblica o un agente privato concorda con un altro agente un prezzo fisso del carbonio per un determinato periodo).

Un altro obiettivo è aumentare la flessibilità e snellire le norme esistenti, introducendo una valutazione semplificata delle misure trasversali nell’ambito di un’unica sezione degli orientamenti ed eliminando l’obbligo di notifica individuale dei grandi. Poi, l’introduzione di salvaguardie per garantire che gli aiuti siano effettivamente diretti dove è necessario. Infine l’allineamento alla legislazione e alle politiche ambientali ed energetiche della Ue richiederà “l’eliminazione graduale dei sussidi ai combustibili fossili, in particolare quelli più inquinanti, per i quali è improbabile una valutazione positiva da parte della commissione in base alle norme sugli aiuti di Stato, alla luce dei loro importanti effetti negativi sull’ambiente”; mentre le misure che comportano nuovi investimenti nel gas naturale saranno coperte soltanto nella misura in cui sarà dimostrato che gli investimenti sono compatibili con gli obiettivi climatici dell’Unione per il 2030 e il 2050. (Fonte: rinnovabili.it)

Si riapre il dibattito sul nucleare

“Sul nucleare abbiamo fatto due referendum e ci siamo pronunciati. Questa è l’unica cosa che conta. Infatti nessuno ne ha mai parlato e non è all’ordine del giorno”. Lo ha detto il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, a un evento di SkyTg24 per la Giornata Mondiale dell’Ambiente.

“Le polemiche sono nate – ha aggiunto il ministro – perché mentre l’Europa lanciava il Recovery Plan, e ci chiedeva gli sforzi per la transizione, alcuni paesi europei, capeggiati dalla Francia, hanno fatto una richiesta di riconoscere come verde l’energia prodotta dai microreattori nucleari di 4/a generazione (in pratica, motori di navi e sommergibili). Il che diventerebbe un importante cambiamento di regole in corso di partita. Abbiamo fatto notare che questa cosa in questo momento è particolarmente delicata, e bisogna discuterne, prendere una posizione”.

“Il fatto che in questo momento alcuni paesi, compresi gli Stati Uniti, stiano cercando di dimostrare che il micronucleare è verde, è una cosa che non possiamo dire che non esiste – ha concluso Cingolani -. Se ne sta parlando. Io voglio vedere i dati, perché non ci sono, non ce li ho. Ma su questa materia, finché non vedo i numeri, non so cosa dire”.

(Fonte: Ansa)